Categoria: Anime e Manga

  • VOLTRON: LEGENDARY DEFENDER

    VOLTRON: LEGENDARY DEFENDER

    Prima venne il nipponico “Golion” (era il 1981) e solo in seguito giunse l’americano “Voltron: Defender of the Universe” (1983).

    Per qualche strano motivo, però, il robot gigante formato dall’unione dei cinque leoni (robot anch’essi), ebbe scarso successo nel paese del Sol Levante, riscuotendo invece il plauso del pubblico occidentale tanto che (notizia di pochi giorni fa), sembra avremo presto un live action dedicato al personaggio.

    Divenuto un’icona di culto per tutti i fanatici degli Anni ‘80, Voltron è ormai parte della cultura pop occidentale al pari di personaggi quali He-Man o Space Ghost, tanto da essersi meritato, nel 2016, una nuova serie animata: 78 episodi, andati in onda negli USA fino al 2018 e arrivati da noi con qualche anno di ritardo (gli ultimi episodi sono usciti in Italia nel 2021 su Netflix).

    Non sappiamo ancora quale sarà la trasposizione che vedremo sul grande schermo, ma sappiamo per certo che l’ultima versione animata ha cambiato molto i personaggi originali, adattandoli alla contemporaneità in modo divertente anche se stereotipata, riuscendo comunque a mantenere quasi intatti i concept originali tanto di Voltron che dei suoi piloti e alleati.

    In breve: l’imperatore Zarkon comanda il malvagio e militarista impero Galra, il cui scopo è la conquista assoluta di una galassia abitata da centinaia di specie evolute e culture aliene.

    L’unica arma che potrebbe fermare l’avanzata dei cattivi è il potente Voltron, una macchina da guerra leggendaria, che molto tempo prima difese l’universo da una immane minaccia.

    La Terra è un pianeta progredito (ma non abbastanza da affacciarsi sullo scacchiere galattico) che presto finirà per trovarsi sul sentiero di conquista di Zarkon e, per errore, alcuni piloti della Galaxy Garrison (l’accademia che forma astronauti per l’esplorazione spaziale del sistema solare) vengono catapultati nello spazio finendo per diventare i nuovi Paladini di Voltron (ossia i piloti dei 5 leoni).

    La storia è più o meno tutta qui e sebbene siano presenti numerosi plot twist e rivelazioni, sui ruoli e il passato tanto dei protagonisti quanto degli antagonisti, che rendono la trama abbastanza varia e complessa, senza limitarsi ai vecchi combattimenti continui delle serie precedenti, il punto focale è la maggiore importanza (e ruolo) data ai piloti rispetto al robot.

    Shiro, Keith, Lance, Hunk e Pidge, nonché la principessa aliena Allura, sono i veri protagonisti della serie. I loro rapporti, le azioni di cui sono attori e gli intrecci a essi legati la fanno da padrone. In questa versione appare molto più importante il peso dei singoli personaggi, di cui i leoni sono un’estensione e non il contrario.

    Inoltre, risulta molto più marcato il valore Elementale dei robot stessi, (Blu-Ghiaccio, Rosso-Fuoco, Giallo-Roccia, Verde-Foresta), dotati parzialmente di volontà propria, soprattutto nello scegliere il proprio Paladino.

    E poi c’è la magia, che sfida la scienza e la tecnologia mescolandosi con essere per creare una strana commistione di macchine, incantesimi e sortilegi, arrivando a trasformare Voltron e i suoi leoni più in Golem animati che in veri e propri robot.

    Un po’ come nel nipponico Magic Knight Rayearth (conosciuto da noi come Una porta socchiusa ai confini del sole), il mondo di Voltron diventa più un enorme fantasy spaziale, con tanto di Elfi (gli alteani da cui discende la principessa Allura) e ruoli che rievocano molto più il fantasy che la fantascienza, creando uno space-fantasy perfettamente godibile nonostante un’oggettiva mancanza di basi scientifiche.

    Volontà, amore, amicizia e spirito di sacrificio sembrano animare i Leoni, nonché Voltron stesso, molto più delle fonti energetiche o dei sistemi tecnologici di molti altri famosi mecha, rendendo la macchina e i suoi piloti delle creature simbiotiche, lasciandosi indietro i deliri pseudo scientifici per portare avanti una storia basata sul senso dell’essere umani.

    Si tratta di una serie animata adatta a tutti, che potrebbe però far storcere il naso tanto ai puristi della Sci-Fi quanto agli amanti della serie originale (molto più semplice e lineare), che presenta una varietà di contenuti trattati con tale naturalezza da risultare parte integrante della storia.

  • “VIDEO GIRL AI” – IL PRIMO MANGA NON SI SCORDA MAI

    “VIDEO GIRL AI” – IL PRIMO MANGA NON SI SCORDA MAI

    Ammettetelo, a molti di voi si saranno illuminati gli occhi solo a leggere il titolo. Ma, d’altra parte, è quello che succede a chiunque conosca davvero quest’opera.

    Tutti gli altri sono invitati a venire con me, in un viaggio indietro nel tempo.

    È una lontana e caldissima estate del 1994 quando mi ritrovo tra le mani il primo numero di Video Girl Ai, dell’autore (per me al tempo impronunciabile) Masakatsu Katsura, che un mio amico aveva insistito tantissimo che leggessi.

    Era la prima volta che mi trovavo davanti a un fumetto simile. Già, fumetto, perché al tempo i termini “manga” e “anime” (e persino “graphic novel”) non erano ancora entrati nel linguaggio comune e io non avevo ancora mai messo piede in una delle neonate fumetterie che, più in là, sarebbero diventate la mia seconda casa.

    Lo ammetto: leggere i 17 volumi (l’ultimo era appena uscito) pubblicati dalla Star Comics fu un vero inferno. La rilegatura era fatta in modo tale che, se non avessi bloccato la costina tra due falangi, si sarebbero staccate tutte le pagine; per di più, le tavole erano ribaltate per permettere la lettura “all’occidentale”, con la conseguenza che le scene centrali spesso si potevano solo intuire… Eppure, nonostante i crampi (e le dita bloccate in posizione da artiglio), furono sufficienti solo tre pagine per conquistarmi TOTALMENTE.

    L’edizione “distruggi mani” della Star Comics negli anni ’90

    Yota Moteuchi è un sedicenne come tanti altri e per di più affetto da una strabordante timidezza (accompagnata da una buona dose di sfortuna) nei confronti delle donne, tanto da essersi meritato il soprannome di Motenai Yoda (Senza Donne). Yota è da sempre segretamente innamorato di Moemi Hayakawa, la sua bellissima compagna di classe. Quando finalmente riesce a stare solo con lei, però, prima che lui possa dichiararsi, Moemi gli confida di essere innamorata di Takashi Niimai, il fascinoso migliore amico di Yota. Il ragazzo è distrutto, ma il suo buon cuore lo spinge a fare di tutto per aiutare la ragazza. Quando però lei si dichiara e Niimai e questi scopre che Moemi si è confidata con Yota, Takashi la respinge, sperando di che cerchi rifugio fra le braccia dell’amico.

    Yota soffre, non solo per il proprio cuore infranto, ma anche per le sofferenze di Moemi e Takeshi e proprio quando la sua tristezza raggiunge il picco, gli compare davanti un videonoleggio chiamato Gokuraku. Il ragazzo viene attirato da una videocassetta dal titolo “Io ti consolerò – Ai Amano” dove è riportato un anno come indicazione della durata. Tornato a casa, Moteuchi inserisce la cassetta nel suo videoregistratore e dal video… esce fuori una ragazza! È Ai, la protagonista del video. Ma a causa di un malfunzionamento del videoregistratore, sia il corpo che il carattere di Ai sono molto poco femminili.

    Inizia così una lunga storia fatta di amicizia, sentimenti profondi, fraintendimenti e tanti, tanti momenti comici che vi ruberà il cuore.

    Pubblicato per la prima volta in Giappone tra il 1989 e il 1992 sulla rivista Weekly Shōnen Jump, Video Girl Ai (電影少女 – Denei Shōjo Ai) è stato realizzato da Masakatsu Katsura, autore già molto famoso in patria e vincitore, nel 1981 del secondo posto nel prestigioso premio Tezuka.

    Autore molto prolifico, molti dei manga realizzati da Katsura sono giunti anche qui in Italia sulla scia del successo ottenuto con Video Girl Ai (1993-1994). Fra i più famosi ricordiamo DNA² (ed. it. 1995-1996), Present from Lemon (1996), Shadow Lady (1997), I”s (1997-2000) e Zetman (2004-2015).

    Anche a distanza di tanti anni, Video Girl Ai è ancora considerato un capolavoro indiscusso a livello mondiale. In Italia sono stati pubblicati anche Video Girl (storia autoconclusiva in volume unico che ha fatto da pilota a Video Girl Ai) e Video Girl Len (breve spin off, ambientato qualche anno dopo Video Girl Ai dove si scopre anche che fine abbiano fatto i protagonisti) entrambi nel 1994.

    Di Video Girl Ai sono stati realizzati anche un OAV e un Live Action, ma entrambi coprono solo i primi quattro volumi della storia e propongono dei finali completamente differenti dall’originale.

    Come dicevamo all’inizio dell’articolo, chiunque abbia mai letto questa storia non può fare a meno di portarla nel cuore.

    Non si tratta solo degli splendidi disegni, della regia delle immagini o dall’attenzione ai dettagli.
    C’è di più, molto di più.

    C’è una storia, al suo interno, in grado di risucchiarti, di trascinarti e sconvolgerti, facendoti provare sulla pelle e nell’animo le emozioni di ogni singolo personaggio, costringendoti a riflettere su cosa davvero significhino amore e amicizia.

    Katsura parla direttamente all’anima del lettore con ogni sua tavola. E ci mette tutto se stesso.

    “Io… voglio disegnare cose che lascino nel cuore di chi legge un sentimento di felicità. Sarei immensamente contento, se sapessi che qualcuno che non conosco si sente felice per merito dei miei libri… mi piacerebbe”

    Sono le parole pronunciate da Yota Moteuchi nel capitolo 71 e non è affatto complicato ritrovare il pensiero (e probabilmente il desiderio) del mangaka stesso.

    Ognuno dei personaggi da lui creato è qualcosa di più di un animo di carta: è un essere umano a pieno titolo, fatto di contraddizioni, speranze e paure, che ama e soffre, che si impegna e fallisce per poi provare ancora. E che si ritrova, talvolta, anche a non poter fare nulla.

    E se lo avete letto, proverete un colpo al cuore nel leggere il nome di Natsumi o a ricordare il giorno della tempesta.

    Se provassi, qui, a descrivere i personaggi nel tentativo di farveli conoscere e comprendere almeno un po’, non penso mi basterebbero dieci pagine per ognuno di loro. Proprio come non basterebbero per descrivere qualcuno che conoscete. Alla fine, verrebbe fuori solo un elenco infinito di aggettivi.

    Ad esempio, Ai è viva, è calda e respira e si aggrappa alla vita fino alla fine, fino all’ultimo secondo, con le unghie e con i denti. È forte, è vulnerabile, è allegra e disperata, coraggiosa, stanca, indomita, spaventata… Ai è un essere umano.

    Anche facendo così, non potrei mai riuscire a farvi comprendere. Proprio come non potreste mai comprendere le lacrime e i sorrisi, la gioia e la rabbia che riesco ancora a provare ogni volta che riprendo in mano quel vecchio fumetto.

    Quindi, se ancora non lo avete fatto, vi invito a scoprire il mondo delle Video Girl come lo ha creato Katsura, immergendovi nella sua storia e lasciandovi conquistare da Yota e da Ai.

  • “STEINS;GATE “ – SCIENZIATI PAZZI E LOOP TEMPORALI

    “STEINS;GATE “ – SCIENZIATI PAZZI E LOOP TEMPORALI

    Bentrovati, amici del fantasy.

    Oggi ci dedichiamo alla fantascienza parlando di Steins;Gate (シュタインズ・ゲート Shutainzu Gēto), visual novel giapponese incentrata sui concetti di balzo temporale e realtà alternative.

    Nata nel 2009 come secondo capitolo del popolare videogioco Chaos;Head, è stata sviluppata da 5pb e Nitroplus e definita dai suoi stessi creatori come “ADV di scienza ipotetica” (dove l’acronimo ADV indica i videogiochi di avventura).
    Sulla scia del successo del primo videogioco, Steins;Gate ha portato alla produzione di numerosi collaterali, tra cui cd della colonna sonora, programmi radiofonici, serie successive di videogiochi e (naturalmente) un manga e un anime. Questa recensione sarà incentrata proprio su quest’ultimo, curato da White Fox, che è attualmente disponibile in streaming sulla piattaforma Netflix.

    La storia è ambientata nel quartiere di Akihabara (spesso chiamato anche Akiba) di Tokyo, paradiso dell’hardware per appassionati, dove lo scienziato pazzo (come lui stesso ama definirsi) Rintarō Okabe, con il super hacker Itaru “Daru” Hashida e la piccola Mayuri Shiina hanno installato il loro laboratorio di gadget futuristici.

    Il 28 luglio 2010, Rintarō e Mayuri si trovano al Palazzo della Radio per una conferenza sulla macchina del tempo, ma il ragazzo si trova per caso davanti a una scena tragica: la giovane scienziata Kuriso Makise è stata assassinata e giace in un bagno di sangue. Sconvolto, invia una mail a Daru proprio mentre questo è impegnato in un esperimento con uno dei loro gadget, il microonde telefonico.
    Senza che Rintarō se ne renda conto, quell’interazione crea una distorsione che lo porta in un universo alternativo, dove Kuriso è viva e vegeta e la mail che ha inviato è stata ricevuta una settimana prima.
    Da quel momento prende il via un vortice di eventi che porterà i quattro ragazzi nelle mire del SERN. Il noto istituto di ricerca è infatti da anni impegnato nel tentativo di costruire una macchina del tempo e la prima D-Mail (abbreviazione di DeLorean mail, come i protagonisti le hanno battezzate), finita nei loro sistemi, lo mette sulle loro tracce.
    A causa di questa situazione la dolce Mayuri viene uccisa e Rintarō compirà diversi balzi temporali, grazie al dispositivo costruito da Kuriso, per tentare di salvarla.

    Nonostante il tema dei viaggi nel tempo e del multiverso determinato dai cambiamenti nel passato sia un tema più che sfruttato, Steins;Gate può sicuramente definirsi una storia riuscita, grazie soprattutto alla rigorosità degli eventi scientifici. D’altra parte, la storia è stata creata con l’idea di progettare una realtà che fosse “per il 99% scientifica e l’1% fantasy”… e ci sono riusciti.

    L’idea per i viaggi nel tempo si basa sull’utilizzo dei Buchi Neri di Kerr, da attraversare per poter effettuare lo spostamento temporale. Tuttavia, a livello fisico, tali buchi sono “troppo piccoli” per poter permettere il passaggio di una persona e la compressione ne determina invariabilmente la morte. È tuttavia possibile far passare una piccola quantità di dati, ecco spiegato il successo degli esperimenti con le D-Mail.

    Sulla base di questo principio, però, Kuriso costruisce un dispositivo in grado di digitalizzare i ricordi di una persona, di comprimerli in pochi byte – unica pecca a livello di credibilità del processo scientifico – e di inviarli al se stesso di un passato recente. Non si tratta, quindi, di un vero e proprio viaggio nel tempo ma di un “più semplice” balzo temporale.

    Ogni intervento che modifichi il passato, però, ha delle conseguenze che determinano una diramazione della linea temporale creando una divergenza (il termine vi suona familiare?) che altera in modo più o meno evidente la realtà. Altra cosa interessante è che seppure tutti gli altri dimenticano quasi totalmente il passato (o, meglio, lo ricordano solo a tratti, come se si trattasse di un sogno), Rintarō mantiene invece intatti tutti i suoi ricordi.

    Senza un’attenzione rigorosa alle regole imposte dagli spostamenti temporali, questa serie non avrebbe avuto lo stesso successo. Di fatto, invece, seppure meno complessa, richiama alla mente la serie di Dark, sia per la tematica, sia per il livello di tensione crescente e gli innumerevoli colpi di scena.

    Certo, bisogna avere il coraggio di andare oltre le prime puntate che, anche se un po’ sottotono rispetto al resto, sono necessarie non solo per comprendere l’intera storia (che si svolge tutta nell’arco – ripetuto – di pochi giorni) ma anche per approfondire il rapporto tra i vari personaggi.

    Balzo temporale dopo balzo temporale, pure nella ripetizione delle scene, approfondiamo infatti la conoscenza di ognuno di essi, come guardandoli da angolazioni differenti, fino a raggiungere un approfondimento psicologico davvero notevole.

    Con il procedere della storia, però, il ritmo e i colpi di scena crescono in modo esponenziale, costringendo letteralmente lo spettatore a divorare puntata dopo puntata.

    Unica vera pecca, secondo chi scrive, è che la storia si sarebbe dovuta concludere con la puntata 22, senza la parte dell’after credits. Gli episodi dal 23 al 25, infatti, sembrano più un “contentino” per romantici e suonano un po’ come una forzatura, nel tentativo di non lasciare assolutamente nulla in sospeso.

    L’episodio 26, invece, l’ultimo della serie autoconclusiva, rappresenta un finale alternativo. Si tratta di una sorta di What if… dedicato forse ai fan del videogioco (che hanno avuto la possibilità di esplorare numerosi finali alternativi) o, forse, da vivere come introduzione a Steins;Gate 0 un midquel in cui la storia viene ripresa a partire da questa versione.

    A parte questo piccolo appunto, siamo convinti che la serie Steins;Gate troverà l’approvazione di tutti gli appassionati del genere e anche di chi considera i viaggi nel tempo come roba già vista.

    https://youtu.be/dd7BILZcYAY
  • “HEAVEN’S OFFICIAL BLESSING” – EMOZIONI CHE TRAVALICANO IL TEMPO

    “HEAVEN’S OFFICIAL BLESSING” – EMOZIONI CHE TRAVALICANO IL TEMPO

    Bentrovati amici dell’Oriente.
    Dato che non di solo Giappone vive l’anime, oggi vi parleremo di una meravigliosa produzione cinese, approdata sulla piattaforma streaming Netflix ad aprile del 2021: Heaven’s Official Blessing (天官赐福 – Tiān Guān Cì Fú).

    Heaven’s Official Blessing è un donguha (un anime cinese) nato come adattamento di un romanzo xianxia (un sottogenere del fantasy ispirato al folklore e alla mitologia della Cina) scritto da Mo Xiang Tong Xiu (墨香铜臭) e pubblicato originariamente su Jinjiang Literature City, un famoso sito cinese.

    La realizzazione e la distribuzione del donguha sono state a opera di BiliBili e Funimation.

    Se ancora non lo avete visto, saltate la trama (gli spoiler lì sono inevitabili) e andate oltre.

    Trama

    Xie Lian era il principe del regno di Xianle circa ottocento anni fa.

    Molto amato, bellissimo, intelligente e forte, viene scelto dall’Imperatore Celeste e fatto ascendere come divinità. Tuttavia, senza che le motivazioni vengano ben chiarite, viene poi esiliato. E questo succede ben tre volte, fino a quando la sua ultima, portentosa, ascesa non causa una serie di costosi danni al Regno Celeste e ai possedimenti di altre divinità. Per ripagarle, quindi, Xie Lian accetta di rispondere alle preghiere di alcuni fedeli, preoccupati per la presenza di un fantasma che rapisce e uccide le giovani spose.

    Con l’aiuto di Nan Feng e Fu Yao, due divinità minori, architetta una trappola.
    A causa dell’assalto di non morti, Xie Lian rimane tuttavia solo e viene salvato da un misterioso personaggio che presto si scoprirà essere Hua Cheng, un potentissimo spettro temuto anche dagli dei più potenti, che poi sparirà nel nulla.

    Dopo aver risolto “il caso” dello Sposo Fantasma, il principe ha ripagato i suoi debiti e torna sulla terra per creare un proprio santuario e trovare dei fedeli. Durante la sua permanenza fa la conoscenza di un giovane bellissimo e intelligente il cui nome è San Lang, che alla fine lo accompagnerà nella sua successiva (e pericolosissima) missione.

    Il Nostro commento

    Questa serie, che viene inserita all’interno della categoria danmei dei donguha (ossia, anime che trattano il tema delle relazioni romantiche tra due personaggi maschi) ci ha letteralmente conquistati.

    Partiamo proprio dal rapporto tra Xie Lian e San Lang.

    L’intero arco narrativo procede su due binari paralleli, dove le indagini, gli scontri e le battaglie si susseguono accompagnati dall’evolversi dell’amicizia tra i due giovani.

    La loro reciproca attrazione è molto più che evidente fin dal loro primo incontro, nonostante sia lampante che appartengano a due regni opposti e, generalmente, in contrasto. Tuttavia, il loro legame viene trattato in modo così delicato e puro che non si può fare a meno di restarne conquistati.

    Tra loro non si parla mai di amore, non si vedranno mai scene “piccanti” di alcun tipo. Eppure, ogni contatto, ogni gesto protettivo e galante (inevitabilmente seguito da un istante di imbarazzo o di esitazione) è l’espressione di un legame che travalica il tempo e lo spazio.

    Non si può fare a meno di rimanere incantati dalla poesia di ognuna di queste scene, che procurano allo spettatore quelle stesse emozioni che si provavano da adolescenti, quando (ad esempio) due dei protagonisti di una serie si fiorano appena una mano.

    San Lang che si sposta appena di un passo per proteggere Xie Lian da una minaccia; Xie Lian che presta il suo cappello all’amico o che si getta in una fossa altissima per seguirlo… gesti istintivi, cauti, purissimi, ma che lasciano lo spettatore affascinato e toccato.

    Quasi come contrappunto alla delicatezza di questa relazione, gli scontri sono sempre caratterizzati dalla violenza delle passioni e dei gesti. Rabbia, disperazione e furia sono il fuoco che tiene vivo il rancore a distanza di secoli e muove esseri umani e divinità allo stesso modo.

    La realizzazione delle battaglie è magistrale, ogni movimento calcolato e preciso e costruito non solo in favore della spettacolarità degli scontri, ma anche per sottolineare i diversi stili di combattimento (non a caso i movimenti si San Lang sono più simili ai passi di una danza).

    Particolarmente toccanti sono anche le motivazioni che muovono i “cattivi”. Si tratta di storie di tradimento e disperazione, elementi che seppure non giustificano i loro comportamenti, riescono tuttavia a colpire il lettore, che in qualche modo riesce a comprendere le loro motivazioni e a “stare dalla loro parte”. Tutti elementi che, come sappiamo, sono caratteristici dei migliori villains di ogni storia.

    Il livello della realizzazione grafica è altissimo. Sebbene la caratterizzazione dei singoli personaggi non si differenzi molto, la resa stilistica è impressionante. I tratti sono classici e puliti, con rari utilizzi alla CGI che, tuttavia, non stonano.

    Personalmente ho trovato il doppiaggio molto interessante, in particolare quello dei protagonisti.
    A contrasto con la mimica facciale, estremamente espressiva e che, talvolta, scivola nel fumettistico (specie per quanto riguarda i personaggi di Nan Feng e Fu Yao, che rappresentano l’elemento comico) i toni di Xie Lian sono sempre pacati e bassi, quasi piatti. Sebbene, di primo acchito, possa sembrare uno sbaglio, in realtà questa caratterizzazione si accorda perfettamente al personaggio, che compensa la mancanza di “picchi tonali” con l’espressività.

    Quello che in realtà più disturba è forse qualche errore di sincronizzazione tra il parlato e il labiale.

    In generale, Heaven’s Official Blessing è un’opera di tutto rispetto che siamo certi sarà in grado di affascinare e coinvolgere chiunque sappia apprezzare i toni e la bellezza delle produzioni orientali.

    La prima stagione della serie animata copre solo i primi due archi narrativi della storia originale ed è una specie di lungo prologo introduttivo a quello che (speriamo) sarà poi l’evolversi del racconto principale.

    Per fortuna, è già in corso la realizzazione della seconda stagione che dovrebbe approdare su Netflix già nella prima metà del 2022.

  • PRETTY GUARDIAN SAILOR MOON ETERNAL – IL FILM – RECENSIONE

    PRETTY GUARDIAN SAILOR MOON ETERNAL – IL FILM – RECENSIONE

    Amanti degli anime e dei manga, durante questo breve weekend abbiamo fatto un salto negli anni ‘90 grazie alla messa in streaming su Netflix di Pretty Guardian Sailor Moon Eternal.

    Realizzato per il ventennale della prima uscita del manga, il film in due parti (per una durata totale di 2 ore e 40 minuti) rappresenta il quarto capitolo della storia delle Guerriere Sailor e il seguito dei reboot realizzati con Sailor Moon Crystal e Sailor Moon Eternal (per chi era già nell’età della ragione alla prima messa in onda italiana, corrisponde a Sailor Moon e il mistero dei sogni).

    Dopo aver salvato Hotaru Tomoe, alias Sailor Saturn, affidata in fasce a Neptune, Uranus e Pluto, le guerriere si godono una parentesi di pace.
    La piccola Chibiusa si appresta a tornare al Trentesimo Secolo, ancora insoddisfatta di sé e intimamente invidiosa dell’amica – e futura madre – Usagi/Sailor Moon, più grande, bella e forte. Il suo ritorno viene tuttavia ostacolato dall’arrivo del Dead Moon Circus, i nuovi nemici che vogliono conquistare il pianeta per la regina Nehellenia e che impongono una barriera sulla città, barriera che impedisce alle guerriere sailor di trasformarsi.
    Ognuna di loro dovrà sconfiggere le proprie paure e imparare a credere nei propri sogni per riottenere il potere della trasformazione.
    In loro aiuto arriverà Pegasus, un cavallo alato che sembra avere una profonda connessione sia con la piccola Chibiusa che con Mamoru/Tuxedo Mask e che rivelerà loro l’origine della pericolosa malattia che ha colpito l’affascinante ragazzo.
    Sarà necessario l’aiuto di tutte le guerriere per sconfiggere questi nuovi e potenti nemici e, soprattutto, la maledizione che rischia di uccidere la Principessa Serenity e il Principe Endimion e consegnare il mondo all’oscurità.

    La realizzazione grafica è assolutamente stupenda.
    La versione degli anni ‘90 si discostava infatti moltissimo dal tratto più leggiadro ed etereo del manga originale, ripreso in seguito dal reboot versione Crystal.
    Nel lungometraggio è stata adottata una riuscitissima via di mezzo che non solo non stravolge il canone estetico originale ma che è anche, per di più, estremamente bello.

    Anche la storia risulta valida.
    Sono capitati moltissimi casi, in passato, in cui la conversione a lungometraggio di una serie sia risultata riduttiva e pressappochista, denaturando completamente la storia.
    Nel caso di Pretty Guardian Sailor Moon Eternal abbiamo, invece, un prodotto davvero ben riuscito. Più vicino al manga originale, elimina tutti i tempi morti e i combattimenti ripetitivi della prima serie, mantenendo un ritmo crescente che, nella seconda parte, riesce a portare a compimento tutte le diverse situazioni senza nulla togliere all’approfondimento psicologico dei personaggi.

    Fortunatamente, poi, anche nel doppiaggio sono stati mantenuti i nomi originali giapponesi (quindi via tutti i Bunny, Marzio e Marta) con la sola variante di Tuxedo Kamen trasformato in Tuxedo Mask.

    Inoltre, abbiamo finalmente il piacere di poterci godere la storia dei vari personaggi senza gli stravolgimenti imposti dalla censura e, per la prima volta, possiamo apprezzare il rapporto tra Michiru e Haruka (Naptune e Uranus).
    Le scene iniziali in cui appaiono sono di una dolcezza e di una familiarità incredibili (vi sfido a non sorridere quando Haruka si esalta per aver visto un’offerta su pannolini e latte in polvere) e l’amore tra loro e l’affetto profondo che le lega a Setsuna (Pluto) e alla piccola Hotaru trasmettono il calore vero di una famiglia.
    Tant’è che una piccola parte di loro soffre all’idea di abbandonare quella dimensione di pace e amore per tornare alla lotta.

    Ah, c’è anche un’altra piccola, bellissima chicca: la possibilità di vedere Luna Artemis e Diana nella loro forma umana e Usagi e Chibiusa rispettivamente nelle versioni bambina e adolescente.

    Le tematiche trattate sono quelle classiche (ne abbiamo parlato anche in quest’altro articolo dedicato alle guerriere vestite alla marinaretta) dell’amicizia, dell’amore, del rispetto, del credere in se stessi e, soprattutto, del girl power dove, la maggior parte delle volte, almeno, è la principessa a salvare il suo principe.

    Insomma, che dire? Forse resta solo da ammettere che, anche dopo tanti anni, non abbiamo potuto fare a meno di alzare la mano e gridare “Potere del Prisma di Luna, trasformami!”

  • ANIMA D’INCHIOSTRO – ADDIO A KENTARŌ MIURA

    ANIMA D’INCHIOSTRO – ADDIO A KENTARŌ MIURA

    Avevo 16 anni la prima volta in cui uno dei miei giocatori di D&D, uno nuovo, arrivato da poco e alla prima esperienza con il mondo del gioco di ruolo, mi chiese se fosse possibile che il suo personaggio fosse un guerriero mercenario, con un cannone nel braccio, capace di brandire con una sola mano uno spadone dalle dimensioni esagerate (non potete immaginare quanto fu utile per tutti i fan del manga l’introduzione del talento “presa della scimmia” in D&D).
    All’epoca non avevo ancora sentito parlare di Berserk, né conoscevo il nome di Kentarō Miura ma, mosso dalla curiosità, volevo informarmi e chiesi al ragazzo in questione di poter dare un’occhiata ai volumi da cui aveva tratto l’idea del suo, all’epoca poco originale, “Gatzu”.

    Erano altri tempi (non esistevano ancora né Internet né i cellulari) e noi eravamo un gruppo di adolescenti brufolosi capaci di divorare tonnellate di manga e comics, o passare interi weekend (notti comprese) tra una partita di basket (chissà come mai) e una sessione di D&D.
    Sapete, da quel lontano giorno, quanti altri aspiranti avventurieri si sono seduti al tavolo con me presentandomi come personaggi i loro guerrieri mercenari ispirati a Gatsu o Grifis? Stamattina ne ho contati a memoria più di una dozzina.

    Penso che questa sia la testimonianza più semplice e diretta del profondo segno lasciato dall’opera di Kentarō Miura in almeno tre generazioni di lettori.

    La morte del maestro, a soli 54, anni lascia incompiuta la sua opera più famosa, quel Berserk – iniziato nel lontano ottobre del 1989 – che lo ha portato a diventare una leggenda nel mondo dei manga e la cui conclusione, adesso, non vedremo mai.

    Scandita da lunghe pause, la produzione del suo seinen è sempre stata fortemente travagliata (fatto, questo, che ha contribuito a crearne la leggenda) e conflittuale, forse proprio per l’oscura forza di personaggi troppo sfaccettati ed emotivamente complessi per restare vincolati dai limiti di carta e inchiostro.

    L’opera di Miura, in particolare Berserk, è un lungo viaggio attraverso il buio che alberga nell’animo umano, una perigliosa esplorazione delle peggiori bassezze di cui gli uomini possono essere capaci. Un’ordalia che per quanto cupa e violenta, è sempre stata disturbante nella sua tremenda veridicità. La follia, l’odio, la sete di potere, la violenza fisica, mentale e sessuale sono sempre state trattate per quello che sono: nefandezze dalle quali neanche i migliori tra noi riescono mai del tutto a liberarsi, capaci di spezzare perfino uomini dalla volontà ferrea.
    Una visione fortemente negativa dell’esistenza, bilanciata da quella malinconica e solitaria scintilla di luce, che continua a sopravvivere nonostante tutto il male cui ciascuno assiste ogni giorno.

    Il tratto del maestro, a volte semplice altre, invece, incredibilmente sovraccarico, ha sempre reso perfettamente la tensione nevrotica dei corpi quanto la dirompente potenza emotiva dei suoi personaggi, tanto da rendere epiche e memorabili molte delle sue tavole.

    Il suo immaginario, privo di eroi e pieno di antieroi dalle motivazioni realisticamente complesse nella loro semplicità, influenza da anni tanto il mondo del fumetto quanto quello del fantasy in generale e, come testimoniato dai numerosi aspiranti emuli, le sue creazioni sono ormai divenute metro di paragone per qualsiasi altra opera o personaggio venuto dopo.

    La Compagnia dei Falchi, i 5 della Mano di Dio, l’ammazza draghi, il cavaliere del teschio e soprattutto i personaggi principali: Gatsu, Grifis, Caska e Puk, sono parte integrante di quella cultura nerd che lega milioni di persone nel mondo.
    Per capire l’importanza rivestita da Miura basta (forse dovrei dire bastava) andare a qualsiasi fiera di settore, per scoprire come la stragrande maggioranza delle persone, anche nel caso in cui non abbia mai effettivamente letto il manga, sappia riconoscere senza fatica l’iconica “spada di Berserk”.

    È davvero con la morte nel cuore, quindi, che salutiamo Miura insieme a tutti i suoi personaggi.

    “Have no fear for real, it’s just a turning wheel / Once you start up, there’s no other way / Don’t put your eyes on boots, step forward your roots”

    Fanart realizzata da The Black Rabbit Art



  • SONO VENUTA FIN QUI PER PUNIRTI IN NOME DELLA LUNA! – SAILOR MOON –

    SONO VENUTA FIN QUI PER PUNIRTI IN NOME DELLA LUNA! – SAILOR MOON –

    Sono venuta fin qui per punirti in nome della Luna!

    Bentrovati amici.
    Data la citazione, avrete già capito a chi sarà dedicato questo articolo della rubrica Manga e Anime, quindi, senza ulteriori indugi, vi presentiamo Bishōjo senshi Sērā Mūn, meglio conosciuto, qui in Italia, come Pretty Guardian Sailor Moon, dell’impareggiabile Naoko Takeuchi.

    Usagi Tsukino (in Italia Bunny) è una ragazzina delle scuole medie. Simpatica, un po’ impacciata e un disastro negli studi, la sua vita cambia totalmente quando incontra Luna, una gattina parlante che le consegna una spilla in grado di trasformarla in Sailor Moon, una guerriera della giustizia vestita alla marinaretta, il cui compito è proteggere la terra dal Dark Kingdom e ritrovare la principessa della Luna.
    Con l’aiuto di Ami, Rei, Makoto e Minako (in Italia, rispettivamente, Ami, Rea, Morea e Marta), altre guerriere sailor che si uniranno a lei, Usagi dovrà combattere le oscure forze del male. Per sua fortuna, però, potrà contare anche sul sostegno di Tuxedo Kamen (Milord), la cui vera identità è quella di Mamoru (Marzio), un ragazzo con cui la piccola Usagi va tutt’altro che d’accordo.

    Questo è solo l’inizio della fortunatissima serie degli anni ’90 che è ancora oggi oggetto di vero e proprio culto tra i fan.

    Come anticipato, l’autrice dell’opera è la bravissima Naoko Takeuchi, mangaka giapponese classe 1967, sposata con il collega Yoshihiro Togashi (conosciutissimo in Italia per le sue opere Hunter x Hunter e Yu Yu Hakusho).
    Nel 1985 vince il secondo premio Nakayoshi Comic (dedicato agli esordienti) con Yume ja nai no ne (Non era un sogno) e nel 1986 il premio per i nuovi artisti della Nakayoshi con Love Call. Nel 1993 ha vinto il 17º Kodansha Manga Award per il manga shōjo di Sailor Moon.
    Tra le sue numerose opere ci sono anche Chocolate Christmas, The Sherry Project, Miss Rain e PQ Angels.

    Sailor Moon nasce da un manga precedente, Codename Sailor V (Nome in codice Sailor V) del 1991, con protagonista Minako Aino, la futura Sailor Venus.

    La prima edizione ufficiale del manga è del 28 dicembre 1991, editore Kōdansha – l’unico per cui la Takeuchi lavori – mentre in Italia giunge solo nel 1995 grazie a Star Comics.
    La trasposizione animata, invece, va dal 1992 al 1997, in Giappone, e dal 1995 al 1997 in Italia (reti Mediaset).
    L’anime è composto da 5 stagioni, per un totale di circa 200 episodi, a cui seguono tre film cinematografici, due cortometraggi e tre special televisivi.

    Nel 2010, a seguito dello sblocco dei diritti, viene pubblicata una nuova versione la cui trasposizione animata Pretty Guardian Sailor Moon viene trasmessa su Rai Gulp fra il 2016 e il 2017. La parte finale di questa serie è stata realizzata con un lungometraggio in due parti dal titolo Pretty Guardian Sailor Moon Eternal – Il Film, che sarà trasmesso in streaming da Netflix a partire dal 3 giugno.

    Oltre al manga e all’anime (nelle sue varie versioni), sono stati realizzati anche un musical teatrale e una serie live action, oltre a un numero infinito di gadget e videogiochi.

    Sailor Moon è stata una vera rivoluzione negli anni ’90, già affollati di maghette e streghette di ogni genere.
    Il tratto del disegno, più longilineo e delicato nel manga, più marcato e rotondeggiante nell’anime, è divenuto in breve tempo icona di stile, influenzando moltissimo le opere successive di altri autori, e la storia d’amore tra Usagi e Mamoru viene ancora celebrata come una delle più romantiche di tutti i tempi (tant’è che molte spose, anche oggi, decidono di realizzare il proprio abito da sposa in stile Princess Serenity).

    Vuoi per lo stile del disegno, vuoi per il messaggio di forza e femminilità insieme, questo shōjo è divenuto in pochissimo tempo un best-seller a livello internazionale, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo.

    Per comprendere la portata di quello che è divenuto, a tutti gli affetti, un fenomeno di massa, basti pensare che, in Giappone, questa serie ha prodotto da sola un fatturato di 1,5 miliardi di dollari nei primi 3 anni di trasmissione, assicurando alla rete televisiva che lo trasmetteva uno share fisso del 12% per tutta la durata della serie.
    Dopo 10 anni, ancora occupava saldamente la testa del TV Asahi’s Top 100 Anime polls e, nel 2017, è stata inserita nel Best anime 100, un sondaggio condotto da NHK per celebrare un secolo di animazione giapponese.

    Ancora oggi vengono creati prodotti di merchandising di ogni genere, dedicati alla guerriera vestita alla marinaretta.

    Oggi Sailor Moon è un’icona indiscussa, tuttavia, al suo arrivo in Italia, ha subito numerose critiche, come era tipico di quel periodo in cui i diritti di prodotti stranieri come questo venivano acquistati per destinarli ai bambini senza differenziazione di fasce d’età.
    Le principali critiche riguardavano la violenza degli scontri, dove i protagonisti spesso muoiono ma, soprattutto, i riferimenti sessuali.
    Da questo punto di vista risultavano particolarmente inaccettabili sia il rapporto omosessuale tra Sailor Neptune e Sailor Uranus, sia i personaggi delle sailor Starlight (di sesso maschile ma che si trasformavano in donne combattenti).
    Queste controversie hanno portato a una serie notevole di rimaneggiamenti e censure che lasciarono sgomenta la stessa autrice.

    Si potrebbe parlare ancora moltissimo di quest’opera: del messaggio di speranza, solidarietà, amicizia e accettazione di cui è permeato, della bellezza della storia, delle musiche struggenti, delle infinite curiosità, della delicatezza delle macro-trame…
    Ma Sailor Moon ha realmente creato un mondo sterminato che richiederebbe, per essere adeguatamente esplorato, una specie di enciclopedia.
    Per il momento, quindi, ci fermiamo qui, nell’ansiosa attesa del lungometraggio di prossima uscita, pronti a recensirlo per voi.

    E per quanto vi riguarda? Qual è il vostro pianeta protettore?

  • “COSÌ PARLÒ ROHAN KISHIBE” – STORIE DI NORMALE FOLLIA

    “COSÌ PARLÒ ROHAN KISHIBE” – STORIE DI NORMALE FOLLIA

    Bentornati nel magico mondo dei manga e degli anime!
    Oggi vi presentiamo la mini-serie paranormal-fantasy Così Parlò Rohan Kishibe, dell’impareggiabile maestro Hirohiko Haraki.

    Ideata inizialmente come soggetto originale, il progetto divenne uno spin-off di Diamond is Unbreakable, quarta serie di Le bizzarre avventure di JoJo (che abbiamo recensito per voi in questo articolo).
    Il manga è composto, in totale, da nove capitoli autoconclusivi, raccolti in due tankōbon. Fra questi anche il capitolo Rohan Kishibe va da Gucci, pubblicato per la rivista SPUR.
    La versione cartacea è uscita in Giappone sulla rivista Jump Comics, mentre in Italia l’edizione è stata affidata alla Star Comics, che la pubblicatra il 2015 e il 2019.
    È stato realizzato anche un adattamento OVA (original anime video), che però conta solo quattro episodi, attualmente visibili in streaming su Netflix, che corrispondono ai capitoli 3, 2, 1 e 9 del manga.

    Rohan Kishibe, il famoso mangaka portatore dello stand Heaven’s Door, racconta ad alcuni degli altri personaggi di JoJo (direttamente ai lettori, nel manga) degli stranissimi e spaventosi casi di cui è stato testimone.

    Il primo è intitolato Il Confessionale, ambientato in Italia nella città di Venezia.
    Entrato in una chiesa per fare delle ricerche per una sua opera, Rohan decide di entrare in un confessionale per capire cosa si provi. Per errore si posiziona, però, nella parte riservata al sacerdote e si ritrova così ad ascoltare la confessione di un uomo che ammette di essere stato la causa, in gioventù, della morte di un senzatetto. Il fantasma di quell’uomo, tormentato dall’odio, gli lancia una maledizione che lo perseguita ancora oggi e che lo ha portato a compiere delle azioni a dir poco demoniache.

    Il secondo è La collina di Mutsukabe. Mentre conduceva delle ricerche per un suo manga, Rohan scopre, grazie a Heaven’s Door, la storia di Naoko Osato, ricca studentessa universitaria. Fidanzata con un uomo facoltoso, si è presa come amante Gumpei, giardiniere della sua villa. Dopo un alterco, Naoko lo uccide per errore e tenta di nasconderne il corpo. Il cadavere di Gumpei, però, continua a sanguinare senza sosta e la giovane, suo malgrado, è costretta ad occuparsi di lui ogni giorno, finendo per affezionarglisi.
    Dopo un incontro fortuito (e spaventoso) con la figlia nata dalla relazione di Naoko e Gumpei, l’artista capisce che sulle colline di Mutsukabe ci sono diversi spiriti, che si riproducono grazie al loro rapporto con gli umani per poi fare in modo di morire di fronte alla loro vittima, costringendola a prendersi cura di loro per il resto della vita.

    Il terzo episodio è Il villaggio dei milionari. L’editrice di Rohan è decisa ad acquistare una villa in un villaggio abitato da milionari che, si dice, faccia la fortuna di chiunque abiti lì.
    Il mangaka la accompagna scoprendo, una volta lì, che la condizione essenziale per acquistare la villa è quella di rispettare le buone maniere fin nel più piccolo particolare.
    Gli Dei della Montagna puniscono infatti ogni infrazione togliendo all’aspirante acquirente una cosa cara.
    I due rischiano la propria vita e riescono a salvarsi solo grazie all’intervento di Haven’s Door. Possono quindi lasciare la villa senza danni, anche se non potranno tornare mai più.

    L’ultimo episodio è intitolato La corsa. Yoma Hashimoto è un bel ragazzo che viene ingaggiato come modello riuscendo a ottenere un successo immediato. La popolarità gli dà però alla testa, trasformandolo in un narcisista con l’ossessione della forma fisica.
    Per lui non esiste più nulla se non l’allenamento e la sua follia è tale che uccide chiunque interferisca con esso.
    Rohan lo incontra in palestra e, sconsideratamente, lo sfida a una corsa sul tapis roulant che si conclude con la vittoria del mangaka e, a causa del carattere dell’artista, nell’umiliazione del modello.
    Tempo dopo i due si incontrano nuovamente e Yoma chiede la rivincita. Quella che era iniziata come una gara sportiva si trasforma in una lotta per la vita. Grazie al suo stand, Rohan perde la gara ma riesce a sopravvivere a discapito dell’altro. Tuttavia, terrorizzato ed esausto, l’artista fugge in tutta fretta, dubitando che il suo rivale sia realmente morto.

    Hirohiko Haraki dimostra ancora una volta il suo incredibile talento, riuscendo a creare delle storie brevissime eppure affascinanti e coinvolgenti.
    Ognuno dei racconti è permeato da un filo di tensione continuo e crescente che incatena lo spettatore dall’inizio alla fine.
    Le ambientazioni sono varie (si passa dalla cattedrale di San Marco, alla villa sperduta nei boschi giapponesi per finire, poi, in una palestra iper-attrezzata), così come diversissimi tra loro sono i protagonisti di ogni racconto.
    In pochi minuti, o in poche pagine, Haraki riesce a tratteggiare dei personaggi complessi, a tutto tondo, e a raccontare la loro storia in modo incisivo e completo.
    La grafica è eccezionale – non la si potrebbe definire in modo diverso – riprendendo le caratteristiche già inserite nella serie principale di JoJo dove ha abbandonato la muscolatura ipertrofica, tipica degli idoli degli anni ’90, a favore di corpi più efebici e longilinei, la cui struttura muscolare è però più definita ed esaltata. Le pose plastiche rimangono, così come i dettagli stilistici, che sono uno dei tratti distintivi del mangaka, e la bizzarria degli eventi.

    Altro elemento che ritorna, con nostra somma gioia, è il modo in cui le situazioni vengono risolte: tramite l’intelligenza. Si tratta di uno degli elementi più interessanti a cui il maestro ci ha ormai abituati e che rende le sue opere fra le migliori della produzione moderna. Nonostante l’abbondanza di muscoli e caratteristiche fisiche in genere, infatti, la parte da leone è assegnata al cervello dei protagonisti, che solo grazie ad esso riescono a prevalere e a salvarsi. E Rohan Kishibe non fa eccezione.

    Insomma, una serie (purtroppo) breve ma interessantissima, che consigliamo sia a coloro che amano l’opera magna di Haraki (e che qui la ritroveranno nella sua forma più smagliante), sia a coloro che ancora non la conoscono e che ne verranno sicuramente ingolositi.
    Infine vi lasciamo con il video dell’opening dell’anime, che con i suoi toni onirici dà un’idea perfetta dell’atmosfera di ogni puntata.
    A presto!

  • Erased – Un thriller fuori dal tempo

    Erased – Un thriller fuori dal tempo

    Bentrovati amici del Sol Levante.
    Dopo tanto tempo torniamo finalmente a parlare di anime e manga con Erased (Boku dake ga inai machi, “La città in cui io non ci sono”) dal mangaka Kei Sanbe.

    L’autore non è ancora molto famoso in Italia pur avendo già realizzato diverse opere, tuttavia in Giappone il suo nome comincia davvero a farsi conoscere.
    Sanbe ha lavorato al fianco di Hiroiko Haraki per ben otto anni, divenendo infine assistente capo nella realizzazione dell’opera magna del maestro (Le bizzarre avventure di JoJo, la cui recensione potete trovare in questo articolo).
    A quel punto si mette in proprio riuscendo a ottenere ben due menzioni ai Tezuka Awards (che, per chi non lo sapesse, è forse il più importante riconoscimento che un mangaka possa ottenere. Equivale all’Oscar per un attore americano) ed Erased è stato nominato per il 18° Tezuka Osamu Cultural Prize Reader Award.

    Erased è un manga seinen, cioè principalmente dedicato a un pubblico maschile adulto. Contrariamente a quanto si possa pensare, non ha nessun contenuto di tipo erotico, ma il target è definito da una narrazione più lenta e introspettiva, con tematiche serie e complesse che difficilmente potrebbero essere apprezzate da un pubblico più immaturo.

    Il manga è stato serializzato sulla rivista Young Ace di Kadokawa Shoten dal 4 giugno 2012 al 4 marzo 2016, mentre in Italia è stato presentato al Mantova Comics nel 2016 da Star Comics che lo ha pubblicato a partire dal settembre dello stesso anno.
    Dal manga sono stati realizzati sia un anime, trasmesso in Italia in streaming in simulcast da Dynit su VVVVID, che una live action.
    Attualmente sono entrambi disponibili in streaming su Netflix.

    Satoru Fujinuma è un ventinovenne chiuso e solitario, un aspirante mangaka che consegna le pizze per sbarcare il lunario. Ma è anche soggetto a sbalzi temporali incontrollabili, che lo riportano indietro nel tempo per permettergli di “aggiustare” qualcosa che non va.
    Un giorno, tornando a casa trova la madre brutalmente assassinata.
    Satoru comprende che la sua morte è legata ai terribili eventi che si verificarono quando era bambino, ma dopo una breve fuga dalla polizia che lo crede colpevole, viene arrestato.
    In quel momento il giovane viene riportato indietro di 18 anni, a quando frequentava le elementari. Per poter rimettere le cose a posto dovrà impedire la scia di rapimenti e omicidi che iniziarono con la sparizione di Kayo Hinazuki, una sua compagna di classe.
    Inizia così una partita a scacchi con uno spietato serial killer dove ogni errore può costare una vita.

    Erased è un paranormal manga che gioca tutto sui paradossi dei viaggi temporali (tematica che, ultimamente, va molto di moda).
    Un po’ Detective Conan un po’ Dark, si svolge principalmente all’inizio del 1986, con un’ambientazione molto cara agli adulti di oggi cresciuti a pane e manga.

    La forza principale della storia sta nella meravigliosa caratterizzazione dei singoli personaggi, che nel corso della storia subiscono un’evoluzione psicologica straordinaria, tanto più affascinante quanto meno è forzata.

    Il personaggio di Satoru, in particolare, risulta coinvolgente.
    Il bambino ricorda perfettamente la sua vita da adulto e tutti gli eventi accaduti, eppure quella parte infantile rimasta in lui (che ha così pesantemente influenzato la sua tendenza all’isolamento e il carattere schivo dell’adulto) gli permette di integrarsi perfettamente in quel passato permettendogli anche di rivivere alcuni momenti con una consapevolezza maggiore, rendendoli preziosi e insostituibili.

    Non si può fare a meno di apprezzare anche il personaggio Kayo.
    Altrettanto chiusa, schiva e solitaria, la bambina è vittima di abusi terribili da parte della madre e del suo compagno.
    Lo sguardo vuoto e il volto imbronciato, istintivamente rifiuta i tentativi di Satoru di fare amicizia rispondendo con freddezza e diffidenza all’inizio, per poi cedere poco a poco.
    Sappiamo che la bambina è scomparsa quando si trovava da sola, di sera, in un parco coperto di neve, quindi non possiamo fare a meno di commuoverci quando, in quello che nella linea temporale primaria doveva essere il suo momento più buio, si trasforma nella nuova linea nel suo primo vero sorriso.

    Come in tutte le opere del genere, poi, c’è sempre un compagno di classe più maturo e intuitivo e, in questo caso, si tratta di Kenya Kobayashi, che rappresenta, poi, la vera chiave di volta per l’evoluzione psicologica del protagonista.

    Insomma, davvero un bel “cast” che si affianca a una narrazione di alto livello.
    Sanbe è riuscito a mixare a perfezione la dolcezza delle emozioni infantili (meglio apprezzate dalla condizione del protagonista) con il sottile filo di tensione che percorre l’intera storia.
    L’urgenza di salvare delle vite, il bisogno di essere sempre un passo avanti al killer senza volto, la necessità di comprendere chi sia per poter cambiare un futuro terribile.

    Non vi daremo né la soluzione del mistero né informazioni sul finale, per quanto, a un certo punto, sarà quasi impossibile non comprendere chi sia il misterioso nemico.
    Tuttavia, nel momento stesso in cui ve ne renderete conto, l’autore riuscirà, con un tempismo straordinario, a rivelare le sue carte con un cambio di registro assolutamente perfetto.

    Se siete in cerca di qualcosa da guardare, vi consigliamo assolutamente di vedere l’anime (stagione unica autoconclusiva da 12 episodi) perché ne vale davvero la pena. Se vi piacciono i thriller non ne resterete delusi ma, date le tematiche, sconsigliamo vivamente la visione ai più giovani.

    Voi lo avete visto? Cosa ne pensate?

  • ONE PUNCH MAN – UN SUPEREROE PER HOBBY

    ONE PUNCH MAN – UN SUPEREROE PER HOBBY

    Che può succedere quando un ragazzo qualunque decide di voler diventare un supereroe per hobby? Semplice: nasce One Punch Man, il più grande dei supereroi.

    Saitama, un venticinquenne non troppo brillante, decide che la cosa che desidera di più è diventare un supereroe e dopo tre anni di durissimi allenamenti raggiunge finalmente il suo scopo. Il problema, però, è che è diventato talmente forte da essere in grado di sconfiggere tutti i suoi avversari, nessuno escluso, con un solo pugno e la facilità delle sue vittorie lo lascia insoddisfatto e avvilito.
    Ormai perennemente annoiato e in preda alla depressione, si imbatte per caso in Genos, un potente (e affascinante) cyborg che diventerà suo allievo.
    Per fortuna Saitama trova un nuovo scopo nella sua vita: entrare a far parte dell’Associazione Eroi e scalarne le classifiche.
    Tra scontri titanici ed esilaranti incomprensioni il nostro super preferito percorre la sua strada verso la fama.

    Saitama e Genos

    Condiviso inizialmente dal fumettista One sul proprio blog, il manga viene poi realizzato grazie alla collaborazione con Yūsuke Murata e pubblicato sulla rivista online Weekly Young Jump a partire dal 2012.
    In Italia il manga è stato annunciato dalla Panini Comics per Planet Manga al Lucca Comics & Games 2015.

    L’anime è stato realizzato dalla Madhouse e in Italia la trasmissione è avvenuta in streaming in contemporanea con il Giappone a partire dall’ottobre del 2015.
    Attualmente le serie prodotte sono solo due, entrambe da 12 episodi l’una e visibili in streaming (Amazon Prime Video e Crunchyroll), sia in versione doppiata che sottotitolata.
    Oltre alle serie regolari, inoltre, sono stati realizzati anche 7 OAV (Original Video Animation).

    One Punch Man è senz’altro uno degli anime/manga più geniali, divertenti e sarcastici degli ultimi anni.
    L’ambientazione è moderna, tipica delle storie sui super, con le città che vengono devastate da villains sempre più grandi, cattivi e dotati di poteri e tecnologie inimmaginabili.

    E i personaggi (buoni e cattivi) ci sono tutti: dallo scienziato pazzo, al mostro geneticamente modificato e a quello demoniaco o extraterrestre, che si scontrano con eroi dai poteri psichici, dalla forza sovrumana, o muniti di armi e gadget che farebbero impallidire persino Batman.

    Fra tutti loro si aggira il pacato Saitama, svagato, privo di interesse e quasi ridicolo, visto che i suoi duri allenamenti non solo gli hanno fatto perdere tutti i capelli, ma gli hanno anche lasciato una faccia anonima e piatta.

    Mentre tutti gli altri si affannano, lui cammina tranquillo, senza profondità di sorta anche quando tenta di essere un bravo sensei (maestro) per il suo allievo, preoccupandosi della sesa e dei danni alla sua casa che dovrà ripagare.

    Realmente non sapremmo spiegarvi con le parole la comicità e la poesia assoluta di quest’opera, che è basata tutta su sguardi, espressioni e tempi di risposta, quindi non possiamo fare altro che consigliarvi di guardarlo, magari in versione originale sottotitolata (che sicuramente rende al meglio, ma esiste anche la versione doppiata) e tagliare corto perché, citando Saitama:

    “Basta, idiota! Riduci tutto a venti parole o anche meno!”