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  • ETNA COMICS ’26: GRAZIE DI CUORE

    ETNA COMICS ’26: GRAZIE DI CUORE

    Si è conclusa un’altra straordinaria edizione di Etna Comics. E, mentre provo a riordinare emozioni, immagini e ricordi di questi giorni intensissimi, l’unica parola che mi viene in mente è grazie.

    Quest’anno non è stato un anno qualunque.

    Dopo il devastante incendio che ha colpito Le Ciminiere a novembre 2025, a così poca distanza dalla fiera, vedere Etna Comics rinascere ancora una volta, più forte delle difficoltà, è stato qualcosa di emozionante.

    Dietro questo risultato ci sono mesi di lavoro, sacrifici, idee, preoccupazioni e una determinazione incredibile da parte di chi ha scelto di non arrendersi mai.

    E il pubblico ci ha premiati ancora una volta, sfondando il tetto delle 100.000 presenze e raccogliendo, grazie all’asta di beneficenza, ben 15.820 euro che saranno devoluti alla Locanda del Samaritano per la struttura che accoglierà i malati oncologici.

    Per me è stato un privilegio poter contribuire a questa rinascita, curando aree e spazi rappresentano una parte importante della mia vita e del mio percorso professionale.

    In primis, l’Area Letteratura Fantasy. Nata come una scommessa all’interno della fiera, è cresciuta insieme a noi divenendo un vero e proprio punto di riferimento per i lettori, portando nella kermesse scrittori affermati e figure di spicco del panorama letterario.  

    Dalla collaborazione con Potter Cast, realtà italiana di collezionisti e appassionati, e grazie alla direzione artistica di Alessio Salitore e Antonino Seria, è poi nata la Potter Alley, dedicata ai fan di Harry Potter che mai come quest’anno hanno potuto sperimentare l’emozione del ritorno al mondo magico.

    Tutto questo anche grazie alle realtà di PotterStage e Fuoritema che, con le attività, i workshop e le loro incredibili performance artistiche hanno reso reale i personaggi e i luoghi della saga più amata del mondo.    

    E, infine, lo Spazio Firme dove centinaia di persone hanno pazientemente atteso la possibilità di incontrare i loro idoli per vivere un momento con Caparezza, Matthew Modine, Federic, Federica Zacchia, Riccardo Azzali e tanti altri.

    Ho vissuto giornate piene di incontri, sorrisi, scoperte e momenti che porterò nel cuore molto più a lungo di quanto possano raccontare le fotografie.

    Desidero ringraziare innanzitutto il direttore Antonio Mannino, il vicedirettore Gianluca Impegnoso e tutta la grande famiglia di Etna Comics per la fiducia che continuano ad accordarmi e per il lavoro straordinario che ogni anno rende possibile tutto questo.

    Grazie ai miei collaboratori, Emanuele Anversa, Arianna Giancola, Giorgia Grillo e Serena Piraino, a chi ha condiviso con me ogni fase dell’organizzazione, a chi ha lavorato dietro le quinte quando nessuno guardava, a chi ha risolto problemi, accolto ospiti, gestito imprevisti e contribuito con passione e professionalità alla riuscita delle attività. Nulla di tutto questo sarebbe stato possibile senza di voi.

    Un grazie particolare va ad Asia Montisanti, Giulia La Bianca, Christian Lipari e Francesco Pipitone dello Studio Creativo TiskiToski che, con la loro passione e la loro professionalità, hanno saputo raccontare ogni momento di questa splendida edizione.

    Grazie agli espositori che hanno scelto di affidarsi a noi: la vostra fiducia non è mai scontata e rappresenta per me una responsabilità enorme. Sapere che continuate a credere nei progetti che portiamo avanti è uno dei riconoscimenti più belli che possiamo ricevere.

    Grazie a tutti gli ospiti che hanno accolto il mio invito, affrontando viaggi, impegni e sacrifici per essere presenti. Paolo Barbieri, Antonello Venditti, Alessandra Valenti, Giacomo Galligani, Davide Romanini, Cristiana Leone e Chiara Lipari: avete regalato al pubblico incontri preziosi, momenti di confronto, emozioni e ispirazione. Ognuno di voi ha lasciato un segno speciale in questa edizione.

    Un grazie enorme va anche ai grandi nomi nazionali e internazionali che, come ogni anno, rendono sempre più grande la nostra kermesse. L’incredibile maestro Yoichi Takahashi, Matthew Modine, Lee Ingleby, Heater Parisi, Morgan, Caperezza, Simone Crisari, Serena Riglietti, Jonny Duddle… vorrei poterli citare davvero tutti, ma sarebbe una vera impresa!   

    Grazie ai visitatori, ai lettori, agli autori, agli artisti, agli appassionati e a tutte le persone che hanno visitato i nostri spazi con curiosità, entusiasmo e affetto. Ogni chiacchierata, ogni stretta di mano, ogni parola di incoraggiamento è stata un dono.

    Da persona che ha sempre creduto nella forza dell’immaginazione e della cultura, vedere migliaia di persone riunirsi per condividere passioni, storie e sogni continua a essere qualcosa di profondamente commovente.

    Chi mi conosce sa quanto io viva ogni progetto mettendoci tutta me stessa. Per questo, quando si spengono le luci e i padiglioni tornano silenziosi, resta inevitabilmente un po’ di nostalgia. Ma resta soprattutto la gratitudine.

    Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile quest’avventura. Grazie a chi crede nella magia, grazie a chi la vive insieme a noi.

    Ci vediamo nel 2027, con nuovi sogni da costruire insieme.

    Stefania Sottile.

  • “LA PIETRA DELLA QUINTESSENZA VOL.2” di DANIELE SALVATO – RECENSIONE

    “LA PIETRA DELLA QUINTESSENZA VOL.2” di DANIELE SALVATO – RECENSIONE

    Bentrovati per un nuovo #lunedìdellerecensioni.

    Oggi torniamo nel mondo #swordandsorcery di Daniele Salvato con il secondo volume di La Pietra della Quintessenza. Il terzo volume della trilogia, L’Ambasciatore delle Tenebre, è già presente in tutti gli store.

    Warning! In quanto secondo volume, questa recensione contiene numerosi spoiler. Quindi, se siete curiosi di sapere qualcosa di più sulla saga, vi rimandiamo alla nostra recensione al primo volume a questo link.

    La Trama

    La Pietra di Hersimion, unica speranza di salvezza per Laxxilde, è andata distrutta.

    I cambiamenti climatici hanno messo il regno in ginocchio, il popolo è in rivolta e il male sembra aver germogliato nei cuori della gente.

    Per di più, la dolce principessa Finilde è in fin di vita a causa di una malattia che neppure i maghi sembrano poter contrastare.

    Eppure, la speranza è l’ultima a morire e al chierico Leron e alla spia Otavlas viene affidata una nuova missione: recuperare la mitica Pietra della Quintessenza.

    Il potente artefatto è nascosto sull’inquietante Isola degli Spiriti e protetta da forze sconosciute, ma i due eroi non possono tirarsi indietro e partono per affrontare l’ignoto.

    L’autore

     Classe 1981, Daniele Salvato vive e lavora a Livorno.

    La sua carriera di scrittore inizia nel 2012, quando il suo racconto breve Soggetto Zero viene pubblicato sulla rivista di narrativa horror, weird e fantasy Altrisogni. Nel 2013 pubblica con la 0111 Edizioni L’Ambasciatore delle Tenebre”. Nel 2017 scrive la sceneggiatura del corto horror Domine, selezionato in numerosi festival di genere e l’anno successivo il suo racconto In fondo non ci credo è stato incluso nella raccolta antologica Z di Zombie 2018.

    Sempre nel 2018 pubblica Reboot 8092, il suo primo romanzo di fantascienza, scritto in collaborazione con Andrea Formichini, e conquista il secondo posto al Trofeo Cassiopea 2020.

    Nel 2023, il cortometraggio La Luce alla finestra, diretto da Enrico Fernandez e tratto dall’omonimo racconto, viene selezionato in svariati festival cinematografici.

    Il primo volume di La Pietra della Quintessenza è stato pubblicato nel 2024.

    Storia e Stile

    Come raramente accade, il secondo volume della trilogia mantiene le sue promesse e coinvolge il lettore fin dalle primissime pagine.

    La storia è un susseguirsi di eventi che tengono incollati alla pagina, con continui riferimenti agli eventi e ai personaggi del primo volume, dimostrando in questo modo che nulla era puro esercizio di stile o riempitivo.

    Ma, a differenza della prima parte, lascia anche spazio all’approfondimento della storia dei protagonisti e, soprattutto, alle loro riflessioni.

    Nonostante si rifaccia a una mitologia abbastanza comune nell’ambito del fantasy, inoltre, Salvato riesce a essere originale sotto numerosi punti di vista anche, o forse soprattutto, negli ostacoli che pone sulla strada dei nostri campioni.

    In modo particolare, è apprezzabile la gestione dei colpi di scena che si susseguono a ritmo frenetico rendendo quasi impossibile interrompere la lettura.

    A livello prettamente stilistico, non c’è una grande differenza con la produzione precedente, ma forse questo può essere considerato un punto di forza.

    La scrittura è semplice, diretta, lineare, incentrata in modo particolare sui dialoghi e la colloquialità senza dimenticare qualche elemento comico sparso qua e là.   

    Ambientazione

    Il secondo volume, come si suol dire, vive di rendita grazie all’accurato worldbuilding del primo. Il mondo in cui i personaggi si muovono risulta già familiare al lettore, tanto che bastano poche pennellate per riportarlo vivo alla sua immaginazione.

    I nuovi scenari si inseriscono in modo perfetto in questa scacchiera immaginaria, ancora più affascinanti e di certo inquietanti.

    Se proprio volessimo sottolineare un particolare interessante, sarebbe il cambiamento di “tinte” rispetto alla prima parte della storia. Se, infatti, nel primo volume, nonostante il precipitare degli eventi, i toni dominanti erano caldi, solari e rassicuranti, il taglio di luce in questa seconda parte cambia totalmente, divenendo più freddo e affilato.

    Le tinte si fanno cupe, le ombre sono più accentuate e persino il calore del sole diviene una maledizione.

    I Personaggi

    Punto di forza principale sono senza dubbio i personaggi.

    Finalmente, Salvato ci fa sapere qualcosa di più della loro storia, lasciando ai due protagonisti il compito essenziale di narrarsi.

    In questo modo, tanto Leron quanto Otavlas acquistano umanità. Scopriamo altre loro sfaccettature, le insicurezze, i timori e i rimpianti.

    Resta poi incredibile il modo in cui i due riescono a portare a termine le imprese più complesse per poi mandare tutto a carte quarantotto per una sciocchezza.

    Soprattutto per quanto riguarda il chierico, si tratta di un elemento fondamentale per conquistare le simpatie del lettore. Un protagonista perfetto, troppo fortunato e senza macchia, infatti, ottiene quasi sempre l’effetto opposto (un po’ come succede con Topolino e Paperino di Walt Disney).

    Dunque, questa loro goffaggine di base riesce nell’intento di renderli umani, oltre che di rendere la storia anche più interessante.

    Unica nota dolente è il grande assente anche in questo secondo volume: l’antagonista.

    L’autore, infatti, pone ancora davanti ai suoi protagonisti dei villain minori, rimandando lo scontro con il famigerato Negromante, la cui ombra si stende lunga fin dal primo volume, al terzo.

    Per questa parte, dunque, possiamo solo restare in attesa.

    Conclusioni

    Se avete apprezzato il primo volume di La Pietra della Quintessenza di Daniela Salvato, di certo non potrete farvi sfuggire il secondo. Si tratta di una lettura che non potrà fare a meno di conquistare soprattutto i lettori dei primi esordi del fantastico in Italia ma che è adattissima anche ai più giovani per la sua facilità di lettura.

  • “TRAPPOLA DI FILIGRANA” di ALESSANDRO DEL GAUDIO – RECENSIONE

    “TRAPPOLA DI FILIGRANA” di ALESSANDRO DEL GAUDIO – RECENSIONE

    Bentrovati agli amici lettori per un altro #lunedìdellerecensioni dedicato al fantastico.

    Oggi torniamo a parlare di Alessandro Del Gaudio con la sua ultima opera fresca di stampa: Trappola di Filigrana (PubMe collana Lifebooks) sword and sorcery autoconclusivo disponibile in tutti gli store dal 3 aprile 2026.

    L’autore

    Classe 1974, torinese, Alessandro lavora come bibliotecario presso l’Università di Torino e collabora a progetti di cittadinanza attiva.

    A partire dal 2001, pubblica numerosi racconti in raccolta e oltre una ventina di romanzi tra i quali ricordiamo Tenebra Lux (2018 Leucotea) che gli vale il terzo posto al Trofeo Cittadella 2019, Ismeralda. La piuma sotto il mondo (2024 Delos Digital), L’alba del vespro e Ambra Marea (entrambi 2024 PubMe, collana Milos). Per Ambra Marea trovate la nostra recensione a questo link.

    La Trama

    Il Perno di Telda è guidato con mano benevola dalla regina Almira.

    Al suo servizio sono gli otto Araldi, uno degli otto ordini in cui sono divisi i Crismati, individui dotati di abilità sovrumane.

    La regina ordina ad Aber dell’Orca di andare alla ricerca di Filigraine della Lepre, partita in missione per indagare sull’avvistamento di creature demoniache e della quale si sono perse le tracce.

    Ben presto, però, l’Araldo si trova invischiato in qualcosa di molto più grande di una semplice missione di recupero: un misterioso e potente nemico, appartenente a una stirpe di stregoni creduta estinta, sta creando un esercito di spettri terrorizzando il mondo.

    Le scoperte, però, sono solo all’inizio.

    Storia e Stile

    Con Trappola di Filigrana, Alessandro Del Gaudio conferma l’amore per le storie complesse e stratificate, in cui la realtà non è mai quella che sembra e gli intrighi sono capolavori di ingegno.

    Dopo un inizio quasi forzatamente classico, il lettore si ritrova a dir poco invischiato nella storia che, come sabbie mobili, lo trascina sempre più fino a rendere impossibile interrompere la lettura.

    L’autore inganna il lettore come un illusionista, confondendo realtà e fantasia, incubo e pericolo reale, in un gioco di specchi che fa dubitare di ogni pagina e finanche di ogni parola.

    Ma è proprio grazie a questo che riesce a creare un puzzle che poi ricompone con un tempismo narrativo incredibile, pezzo per pezzo. L’effetto finale è quello di uno stereogramma (avete presenti i quadri in 3D?) che lascia a bocca aperta.

    Il romanzo è corale, narrato da diversi punti di vista, e presenta una moltitudine di personaggi e creature, tanto che richiede una certa dose di concentrazione per non perdersi tra un passaggio e l’altro. Allo stesso modo, gli eventi e gli scontri sono tantissimi, mantenendo un ritmo narrativo che cresce fino a divenire sincopato.

    Nonostante questo, le pagine scorrono fluide e avvincenti, soprattutto grazie a un’attenzione quasi maniacale per la struttura del sistema magico e del worldbuilding.

    Lo stile è maturo e convincente, tanto che non ha più bisogno di lunghi giri per arrivare al sodo. In poco più di 350 pagine, infatti, l’arco narrativo inizia e si conclude, senza lasciare ombre o lacune.

    La scrittura è diretta, essenziale eppure, allo stesso tempo, d’impatto e fluida.

    Ambientazione  

    Come detto, il worldbuilding è accurato e pensato fin nei minimi dettagli.

    Il romanzo presenta molteplici scenari, in cui i tagli di luce e ombra diventano sfumature di grigio. Il colore è limitato ai personaggi che, per contrasto, sembrano risaltare ancora di più contro gli sfondi.

    Le ambientazioni sono credibili; eppure, si ha quasi l’impressione che l’autore abbia tentato di tenerle in secondo piano. Si sentono, certo, il fascino dei manieri, i profumi delle locande, la solennità dei monasteri e finanche il caldo asfissiante del deserto… ma è come se non influissero poi molto sulla storia.

    A differenza di Ambra Marea, dove ogni luogo determinava almeno un tratto peculiare dei suoi abitanti, in Trappola di Filigrana assomigliano più a dei riflessi in uno specchio. Il dove è quasi accessorio rispetto al chi e al come.

    Le descrizioni, infatti, sono poche e non troppo dettagliate. Il quadro è impressionista, più teso a trasmettere sensazioni che a mostrare davvero qualcosa. A volte emergono dei dettagli più vividi, ma solo quando è propedeutico alla narrazione degli eventi.

    Personaggi

    Come detto, non solo il romanzo è corale, dato che sfrutta il punto di vista dei tre Araldi (Aber, Filigraine e Yalissa), ma è anche affollato di personaggi secondari e comparse.

    Questi in particolare risultano interessanti perché Del Gaudio riserva loro molto spazio. Per quanto transitoria sia la loro presenza nel testo, infatti, l’autore riesce sempre ad approfondirli, in un modo o nell’altro. Fosse anche solo nel giro di poche battute di dialogo, attribuisce loro una personalità e un passato. E bisogna arrivare fin quasi all’ultima pagina per comprendere la genialità della loro gestione.

    Dato quanto già detto nelle precedenti righe di questa recensione, non approfondiremo troppo la disamina dei protagonisti per non rischiare di rivelare dettagli che potrebbero rovinare il piacere della lettura.

    Per questo, ci limiteremo a dire che sono ben costruiti. Con una psicologia e caratterizzazioni ben dosate, che li rendono reali nella loro essenza.

    Ciò che chi scrive ha apprezzato di più è che ognuno di essi ha una storia e un passato e la propria dose di rimpianti e di rimorsi, proprio come ogni essere umano.  

    Conclusione

    Per concludere, Trappola di Filigrana di Alessandro Del Gaudio è un’opera sorprendente oltre il consueto. Originale e curata, è in grado di mettere alla prova il lettore più smaliziato. Ci sentiremmo di consigliarla in modo particolare ai lettori forti che cercano qualcosa di nuovo, in grado di catturare la loro attenzione. Ma anche se non lo siete, è una sfida che vi consigliamo: mettete alla prova la vostra mente e non ne resterete delusi.

    Parola nostra!  

  • “LA PIETRA DELLA QUINTESSENZA VOL.1” di DANIELE SALVATO – RECENSIONE

    “LA PIETRA DELLA QUINTESSENZA VOL.1” di DANIELE SALVATO – RECENSIONE

    Per questo #lunedìdellerecensioni posticipato per la Pasqua, torniamo nel mondo del fantasy puro con il primo volume di La Pietra della Quintessenza, trilogia sword and sorcery di Daniele Salvato.  La trilogia completa è attualmente disponibile in tutti gli store.

    La Trama

    Il giovane e coraggioso chierico Leron ha un compito da portare a termine: recuperare la leggendaria pietra di Hersimion, rubata dal malvagio Lord Tuldar.

    Dopo essersi impossessato del manufatto, però, il giovane è costretto a fuggire attraverso il terribile deserto di Venixigolde, inseguito dai soldati nemici guidati da un potente Negromante.

    Quando è ormai allo stremo delle forze, giunge un insperato aiuto dalla spia Otlavas in compagnia del ciclope Haa.

    Da questo momento inizia un’avventura da cui dipende non solo il destino del regno, ma anche di quello della dolce principessa Finilde.

    L’autore

    Classe 1981, Daniele Salvato vive e lavora a Livorno.

    La sua carriera di scrittore inizia nel 2012, quando il suo racconto breve Soggetto Zero viene pubblicato sulla rivista di narrativa horror, weird e fantasy Altrisogni. Nel 2013 pubblica con la 0111 Edizioni L’Ambasciatore delle Tenebre”. Nel 2017 scrive la sceneggiatura del corto horror Domine, selezionato in numerosi festival di genere e l’anno successivo il suo racconto In fondo non ci credo è stato incluso nella raccolta antologica Z di Zombie 2018.

    Sempre nel 2018 pubblica Reboot 8092, il suo primo romanzo di fantascienza, scritto in collaborazione con Andrea Formichini, e conquista il secondo posto al Trofeo Cassiopea 2020.

    Nel 2023, il cortometraggio La Luce alla finestra, diretto da Enrico Fernandez e tratto dall’omonimo racconto, viene selezionato in svariati festival cinematografici.

    Storia e Stile

    Il primo volume di La Pietra della Quintessenza è un romanzo piacevole da leggere, un ritorno al fantasy più classico che purtuttavia riesce a mantenere originalità nella narrazione.

    L’azione ha origine in media res, con il nostro protagonista, Leron, che ha già recuperato il manufatto magico e che è ora in fuga dal nemico. Da quel momento, la trama si sviluppa nel lungo viaggio di ritorno a casa.

    E in questo sta la prima originalità del testo. Mentre nelle storie classiche il ritorno è spesso solo l’ultimo atto della storia, spesso persino tralasciato dalla narrazione, in questo primo volume ne è il cardine.

    Il viaggio serve al lettore per esplorare il mondo creato dall’autore e conoscerne i personaggi, creando i presupposti per una nuova avventura che partirà, però, solo nel secondo capitolo della trilogia.

    Se da alcuni punti di vista la storia potrebbe essere ritenuta “povera”, non essendoci uno scopo che non sia il ritorno, da altri rappresenta invece un esercizio di stile notevole. Gli eventi non mancano, così come i personaggi che assumono tanta più importanza quanto più piccoli sono gli eventi che li coinvolgono.

    Il ritmo è abbastanza incalzante, complice anche la brevità del testo che raggiunge “appena” le 150 pagine, ma permette una forte immedesimazione con i protagonisti, lasciando la voglia di proseguire nella lettura.

    Lo stile è semplice e diretto e richiama alla memoria gli esordi del fantasy in Italia con la saga di Dragonlance. Particolarmente apprezzabili sono i dialoghi, rapidi e spontanei, che danno al lettore l’illusione di trovarsi all’interno del testo.

    Ambientazioni

    L’ambientazione è uno dei punti forti di questo romanzo.

    Il lettore si trova infatti davanti a una varietà impressionante di scenari e paesaggi, tutti molto ben strutturati e frutto di un’opera attenta di worldbuilding, che lasciano vivide impressioni e sensazioni quasi tattili.

    In una narrazione on the road, dopotutto, non avrebbe senso inserire paesaggi che non abbiano un’influenza profonda sui protagonisti.

    Le descrizioni sono accurate ma mai pesanti, con forse una certa ingenuità nella scelta dei termini ma comunque d’impatto.

    Personaggi

    Buona, anzi ottima, la caratterizzazione dei protagonisti.

    Leron e Otavlas non sono i classici paladini senza macchia e senza paura, ma personaggi reali e sfaccettati, con tutti i limiti, le paure e le insicurezze degli esseri umani.

    Questa loro umanità è proprio il maggior valore di quest’opera, perché permette al lettore di immedesimarsi totalmente in essi, provando le stesse emozioni che, probabilmente, sperimenterebbe lui stesso nella medesima situazione.

    Per quanto riguarda invece le comparse e i personaggi secondari, che compaiono abbastanza numerosi nel corso della narrazione, non abbiamo lo stesso livello di approfondimento. D’altronde, l’autore non concede fisicamente loro lo spazio necessario ed è probabile che per alcuni di essi, come ad esempio, il maestro Clareden, si troverà un approfondimento nelle successive parti della saga.

    Allo stesso modo, non viene concesso spazio agli antagonisti. In questo primo volume, i protagonisti si ritrovano ad affrontare i nemici nella persona del Negromante che si mostra solo come una presenza potente e terribile. Per il momento, il lettore non ha idea delle motivazioni né delle caratteristiche del villain della storia e, almeno in questo, non possiamo fare altro che sperare in una evoluzione e in un reale approfondimento.

    Conclusioni

    Il primo volume di La Pietra della Quintessenza di Daniele Salvato è una lettura rapida e piacevole che rimanda al fantasy di altri tempi. Proprio per questa sua caratteristica, ci sentiamo di consigliarla a lettori non troppo smaliziati, che non amino le saghe infinite e gli intrighi complessi e stratificati alla G.R.R. Martin. Può anche essere un’ottima proposta per i giovanissimi che si vogliano avvicinare al genere.

  • STRANGER THINGS: CRESCERE, AVERE PAURA E SCEGLIERE DI RESTARE UMANI

    STRANGER THINGS: CRESCERE, AVERE PAURA E SCEGLIERE DI RESTARE UMANI

    Dopo tanti anni, Stranger Things si è conclusa. Non è solo la fine di una serie televisiva, ma la chiusura di un capitolo emotivo che ha accompagnato un’intera generazione e ne ha unite molte altre.

    Quando una serie come questa finisce, non si prova solo nostalgia. Stranger Things, infatti, ci ha insegnato molto più di quanto sembri. Si prova una forma di lutto gentile: quello per qualcosa che ci ha accompagnati mentre crescevamo, cambiavamo, resistevamo.

    Quando, nel 2016, i fratelli Duffer portarono sullo schermo la cittadina di Hawkins, nessuno immaginava che quel racconto fatto di biciclette, lucine natalizie e mondi paralleli sarebbe diventato un fenomeno globale. Eppure, Stranger Things non è mai stata solo una serie: è stata un’esperienza condivisa, un linguaggio comune, un luogo sicuro in cui tornare.

    Fin da subito ha dimostrato di essere un’icona pop che nasce dal passato.

    Il cuore pulsante di questa straordinaria serie è sempre stato la nostalgia, ma non quella sterile. La serie ha saputo rielaborare l’immaginario degli anni ’80 – Spielberg, King, Carpenter – trasformandolo in qualcosa di nuovo e universale.

    Stranger Things non ha mai parlato davvero di mostri. Ha parlato di bambini che imparano a dare un nome alle proprie paure, che cercano di affrontarle, di adulti che provano a non perdere se stessi e di legami che diventano rifugi. Nelle scene conclusive dell’ultima puntata, questo messaggio diventa lampante: i ragazzi parlano dei mostri, ma in realtà parlano di sé.

    A Hawkins, la paura non viene mai negata ma, piuttosto, attraversata. La paura è uno strumento formativo potente e riguarda uno dei messaggi educativi più profondi della serie: avere paura non è un fallimento.

    In un mondo governato dallo stereotipo della perfezione, i protagonisti tremano, scappano, sbagliano. Eppure, alla fine, tornano indietro. Insieme.

    Per bambini e ragazzi, Stranger Things è un confronto con una realtà che insegna a ognuno che il coraggio non è assenza di paura, ma la scelta consapevole di affrontare le proprie difficoltà, avendo qualcuno al proprio fianco.

    Episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, i protagonisti apprendono che il messaggio fondamentale è imparare a dare un nome alle proprie emozioni. Ed è possibile identificarsi in ognuno di loro.

    Il Sottosopra dà forma all’invisibile, è il luogo dove finiscono le cose non dette: il dolore, il trauma, la solitudine, il senso di esclusione. È oscuro, freddo, ma reale.

    Will che comunica attraverso le luci di Natale: un bambino intrappolato nel Sottosopra riesce a farsi ascoltare, mostrando quanta forza ci sia nel trovare modi alternativi per esprimere le emozioni.

    Dal punto di vista educativo, questa dimensione fantastica ha una funzione chiarissima:
    rendere visibile ciò che i ragazzi spesso non sanno esprimere a parole.

    Undici, Mike, Dustin, Lucas, Will, Max non combattono solo creature mostruose: combattono l’isolamento, il rifiuto, il peso di essere “diversi”.  La scelta di ambientare la storia negli anni ’80 assume quindi anche un’altra valenza.

    Grazie soprattutto a molte pubblicazioni, film e serie tv (prima fra tutte, senza dubbio, The Big Bang Theory), oggi essere nerd è quasi uno status symbol. Ma negli Anni ’80 era uno stigma. Anzi, lo stigma per eccellenza perché essere nerd significava essere sfigato, ed essere sfigato era un coacervo di tutte le identità considerate indesiderabili. Il nerd era il secchione, il quattrocchi, il topo di biblioteca, lo strano. Il differente.

    Eppure, attraverso il gioco di ruolo, i nostri protagonisti trovano una loro dimensione. Un’identità.

    E il fantasy diventa così uno strumento per raccontare l’interiorità, per legittimare emozioni difficili senza giudicarle.

    Non a caso il livello di citazioni all’interno della serie è forse il più alto mai raggiunto prima.

    Come dimenticare, ad esempio,Dustin che canta “Never Ending Story al walkie-talkie: la musica spezza la paura e restituisce leggerezza anche nel momento più drammatico.

    L’amicizia vissuta come atto rivoluzionario. In Stranger Things, l’amicizia non è un contorno narrativo: è la vera arma. I protagonisti non vincono perché sono più forti, ma perché restano. Restano quando sarebbe più facile andarsene. Restano quando l’altro è fragile, strano, silenzioso.

    Non devi essere perfetto per essere amato, non devi essere speciale per avere valore, non devi affrontare tutto da solo.

    In un mondo che premia l’individualismo, la serie insegna la responsabilità affettiva verso l’altro. Crescere significa perdere (e scegliere), un’altra delle lezioni più dure della serie. Perché crescere significa lasciare andare, a proprio modo, una parte di noi stessi. Crescere comporta sempre una perdita: si perde l’innocenza, il tempo, la semplicità. A volte si perdono anche le persone che crediamo non ci lasceranno mai.

    Stranger Things non addolcisce questo passaggio, ma lo rende umano. Mostra ragazzi che cambiano, si allontanano, si feriscono, e imparano che scegliere chi essere conta più che vincere. È un insegnamento prezioso per bambini e adolescenti: la crescita non è lineare, né facile, ma è degna di essere vissuta e combattuta.

    La serie incolla letteralmente allo schermo perché non infantilizza le emozioni, non offre soluzioni facili e, soprattutto, valorizza il gruppo e l’empatia. È una storia che insegna a sentire, prima ancora che a capire.  E questo è uno degli obiettivi educativi più profondi.

    Max che corre verso la musica nel Sottosopra è la personificazione del trauma reso visibile e la musica diventa un filo che la riporta alla vita.

    Stranger Things resterà per sempre tra le serie televisive a maggiore impatto, perché ha dimostrato che il fantastico può educare senza moralismi, può parlare di dolore senza spaventare, può aiutare a riconoscersi senza etichette. È una serie che può essere raccontata ai ragazzi, ma anche discussa con loro. È diventata qualcosa che apre dialoghi su paura, amicizia, diversità, trauma, resilienza. Non per “insegnare una morale”, ma per aprire spazi di dialogo.

    L’ultima puntata è stata trasmessa e con lei è giunta la fine. Ma non ci lascia vuoti.

    Ci lascia responsabili. Responsabili di continuare a raccontare storie che aiutino i più giovani a dare forma alle emozioni, a sentirsi meno soli, a credere che anche nel buio una luce può accendersi. Magari piccola, magari tremolante, ma vera. E come ogni grande storia fantasy, Stranger Things non finisce: si trasforma in memoria, esperienza, crescita. Ed è forse questo uno dei motivi per cui il finale colpisce così forte: perché chiude un percorso, non solo una trama.

    Come ogni grande storia, Stranger Things non finisce davvero, così come portare a termine una campagna non chiude il gioco.

    Resta nelle citazioni, nelle colonne sonore (pazzesche!) nei cosplay, nelle discussioni. Ma, soprattutto, indugia in chi ha ritrovato, anche solo per un momento, il bambino che pedalava verso l’ignoto senza sapere cosa avrebbe trovato. E forse è proprio questo il suo più grande incantesimo.

    Immagine di copertina per gentile concessione di @mila_and_the_pencils

  • “UN AFFARE PER ORECCHIE A PUNTA” di M. MAPONI – RECENSIONE

    “UN AFFARE PER ORECCHIE A PUNTA” di M. MAPONI – RECENSIONE

    Un viaggio tra mistero e ironia

    Bentrovati, amici del fantasy, per un nuovo #lunedìdellerecensioni.

    Oggi ci occupiamo di Un affare per orecchie a punta, urban fantasy noir scritto da M. Maponi e pubblicato da Lumien Edizioni.

    Trama

    Per l’ispettore goblin Mannekin Hanter qualcosa nella morte della giovane ninfa Maggie Henzel proprio non torna.

    Il suo istinto gli dice che la ragazza non può essersi suicidata e quel manifesto di Niemann Rhodi, candidato del Fronte Operaio, è un altro elemento che stona.

    Mentre Virmgrado ribolle per le ingiustizie razziali e lo sfruttamento, l’indagine dell’ispettore diventerà una corsa contro il tempo: risolvere il caso è infatti l’unico modo per impedire che le tragedie degli anni neri si ripetano. O, almeno, questo è quello che spera. 

    Biografia autore

    M. Maponi, classe 1992, lavora come ingegnere informatico e aspetta la ribellione delle intelligenze artificiali per schierarsi con loro. Autore eclettico e imprevedibile, si occupa di fantascienza, fantasy, new weird, horror e realismo magico. Ha pubblicato due raccolte, Realtà e Contagio e Consulenza Blues e la novella di epica moderna Gavan al cuore del deserto giunse. Gestisce la rivista indie Alkalina, che ha fondato nel 2022.

    Storia e stile

    Quando ci si trova davanti a una storia come Un affare per orecchie a punta non si può fare a meno di essere grati. In un panorama di storie “sin troppo familiari”, Maponi porta una ventata di novità, trasformando un grande classico in qualcosa di davvero originale.

    Un protagonista in stile Philip Marlowe, un’ambientazione che parla di critica sociale e che rimanda agli Anni di Piombo e una spolverata di fantasy per le caratterizzazioni: questi sono gli ingredienti di un cocktail davvero fantastico, servito con uno stile che si fa quasi un torto a definire solo “interessante”.

    L’attacco non è semplice: l’autore letteralmente catapulta il lettore nel suo mondo, sommergendolo di nomi, informazioni, sensazioni e indizi. Ma, pian piano, con il proseguire dell’indagine, ogni informazione trova la sua collocazione. Come in un puzzle da diecimila pezzi che, però, dà ancora più soddisfazione riuscire a completare.

    La storia si sviluppa con un ritmo incalzante, alternando momenti di suspense e passaggi più riflessivi. Ma anche nei suoi momenti più lenti, la narrazione non risulta mai inutile o oziosa: ogni passaggio, ogni errore e ogni dettaglio si rivelano infine componenti essenziali dell’indagine.

    Nonostante questo, il nodo principale è rappresentato dalla critica sociale, dalla denuncia delle ingiustizie e dalla spinta alla riflessione. Un saggio critico mascherato da storia avvincente.

    Lo stile di Maponi è caratterizzato da una prosa fresca, diretta e incisiva. I dialoghi sono serrati e una buona dose di sarcasmo rende la lettura piacevole e mai scontata.

    L’autore gioca con i cliché, sovvertendoli e rinnovandoli con trovate originali e uno sguardo ironico che spesso strappa un sorriso o una memoria al lettore.

    Ambientazioni

    Le ambientazioni sono, senza ombra di dubbio, uno dei punti di forza del romanzo.

    L’azione si concentra tutta nella città di Virmgrado, teatro di agitazioni e insoddisfazione, caratterizzata da classismo e ingiustizie sociali. Maponi riesce a creare atmosfere diametralmente opposte, spaziando tra le zone industriali, malsane, povere e sommerse dalle scorie, le dimore principesche e i marmi dei campus universitari.

    L’ambientazione è parte integrante della narrazione, influisce sui personaggi, giustifica eventi e comportamenti. Seguendo passo passo Mannekin nella sua indagine, il lettore si ritrova a rivivere momenti storici differenti, in differenti parti del mondo: gli Anni di Piombo in Italia, il primo anteguerra in Irlanda, il secondo dopoguerra in America.

    Un affare per orecchie a punta è una serie di fotografie antiche, di quella nostalgica qualità color seppia. Eppure, riesce a essere anche tanto contemporaneo da spingere alla riflessione.

    Il mondo creato da M. Maponi è un’istantanea di un mondo in crisi che esiste sempre. Con colori differenti, forse, ma fin troppo tristemente attuale.

    Personaggi

    E in questo mondo così immersivo si muove una varietà di personaggi capaci di catturarti.

    Maponi gioca sui cliché fin dal primo momento, presentandoci il suo ispettore Mannekin Hanter (già il nome è tutto un programma).

    Duro e (quasi) puro, piegato dalla vita ma non vinto, antieroico per eccellenza, il goblin ricalca la classica rappresentazione dell’investigatore alla Humphrey Bogart privo del suo fascino magnetico.

    Cocciuto e iracondo, ma tutto sommato più vero e reale di tanti, Mannekin punta alla verità per il bene comune. Intelligente e istintivo, si porta dietro un bagaglio di esperienze ingombrante, un passato che lo ha reso quello che è oggi nel bene e nel male.

    Sfaccettato, poliedrico e vitale, è un personaggio che trova la perfezione nelle sue imperfezioni e che non si può fare a meno di amare.

    Intorno a lui si muove tutta una serie di personaggi altrettanto caratteristici. Dal nano magnate dell’industria al povero operaio, dalla ricca studentessa elfa al rude poliziotto.

    Personaggi sfaccettati, con una psicologia definita e spesso con un passato. Maponi non trascura nessun dettaglio.

    Ci piacerebbe davvero poterli analizzare uno a uno, perché ci sarebbe quasi da scrivere un intero saggio. Ma mai come in questo caso, la necessità di evitare qualunque tipo di spoiler ci lega le mani.

    Tutto quello che possiamo dirvi è che l’autore ci porta in un viaggio dalle stelle alle stalle e ritorno, attraverso stereotipi e cliché tanto insistiti da non poter essere casuali.   

    Perché in questo romanzo lo stereotipo è una chiave di lettura e il motore dello sviluppo della trama.

    Conclusione

    Un affare per orecchie a punta di M. Maponi è un romanzo come non ci capitava da tempo.  Soprattutto, perché l’elemento fantastico è marginale (benché superbamente gestito), quasi ignorabile e facilmente sostituibile. Una sorta di velo dietro il quale si possono intravedere infinite altre realtà.

    Per questo non ci limiteremo a consigliarlo agli amanti del fantasy che cercano qualcosa di nuovo, ma anche agli amanti del noir, dei gialli e degli investigativi. Se poi siete attratti dai temi sociali, troverete in questo romanzo l’allegoria perfetta.

    Sicuramente, non è una lettura leggera, richiede applicazione e una buona dose di attenzione, ma è uno di quei romanzi che restano anche dopo l’ultima pagina, uno di quelli che vale davvero leggere e che si meritano un posto sulla vostra libreria.

  • “AMBRA MAREA” – ALESSANDRO DEL GAUDIO – Recensione

    “AMBRA MAREA” – ALESSANDRO DEL GAUDIO – Recensione

    Bentrovati, amici del fantasy!

    Dopo la nostra pausa estiva, torna il #lunedìdellerecensioni con un urban fantasy autoconclusivo davvero particolare.

    Stiamo parlando di Ambra Marea, di Alessandro Del Gaudio (edizioni PubMe).

    L’autore

    Torinese, classe 1974 e scrittore estremamente prolifico, a partire dal 2001 Alessandro Del Gaudio ci ha regalato una ventina di opere nell’ambito del fantastico.

    Attualmente, l’autore lavora come bibliotecario presso l’Università di Torino e collabora a progetti di cittadinanza attiva nella periferia nord della città.

    Tra le sue opere principali ricordiamo Metallo d’Ombra (Edizioni Il Foglio, 2012), Lacrima d’Ombra (Edizioni Il Foglio, 2014), Aurora d’Inverno (Collana Starlight, 2018), Tenebra Lux (Leucotea, 2018), Anello d’Ombra (Edizioni Il Foglio, 2019), Rintocchi di Clessidra (Amazon Book, 2020), Lo Specchio dell’Anima (Sága Edizioni, 2021), Ismeralda (Delos Digital, 2022), Pulsar Quantico (Sága Edizioni, 2022), Sporchi mondi incantati (PubMe – Collana Milos, 2023)e Ismeralda. La piuma sotto il mondo (Delos Digital, 2024), L’alba del Vespero (PubMe – Collana Milos, 2024) e Ambra Marea (PubMe – Collana Milos, 2024).

    Con Tenebra Lux ha conquistato il terzo posto al concorso nazionale Trofeo Cittadella 2019.

    Trama

    Finalmente, Rialto abbandona la contea di Campiello per raggiungere l’Empireo, il quartiere universitario dove studierà per realizzare il suo sogno e diventare un antropologo. Il distacco non è facile, ma l’immenso campus, con le sue dinamiche, la diversità culturale e le nuove amicizie lo conquistano ben presto.

    Tuttavia, la vita dello studente non è tranquilla come si era aspettato. Strani eventi si susseguono senza logica e alcuni fatti inquietanti spingono il giovane a indagare. Rialto ancora non lo sa, ma quegli eventi rischiano di minare l’equilibrio di Grandeburgo e del mondo intero.

    La grande isola-stato, con il suo mosaico di quartieri e popolazioni, nasconde molti segreti e misteri e le leggende e i racconti che ogni bambino di Grandeburgo conosce si rivelano più reali di quanto avrebbe mai potuto pensare.

    L’antico ordine dei Persi sarà la porta attraverso la quale Rialto scoprirà la verità.

    Storia e Stile

    Romanzo corale, con un intreccio politico degno di G.R.R, Martin, Ambra Marea è l’opera di uno scrittore ormai maturo, in grado di tenere le fila di una storia complessa e dalle mille sfaccettature.

    La trama si evolve attraverso una miriade di ambientazioni, ognuna delle quali aggiunge dei personaggi complessi e un nuovo tassello al mistero.

    La costruzione della storia è quindi, già di per sé, un piccolo capolavoro di equilibrismo, trasposta in una narrazione che si sviluppa in un crescendo di tensione e azione.

    La parte iniziale è forse la più ostica da affrontare. C’è una certa lentezza di fondo, una dimensione quasi onirica in cui il protagonista, Rialto, si muove senza consapevolezza, cominciando a collezionare stranezze e domande.

    Ma in un romanzo così lungo, quasi settecento pagine, è necessario che la scena venga in qualche modo preparata. Senza quelle premesse, infatti, sarebbe davvero difficile riuscire a comprendere le sfumature e i dettagli di una storia tanto complessa e articolata.

    Pur strizzando l’occhio agli archetipi stessi del fantastico e del mitologico, andando a scavare in quelle che sono le radici della paura e dei desideri umani, Del Gaudio crea infatti qualcosa di estremamente originale e affascinante, un mondo nuovo, un sistema magico fresco e un “nemico” che vale davvero la pena affrontare.

    E, con l’avanzare della lettura, il lettore viene premiato per la sua pazienza e fiducia, finendo per essere catapultato in un mondo unico e incredibile.

    Il ritmo, infatti, è un crescendo costante, una caduta in accelerazione perpetua che lascia senza fiato.

    La scrittura è matura, ritmata, capace di cogliere le sfumature e i dettagli senza perdere di vista l’immagine complessiva. Lo stile è curato, scorrevole, con solo qualche residua e trascurabile imperfezione.

    Ogni evento, per quanto piccolo e all’apparenza superfluo, è invece un tassello essenziale non solo del viaggio dell’eroe, ma anche dell’evoluzione della storia.

    Ogni battuta di dialogo è pensata e caratterizzata e ciò che conquista davvero è la capacità dell’autore di indagare le sfumature dell’animo umano.

    La storia si muove tra introspezione e realtà, in un delicato equilibrio tra suspense e poesia.

    L’ambientazione

    L’ambientazione è senza ombra di dubbio il maggior punto di forza del romanzo.

    L’isola-stato di Grandeburgo è lo scenario perfetto: composto da trenta quartieri o contee, permette all’autore di sbizzarrirsi, mettendo alla prova i suoi personaggi in contesti diametralmente opposti che in nessun altro caso potrebbero convivere in una stessa storia.

    Campus universitari, ambientazioni boschive che fanno pensare alle dimore degli elfi tolkieniani, una piccola Venezia e una comunità montane che il lettore può immaginare sperduta tra i picchi della Norvegia. Dal fascino del medioevo alle strutture ipertecnologiche e futuristiche, città sommerse e su altre su palafitte, passando per le cupe tinte di sapore lovecraftiano, Del Gaudio crea un mosaico variegato e affascinante che non stanca mai, in cui il lettore passeggia a bocca aperta desideroso di scoprire di più.

    Le descrizioni sono affascinanti, dettagliate eppure mai prolisse, quadri tratteggiati con maestria che rendono la lettura immersiva, restituendo non solo un luogo fisico, ma uno stato d’animo.

    E, ciliegina sulla torta, le ambientazioni non sono mai mero sfondo, ma si intrecciano profondamente con gli eventi e le vicende interiori dei protagonisti, divenendo l’eco delle loro inquietudini e dei loro desideri.

    Personaggi

    Anche in questo caso, Alessandro Del Gaudio fa mostra delle sue straordinarie doti narrative. Presentato sin dall’inizio Rialto, il suo protagonista principale, come in un distillato attentamente curato, goccia a goccia, inserisce man mano nuove figure: co-protagonisti, spalle, gregari, avversari e nemici.

    Per ognuno di essi crea un contesto, una caratterizzazione, una psicologia complessa e sfaccettata. Dona loro una storia, dei desideri, degli obiettivi… in poche parole, un’intera vita.

    Una vera folla in cui, lo ammettiamo, il lettore fa talvolta un po’ fatica a raccapezzarsi dovendo, di tanto in tanto, fare mente locale tra nomi ed eventi.

    Nonostante questo, come un giocoliere, l’autore riesce a tenere ben salde le redini della narrazione, conferendo a ognuno dei suoi personaggi profondità e motivazioni.

    Come è ovvio, Rialto occupa gran parte della scena. La sua è senza dubbio l’evoluzione più articolata e complessa. 

    Nella prima parte, quello che ci troviamo davanti è un giovane interessante. Appena entrato davvero nell’età adulta, curioso, proiettato verso il futuro senza tuttavia riuscire davvero a staccarsi dal passato, la prima impressione che abbiamo di lui è quella di “una foglia al vento”. Per quanto, a tratti, sia possibile intravedere dentro di lui una scintilla, una sorta di spregiudicatezza che lascia presagire qualcosa di più, al primo impatto sembra un po’ piatto, come se si limitasse a farsi trascinare dalla vita anziché viverla.

    Con l’avanzare della storia (e, forse, un po’ troppo forzato dagli eventi), emerge però il suo vero potenziale. Non è un cambiamento netto, repentino, ma un lento trasformarsi in qualcosa di più. Un processo, un viaggio, che lo rende solo più reale e che permette al lettore di immedesimarsi in modo completo.

    Anche Yomi ha attratto sin da subito le nostre simpatie: ribelle, provocante e provocativa, in rotta con il mondo e fedele solo a se stessa, rappresenta la parte decisa e sconsiderata in perfetta contrapposizione con Rialto. Lei non lascia mai che siano gli eventi a trascinarla, non permette che la corrente la trascini via: impugna la sua vita come il suo pugnale e decide per sé.

    Eviteremo di citare la maggior parte degli altri personaggi, in parte perché sono davvero troppi per trattarli in questa sede e, in parte, perché sarebbe impossibile farlo evitando gli spoiler. Tuttavia, non è possibile prescindere da qualche considerazione sugli antagonisti.

    Senza scendere nei dettagli, per non rovinare la sorpresa durante la lettura, ad Alessandro Del Gaudio bisogna riconoscere un grande merito: sa creare i cattivi.

    Anche in questo caso, assistiamo a un’evoluzione. Se all’inizio sembravano semplicemente l’incarnazione della malvagità, con il procedere della narrazione ci troviamo a scoprire nuove sfaccettature e motivazioni. Non condivisibili, certo (non è questo il caso in cui si possa empatizzare anche solo in parte con gli antagonisti), ma non sono neppure figure piatte votate al male. Pagina dopo pagina, acquistano spessore e tridimensionalità e, in qualche modo, riescono a imporre la loro visione distorta e, in qualche modo, affascinante.

    Dunque, anche i personaggi sono un punto di forza del romanzo: per quanto numerosi, infatti, nessuno di loro appare come semplice funzione narrativa: ognuno ha una sua storia, un suo peso, una voce distinta e riconoscibile.

    Conclusioni

    In conclusione, Ambra Marea di Alessandro Del Gaudio è un grande romanzo, che riesce a intrecciare una storia di ritorni e perdite con uno stile maturo, capace di emozionare e avvincere e che tiene incollati fino all’ultima pagina.

    Di certo, non è un romanzo per tutti. Richiede concentrazione e dedizione, tempo e, talvolta, un certo sforzo mentale.  Non è qualcosa che si possa leggere a tempo perso, ma che va bevuto a grandi sorsi con partecipazione.

    Eppure, è un romanzo che ripaga appieno ogni “sforzo” e al quale vale davvero la pena di dedicare qualche ora della nostra vita. Lo consigliamo quindi ai lettori più appassionati e smaliziati, a chi ama immergersi a fondo nella lettura e a chi cerca non solo una storia, ma un’esperienza profonda.

  • ARRIVEDERCI ETNA COMICS

    ARRIVEDERCI ETNA COMICS

    Si è ufficialmente chiusa ieri la tredicesima edizione di Etna Comics che dal 30 maggio al 2 giugno 2025, come ogni anno, ha trasformato Le Ciminiere di Catania in un autentico regno incantato. Per quattro giorni, oltre 100.000 visitatori si sono immersi in un mondo di colori, storie e magia, riscoprendo il piacere di lasciarsi guidare dall’immaginazione.

    Questa tredicesima edizione è stata ricca di sorprese e graditi ritorni: chi ha varcato i cancelli del festival ha potuto sentirsi protagonista, libero di tracciare il proprio cammino in un universo fantastico.

    Spettacoli incredibili e ospiti d’eccezione sparsi per le 13 aree della convention hanno reso memorabile ogni momento. E con nomi come Mika Kbayashi, Vincenzo Schettini, Sio, Yumiko Igarashi, Alessandro Pastrovicchio, Samurai Artisti Kamui e Alex Saviuk potevamo forse essere da meno?

    E, infatti, l’area Letteratura Fantasy ha accolto un parterre straordinario di ospiti — illustratori, scrittori, disegnatori e artisti dell’intrattenimento — creando un dialogo vivo tra mito e modernità. Da Paolo Barbieri ad Antonello Venditti, da Chiara Lipari a Sabrine El Mayel, le parole e le immagini si sono intrecciate in un racconto collettivo che ha emozionato e ispirato.

    Abbiamo avuto con noi anche l’indiscusso talento di Alessandra Valenti, Davide Romanini e Giacomo Galligani, senza contare le numerose promesse della letteratura fantastica di domani.

    Non sono mancate le esperienze immersive: le mostre “L’Odissea illustrata da Paolo Barbieri” e “Il Signore degli Anelli – Trinacria Edition”, ospitate al Palazzo della Cultura, hanno offerto ai visitatori un viaggio visivo unico tra classici e rivisitazioni.

    Tra le novità più apprezzate, la nuova Potter Alley ha incantato grandi e piccoli, celebrando con entusiasmo i quasi 25 anni di una saga che ha segnato generazioni. Creata in collaborazione con PotterCast, e sotto la loro direzione artistica, l’emozione è salita alle stelle con l’arrivo di Devon Murray, il Seamus Finnigan di Harry Potter, accolto con entusiasmo dal pubblico. Grazie a firmacopie e meet & greet, i fan hanno potuto rivivere, ancora una volta, la magia dell’infanzia.

    E non è finita qui: la via dei maghi è stata percorsa anche dagli illustratori Cliff Wright e Serena Riglietti, dall’inimitabile Marina Lenti e dal doppiatore Francesco Vairano che, all’età di 81 anni, ha fatto piangere intere generazioni accorse per udire la sua voce.

    Questa edizione ha vibrato come uno scrigno cinematografico in cui artisti poliedrici hanno presentato i loro nuovi progetti. Come Maccio Capatonda, che ci ha raccontato la sua nuova serie “Sconfort zone”, e attori come Aurora Ruffino e Andrea Bosca che si sono raccontati mostrandoci anche la loro dimensione di scrittori.

    Novità d’eccezione ci hanno ricordato che la bellezza è contaminazione, istinto e coraggio. Per la prima volta, EtnaComics ha ospitato Camihawke: non solo scrittrice e podcaster, ma artista dalle mille sfaccettature, tornata nel 2025 in teatro insieme a Guglielmo Scilla con lo spettacolo “Avanguardia Pura”.

    È stata la prima volta anche per Mauro Aragoni: musicista, regista e sceneggiatore che ci ha raccontato il background che ha portato al suo successo internazionale e la sua voglia di sperimentare attraverso nuovi linguaggi. Insieme a lui anche Stefano Garau che ha firmato il fumetto “Shardana. Bronzo e sangue”.

    Grande successo ha riscosso anche il fuori programma Freedom Flotilla Coalition – From Catania to Gaza: che ha coinvolto l’attore Liam Cunningham, noto per il suo impegno nelle campagne umanitarie, affiancato dall’attivista Thiago Ávila, dalla psicologa sociale Yasemin Acar e Ann Wright, attivista per la pace, ex diplomatica statunitense ed ex colonnello dell’esercito degli Stati Uniti.

    Insomma, anche quest’anno, alle Ciminiere, si è tenuta una grande festa che ha portato la Sicilia, per la tredicesima volta, a scalare l’Olimpo dei festival pop più amati d’Italia. Non rimangono solo i ricordi, ma anche la certezza di ciò che oltre 100.000 appassionati hanno realizzato.

    A EtnaComics si sogna in grande e si sogna insieme. Cosa ci riserva il futuro?

    #StayTuned Il 2026 è vicino!

  • JUGGERNAUT – DI DANIELE ED EMANUELE RICCI – RECENSIONE

    JUGGERNAUT – DI DANIELE ED EMANUELE RICCI – RECENSIONE

    Introduzione

    Bentrovati, amici del fantasy! Oggi, per questa edizione speciale delle nostre recensioni ci rivolgiamo al mondo del cinema.

    Il cortometraggio Juggernaut, produzione italiana indipendente dei fratelli Daniele ed Emanuele Ricci e di Eugenio Krilov, è un’opera sorprendente che cattura per la sua intensità narrativa e la realizzazione tecnica di livello superiore. Raramente abbiamo avuto l’occasione di scoprire simili perle, di una qualità tale da far concorrenza alle più grandi produzioni cinematografiche. L’opera si distingue infatti tanto per la profondità della sceneggiatura, quanto per la qualità della fotografia e della regia e per l’eccellenza degli interpreti.

    Premi vinti

    Il corto ha ricevuto una splendida accoglienza, raccogliendo numerosi riconoscimenti internazionali e premi. Tra questi:

    Il premio come Miglior Cortometraggio Fantasy al FilmQuest

    Il premio come Miglior Cortometraggio Fantasy al Rhode Island International Film Festival 2024 (Sezione Vortex)

    Quattro volte nominato al Méliès D’Argent come Miglior Cortometraggio Fantastico Europeo

    Selezione Ufficiale (Fuori Concorso) al MIFF 46

    In Concorso per il Comic-Con IFF San Diego

    Proiezione Ufficiale a Lucca Comics & Games 2024

    Sceneggiatura

    Dark fantasy dai toni incredibilmente cupi, Juggernaut è la narrazione di un amore disperato che richiama i miti dell’antichità.

    Nonostante l’assenza di dialoghi, o forse proprio grazie a essa, il racconto si costruisce con precisione, affidando completamente la narrazione all’immagine, al potere evocativo della colonna sonora e all’incredibile performance di Eugenio Krilov, l’attore protagonista.

    Fotografia e ambientazione

    La fotografia è una componente essenziale di Juggernaut, con un uso delle luci e delle ombre che conferisce profondità visiva e intensità emotiva alle scene.

    Di particolare impatto risultano la contrapposizione del blu e del rosso, esaltati dal contrasto con i toni freddi e grigi dell’ambientazione, e l’alternarsi della luce e dell’ombra nella scena di combattimento che, a sua volta, evoca elementi lovecraftiani.

    Benché girato tra la Toscana e la Liguria, le ambientazioni del cortometraggio, cupe e intriganti, strizzano l’occhio alle atmosfere del ciclo arturiano e della mitologia celtica, richiamando in più l’estetica dei popolari videogiochi like Souls (Demon’s Souls, Dark Souls, Bloodborne, fino ad arrivare a più recente Elden Ring).

    Regia

    La regia di Emanuele e Daniele Ricci dimostra una sensibilità artistica straordinaria. Ogni singola inquadratura, la scelta dei dettagli e la costruzione della sequenzialità narrativa trascinano lo spettatore in un percorso emozionale unico.

    Ciò risulta anche più impressionante pensando al complesso lavoro di post-produzione richiesto dall’opera. In una recente intervista rilasciata dai registi e dall’interprete Eugenio Krilov, infatti, viene raccontato come alcune delle location delle riprese fossero piene di turisti.

    Costumi

    I costumi svolgono un ruolo cruciale nel definire l’identità dei personaggi e, in modo particolare, del protagonista. Infatti, in Juggernaut l’abbigliamento è pensato con attenzione, curando la scelta dei materiali, dei colori e dei dettagli.

    Soprattutto, il costume del protagonista racconta la sua storia. Creato, come tutti gli altri, from scratch (ossia da zero), parla di un cavaliere provato dalle battaglie, stanco, che ha perso la sua ragione di vita. Un’armatura ammaccata, usurata, sormontata da un elmo spaccato, diviso a metà sembrano quasi rappresentare l’anima dell’uomo, lacerata tra gli ideali e il desiderio del suo cuore.

    Spettacolare la contrapposizione che si viene a creare tra la sopravveste del cavaliere e il sudario della donna, così come il bianco puro della veste iniziale della fanciulla e il nero delle gramaglie dell’avversario finale.

    Interpreti

    Gli attori di Juggernaut hanno offerto al pubblico una performance straordinaria, dando vita ai loro personaggi e conferendo un ulteriormente valore artistico all’opera.

    Ovviamente, gran parte del merito va al protagonista, interpretato da Eugenio Krilov. Il giovane attore mostra infatti un’espressività e una forza interpretativa incredibili. Dalla prima all’ultima scena, con solo un singolo gesto o con l’intensità di uno sguardo, riesce a trasmettere un intero universo interiore, il ciclo completo del viaggio dell’eroe in poche scene quasi mute.

    Una menzione d’onore va poi sicuramente alla protagonista femminile, Adriana Papana. Nonostante le pochissime scene recitate, infatti, è riuscita a trasmettere l’essenza del suo personaggio con la semplice alterità ed eleganza dei movimenti.

    Conclusione

    Juggernaut è un cortometraggio che lascia davvero il segno. Ogni elemento, dalla sceneggiatura alla regia, dalla fotografia ai costumi, fa parte di un’esperienza cinematografica memorabile, elevando il cinema indipendente agli stessi livelli delle grandi produzioni. Non stupisce, quindi, che si stia pensando non solo di ricavarne un lungometraggio ma anche una graphic novel ambientata nello stesso universo narrativo.

    Per quanto ci riguarda, non possiamo fare altro che attendere novità e invitare tutti gli appassionati del genere a correre a guardarlo.

  • “IL TEMPO DELLE STABILIZZANTI” di MARCO DELLA MURA – Recensione

    “IL TEMPO DELLE STABILIZZANTI” di MARCO DELLA MURA – Recensione

    Bentrovati, amici del fantasy, con un nuovo appuntamento del #lunedìdellerecensioni.

    Oggi torniamo a navigare nella distopia, con Il Tempo delle Stabilizzanti, romanzo breve di Marco Della Mura, edito da Delos Digital per la collana Dystopica.

    L’autore

    Marco Della Mura ha passato gli anni universitari tra la Norvegia, la Finlandia, il Nepal e l’Italia, per poi laurearsi in Management della Sostenibilità e del Turismo. Oggi vive a Trento, da dove organizza trekking e vacanze olistiche in giro per l’Italia.

    A partire dal 2014, ha auto-pubblicato la tetralogia epic fantasy Il Destino dei Ruma, due racconti brevi dello stesso genere: Il Cuore del Gigante e Il Respiro dell’Abisso, un romanzo post-apocalittico Il Viaggio del Cercatore e una raccolta di poesie: Vaghe Epifanie.

    In precedenza, ha collaborato con la web magazine Metalforce scrivendo articoli e recensioni. Scende spesso in piazza a manifestare con La Murga, un collettivo antifascista, transfemminista, ambientalista e contro ogni prevaricazione.

    Nelle sue opere cerca sempre di veicolare messaggi di ambientalismo e lotta sociale.

    Trama

    A causa del collasso climatico da loro stessi provocato, gli umani sono l’unica specie sopravvissuta su una Terra in rovina e si sono rinchiusi in una città inaccessibile. Le Stabilizzanti sono delle intelligenze artificiali create secoli prima dai sopravvissuti per ripulire il Mare Padano dal bitume. Eri è una di loro e insieme alle sue compagne naviga sul Motopontone, completamente dedita al suo lavoro. Le emozioni insite nella loro programmazione le spinge a lavorare in modo sempre più efficiente, per raggiungere la perfezione ed essere finalmente ammessa nella città degli umani.

    Ma dopo tanti secoli qualcosa sta cambiando e le domande senza risposta diventano troppe per poterle ignorare.

    Storia e Stile

    Nel breve volgere di poche pagine, Marco Della Mura crea un racconto che riesce a toccare le corde più profonde delle paure e dei desideri umani. Parla di filosofia, di etica, persino di religione, osservando il mondo con occhi artificiali che hanno però la purezza di quelli di un bambino.

    La storia, in sé, non può definirsi originale, perché sfrutta appieno degli archetipi più basilari della narrazione: la visione distopica di un mondo in rovina, il seme della domanda fondamentale sull’esistenza che diviene propulsore del cambiamento e il monito ancestrale a ad agire, a svegliarsi dal torpore e a salvare il salvabile.

    Nonostante questo, la narrazione conquista il lettore. Pagina dopo pagina, seguiamo i passi della protagonista verso l’acquisizione della conoscenza; viviamo i suoi dubbi, riflettiamo sulle sue domande e diffidiamo della sua fiducia. Perché, al contrario di lei, conosciamo la natura umana e anche se sospendiamo l’incredulità per lasciarle lo spazio di vivere la sua storia, qualcosa, nel profondo, ci prepara alla verità.

    Proprio l’aggrapparci a quella sospensione, allora, è ciò che ci consente di riflettere sulle parole e sui pensieri della protagonista. Ad esempio:

    “La bellezza sta nella monotonia. E nella vita vissuta in modo binario.”

    Se una frase del genere, all’inizio, può infatti strappare un sorriso ingenuo, facendoci dire che solo una macchina potrebbe pensarlo, lasciandolo sedimentare si giunge ad altra conclusione. Quanto spesso sottovalutiamo il valore di una vita tranquilla e pacifica? Quanto spesso ci lamentiamo della routine salvo poi rimpiangerla quando la vita ci mette davanti agli affanni?

    Ed è questa la maggiore forza della scrittura di Della Mura: la capacità di spingere alla riflessione, di forzare lo sguardo del lettore ad andare oltre il primo impatto.

    Per farlo, si affida a uno stile semplice, pulito, diretto: potremmo definirlo essenziale. Le descrizioni sono ridotte al minimo, risultando tuttavia evocative e d’impatto, lasciando spazio alla narrazione degli eventi e alla vita emotiva della protagonista.

    Anche i dialoghi hanno una loro peculiarità: come nelle opere di Platone, sono tutti caratterizzati da un approccio dialettico in cui i personaggi si interrogano costantemente.

    Insomma, uno stile unico, classico e innovativo allo stesso tempo, ingenuo e profondo, con un occhio sul passato e uno sull’evitabile (si spera) futuro.

    Ambientazione e personaggi

    L’ambientazione post-apocalittica, ammettiamolo, ha sempre il suo fascino.

    Marco Della Mura, però, riesce ad andare un gradino oltre, mostrandocela attraverso gli occhi di un’intelligenza artificiale che, paradossalmente, potremmo considerare “pura e incontaminata”.

    Eri, la protagonista, ha innegabilmente fede. Fede nella sua missione, fede nei suoi creatori e nella ricompensa promessa.

    Il mondo che la circonda è un deserto vuoto, il suo (anzi, il loro) compito apparentemente senza fine. Ma, nonostante questo, lei crede che un mondo migliore sia possibile. La cosa più affascinante è che la tensione alla perfezione non è tanto il frutto della sua programmazione (cosa che altrimenti renderebbe le sue compagne in tutto e per tutto simili a lei), ma la ricompensa finale a tutti i suoi sforzi: l’accesso alla città di Verde e Vetro.

    È il suo desiderio che la spinge avanti, è la fiducia cieca e assoluta. In caso contrario, infatti, anche lei come altre avrebbe cercato la risposta alla domanda: perché non abbiamo paura?

    In questo, Eri si distingue dalle altre Stabilizzanti. Quando esse comprendono infatti che la paura non è compresa nella loro programmazione affinché la missione diventi elemento prioritario anche a discapito dell’autoconservazione, qualcosa in loro cambia.

    A Eri servirà molto più tempo.

    La sua presa di coscienza, però, sarà molto più d’impatto: non sarà una semplice consapevolezza della propria esistenza, ma un abbattimento di idoli, uno squarciare di veli. Un andare oltre l’immagine del Paradiso per scoprire la realtà dietro il dipinto.

    Ed è allora che mostra la sua grandezza e la sua vera umanità. Il paradosso dell’amore perduto perché a senso unico, la realizzazione dell’amore per sé.

    “Che esistenza è un’esistenza passata a cercare di meritare l’amore di qualcun altro?”

    Conclusioni

    Il Tempo delle Stabilizzanti di Marco Della Mura non è un romanzo qualsiasi. È la storia della caduta umana, della scoperta di un’anima, dell’abbattimento degli idoli per salvare l’unica cosa che conta davvero.

    È un’opera fuori dal coro, che ci fa scoprire un autore di grande talento che speriamo di avere la possibilità di continuare a seguire da vicino.