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“UN NODO DI BUONA VENTURA” DI MARCO FICHERA – RECENSIONE

written by Arianna Giancola Febbraio 19, 2024
Un nodo di buona ventura - Fichera - Copertina

Bentrovati amici del Fantasy per un nuovo #lunedìdellerecensioni.

Dopo qualche testo dedicato ai più piccini, oggi ci rivolgiamo decisamente ai lettori più maturi e scanzonati con un’opera che è una vera sfida: siamo parlando di Un nodo di buona ventura, di Marco Fichera. Edito da White Cocal Press, è stato stampato in collaborazione con Associazione Culturale Bisiaca – OdV e con il contributo di BCC Venezia Giulia.

Partiamo scoprendo qualcosa dell’autore.

Marco Fichera nasce a Monfalcone (GO), cresce a Trieste e prosegue gli studi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, laureandosi in comunicazione digitale. Lavora per qualche anno in Veneto, nel campo della grafica, per poi tornare a trasferirsi a Trieste dove vive e lavora.

Ha scritto sotto pseudonimo brevi racconti pop cinici e politically incorrect.

Il suo primo romanzo breve, Nello stesso fiume, è pubblicato in edizione limitata nel 2018 grazie a Bookabook. Nel 2020 pubblica Le Memorie di Dante Bastille (un romanzo ad ambientazione cyberpunk).

La prima stesura di Un nodo di buona ventura, datata 2019, è stata finalista al premio Odissea 2020 di Delos Books.

Nel 2021 scrive Natalie, racconto breve selezionato per la raccolta di genere fantascientifico NASF17 nell’ambito del concorso indetto da NASF – Nuovi Autori Science Fiction.

Sicuramente autore prolifico, Marco Fichera è anche imprevedibile. Un nodo di buona ventura, infatti, è un romanzo che non ti aspetti e che si rinnova a ogni pagina, tanto che risulta quasi difficile poterlo collocare in un unico filone narrativo.

Se si trattasse di un piatto di cui provare a indovinare gli ingredienti, diremmo che ci ritroviamo parecchie cose: un po’ di Promessi Sposi, una spolverata abbondante di Indiana Jones, appena un pizzico di La Nave di Teseo, un profumo di Ritorno al futuro e qualche manciata della serie Dark.

Senza dubbio un impasto che funziona.

La parte principale della storia è ambientata tra il 1943 e il 1944 e inizia dopo la fuga di Vittorio Emanuele III che lascia l’esercito italino allo sbando. I soldati italiani sono dunque disarmati e internati e tra loro c’è un giovane con poca cultura ma una gran voglia di sopravvivere: Arturo.

Per una serie incredibile di coincidenze, il soldato italiano riesce a farsi passare per un archeologo; questa sua nuova identità, però, lo catapulterà in un’avventura incredibile e complicata, che lo condurrà non solo in giro per il mondo, dall’Egitto agli Stati Uniti, ma anche attraverso le pieghe del tempo.

L’opera di Marco Fichera è, senza ombra di dubbio, uno dei romanzi più complessi che ci sia capitato di affrontare negli ultimi anni.

Seguire la trama, tentare di ricollegare gli eventi, comprendere anche solo chi siano davvero i personaggi e quali siano i loro intenti richiede una notevole attenzione, tanto che forse dovremmo consigliare di leggerlo almeno un paio di volte, per riuscire a scovare e interpretare tutti gli indizi.

In modo particolare, siamo rimasti realmente affascinati dai personaggi e, soprattutto, da Arturo, il protagonista.

Senza approfondire troppo, per non rischiare di spoilerare nulla che potrebbe rovinare il gusto della lettura (e, credeteci, non è impresa facile), dobbiamo quantomeno soffermarci sulla sua complessità. Il romanzo parte mostrandoci un giovane uomo, ingenuo e un po’ ignorante, che del mondo fuori dal suo paese natale ha visto poco o niente.

Man mano che il romanzo procede, però, Arturo fa nuovi incontri, parla con le persone, scopre nuovi modi di pensare e nuove sfumature, rischia la vita (talvolta senza neppure rendersene conto) e quando è costretto al silenzio per diverso tempo, riflette. Tutto questo lo porta a cambiare, a maturare e, nel tempo, a vedere il mondo e gli eventi con occhi completamente diversi.

Da questo punto di vista, abbiamo apprezzato moltissimo anche il personaggio di Franz. La figura dell’ufficiale tedesco è infatti molto più complessa di quanto potrebbe apparire a un primo impatto. Tirato tra due mondi, tra due differenti modi di vedere, trova un equilibrio in un proprio codice morale e in una propria forma mentis. Questo da una parte lo rende più monolitico, più che altro perché già pienamente formato nel suo carattere e nelle sue esperienze; ma, al tempo stesso, ogni piccola variazione risuona in modo molto più ampio e incisivo.

Per quanto riguarda l’ambientazione del romanzo, qui davvero scopriamo tutto il talento di Fichera.

L’autore è infatti un vero artista nel fornire impressioni durature dei luoghi. Non ci troviamo mai di fronte a descrizioni minuziose e dettagliate, ma a impressioni forti che risultano estremamente durature. Da questo punto di vista, Fichera può essere considerato un maestro dell’impressionismo letterario.  Delle sue scene percepiamo il freddo e il caldo, i toni della luce e gli odori; un dettaglio diventa il mondo e il mondo spesso si concentra in quel dettaglio.

Nell’ambientazione ritroviamo anche le radici bisiache dell’autore, soprattutto nell’utilizzo di proverbi e detti tipici della realtà rurale di Ronchi dei Legionari (un comune italiano del Friuli-Venezia Giulia) del secolo scorso. Sebbene, infatti, il tempo cambi molto il protagonista, Arturo continua a portare con sé quella saggezza antica, alla quale fa ricorso ogni volta che ha un dubbio o deve interpretare una situazione.

Per quanto riguarda lo stile di scrittura vero e proprio, invece, abbiamo riscontrato dei lati positivi e dei lati negativi.

In primo luogo, ci è dispiaciuto dover constatare la presenza nel testo di numerosi errori e refusi. Si tratta di elementi che infastidiscono nella lettura e sono davvero un peccato, perché sarebbe bastato un giro in più di correzione per eliminarli.

Anche per quanto riguarda il ritmo della narrazione si sarebbe potuto fare di meglio. In modo particolare, l’esigenza di gestire il mistero fino a raggiungere il punto ideale per le rivelazioni ha forse costretto l’autore a dei giri abbastanza lunghi e a mescolare le carte un po’ troppo. Il risultato è una confusione di base, con qualche imprecisione e un paio di buchi nella trama. Lo stile narrativo costringe infatti il lettore a porre molta attenzione nella lettura e questo lo porta inevitabilmente a puntare gli occhi sulle incongruenze.

C’è una lentezza di fondo, legata alle riflessioni e agli spunti filosofici espressi con un linguaggio un po’ pesante, forse troppo accademico.

Eppure, e qui finalmente risaliamo agli aspetti positivi, c’è un’ottima gestione dei colpi di scena.

Sebbene Fichera sembri temporeggiare un po’ troppo, ha però anche la capacità di piazzare le rivelazioni e le informazioni essenziali nei punti perfetti: proprio nel momento in cui il lettore comincia ad “annoiarsi”, infatti, BAM! Arriva Il colpo di scena che ti fa dire: “Well played!”.

Anche le digressioni filosofiche subiscono la stessa sorte: se all’apparenza possono sembrare pure dissertazioni, quasi riempitivi del testo, il lettore ne resta suo malgrado affascinato e viene spinto alla riflessione: magie del mesmerista Petar Savo.

In conclusione, Un nodo di buona ventura di Marco Fichera è un’opera che davvero vale la pena di leggere. Sicuramente un’opera complessa, non adatta ai più giovani o ai lettori distratti, ma un romanzo che affascina e conquista, mostrandoci il mondo attraverso innumerevoli occhi.

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