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RECENSIONE DI MEZZOSANGUE DI VINCENZO ROMANO

written by Arianna Giancola Giugno 17, 2020
mezzosangue-copertina

Bentrovati a tutti i lettori!

Oggi siamo qui per parlare di Mezzosangue, splendido romanzo fantasy di esordio di Vincenzo Romano, edito dalla Zerounoundici Edizioni, ricordandovi che potete trovare anche la video-recensione qui, sul nostro nuovissimo canale YouTube.

L’autore è un giovane trentasettenne con un animo ancora bambino, ex giocatore di ruolo, amante del fantasy e della fantascienza ma, soprattutto, scrittore bravissimo, lento ma prolifico.
Tra le sue altre opere ricordiamo anche I viandanti di Eirahn (raccolta di racconti realizzata con un gruppo di altri autori) e Romanicomio: storie di figli, pensieri di papà.

La storia di Mezzosangue è, nel complesso, abbastanza semplice: il giovane Narog, cacciatore, mezzorco, orfano allevato da un umano, mentre si trova nella foresta a caccia di prede, si ritrova a salvare il mezzelfo Kai da un assassino in cerca di frammenti di una pietra magica che, secondo le sue informazioni, dovrebbero essere in possesso di un mezzosangue.
L’assassino è infine messo in fuga, anche se non sconfitto, ma temendo che a questo punto Narog sia a sua volta in pericolo, Kai lo convince a partire con lui, che nel frattempo è impegnato in una missione di ricerca tutta sua.
Narog, seppure titubante, alla fine accetta e decide di approfittare di quel viaggio per scoprire tutto il possibile sulle proprie origini.

Si tratta di un fantasy classico, ambientato in un mondo inventato di stampo medievaleggiante, con una sua storia pregressa (in puro stile Signore degli Anelli), e popolato da diverse razze e creature mitologiche di diverse tradizioni, come i grifoni o gli alastyn.
Anche il tema della storia è di tipo classico: quello della cerca da parte dei protagonisti che tanto è importante in questo genere letterario.

Nonostante questa apparenza così naif, però, si tratta di un romanzo con degli elementi così particolari e sorprendenti da renderla davvero un’opera degna di nota.  Una delle cose che ci ha colpito in modo particolare sono proprio i protagonisti: Narog e Kai, un mezzorco e un mezzelfo che, in qualche modo, riescono a superare la naturale diffidenza razziale e a collaborare per raggiungere i propri scopi.
Se come noi (e come l’autore) avete un passato da giocatori di ruolo o siete fan di Dragonlance o del Signore degli Anelli, vi renderete conto facilmente di quanto possa essere particolare e sorprendente questo tipo di accoppiata.
Ma Vincenzo Romano è andato addirittura oltre, dando loro come mentore addirittura un nano.

Bisogna anche dire, però, che le cose per i due mezzosangue sono più facili di quanto non lo sarebbero per i personaggi di un altro libro. Gli abitanti del mondo di Romano, infatti, a parte poche e rare eccezioni, sembrano non aver mai incontrato dei mezzosangue, cosa che permette ai due ragazzi di mischiarsi con gli umani con relativa sicurezza e, soprattutto, di non essere troppo ostracizzati per la loro origine.

Un altro vero colpo di genio da parte dell’autore è la gestione degli eventi. Basti pensare alla prima scena di combattimento: Kai è abbastanza addestrato, ma è comunque inesperto e ferito; Narog è un cacciatore, ha sempre limitato i propri contatti con gli altri esseri umani e, di certo, non ha mai combattuto contro nessuno. Allora come è possibile che possano sconfiggere un assassino di professione e salvarsi? È semplice. I due protagonisti hanno un superpotere che batte qualunque addestramento: hanno una fortuna sfacciata.
I protagonisti ci provano, tentano di colpire e lisciano il colpo, inciampano, si feriscono e cadono… e poi “magia” arriva un deus ex machina sotto forma di una buca di talpa, una tagliola o un altro personaggio e per miracolo si salvano.
A prima vista può sembrare un escamotage di bassa lega da parte dell’autore, ma è talmente bravo a giocarsi questa carta che risulta impossibile storcere il naso. Il lettore è semplicemente contento perché si sono salvati, gli sono già simpatici.
E da questo punto di vista, Vincenzo Romano è stato davvero bravo a creare due personaggi a cui, alla fine, non si può fare a meno di affezionarsi.

Anche l’ambientazione è costruita davvero bene.
L’autore ha creato una mappa dettagliata del percorso seguito da Kai e Narog, con un’attenzione quasi maniacale alle distanze che sono per questo decisamente realistiche e che, ogni tanto, lo hanno costretto a scrivere qualche scena nello stile del viaggio di Frodo e Sam. Ma nonostante questo riesce comunque a mantenere alta l’attenzione e a presentare degli scenari variegati e interessanti.
C’è un’ambientazione in particolare che domina un bel pezzo di romanzo: si tratta della Rocca dei Grifoni, quartier generale e accademia dei Cavalieri dell’Aria (inseriti come omaggio da parte di Romano a un altro ben più noto autore).
In ogni caso la precisione con cui viene descritta la rocca ha un qualcosa di incredibile. Romano riesce a far sorgere davanti agli occhi del lettore una struttura favolosamente grande e complessa e ce lo porta dentro. Riesce a fargli percorrere i corridoi, entrare nelle sale, seguire gli spostamenti. Le scene qui ambientate sono di un livello talmente alto che non stupisce affatto che sia stato realizzato addirittura un volumetto a parte con la planimetria e il dettaglio di ogni parte del castello (un utilissimo dungeon per qualunque giocatore di ruolo che volesse approfittarne).

Lo stile è bello, niente da dire. Fresco, immediato, incisivo e accattivante e viene facile leggere la storia tutta d’un fiato.
Lo definiremmo un libro perfetto? No, affatto. Si tratta della prima opera di questo autore e, come tutte le prime opere, ha delle imperfezioni e delle cadute che potremmo definire ingenuità nella narrazione. Ma La cosa che differenzia i romanzi “belli davvero” da migliaia di altri testi simili è che hanno qualcosa di più, una scintilla, quel non so che che permette di andare oltre le piccole imperfezioni ed entrare dentro la storia per viverla.
Ci sono anche degli errori abbastanza evidenti, ma se c’è una cosa in cui Vincenzo Romano eccelle è saper imparare dai propri errori trasformandoli in punti di forza.

La storia di Mezzosangue nasce come romanzo autoconclusivo e come tale può essere letto, ma pare che dopo la prima pubblicazione, che si è rivelata essere un grande successo, ci stata una specie di sollevazione popolare (di cui non spiegheremo i motivi per non rischiare spoiler) che ha “costretto” l’autore a rimettersi alacremente al lavoro per produrre il seguito. E noi della redazione sappiamo per certo che si trova già a buon punto. Per fortuna! Perché sinceramente non vediamo l’ora di leggere il seguito.

Voi l’avete già letto? Che ne pensate? Lasciateci un commento!

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