Home Recensioni Vanthùku – Il risveglio del draghetto rosso

Vanthùku – Il risveglio del draghetto rosso

written by Arianna Giancola Maggio 17, 2020

Bentrovati a tutti i nostri affezionati lettori!

Oggi la redazione ha letto per voi un testo assolutamente sui generis, talmente particolare da aver richiesto una profonda riflessione prima di presentarvelo.

Si tratta di Vanthùku: Il risveglio del draghetto rosso di Burt O.Z. Wilson, primo volume di una saga epic-fantasy dal sapore decisamente alternativo.

Autore (e appassionato) di horror, fantasy, sci-fi e thriller, Wilson coltiva il sogno di divenire un poeta; è un viaggiatore incallito che interiorizza tutto ciò che lo circonda per poi immergerlo in mondi di fantasia, con un occhio di riguardo al paranormale e all’aldilà.

L’Impero e Vanthùku sono due mondi crudeli separati dai Varchi, barriere magiche che solo pochi possono affrontare. In uno regna la magia dei negromanti, nell’altro solo la forza, ma entrambi i mondi sono schiavi di un potere assoluto e soverchiante in cui il termine giustizia è solo un’utopia. Tra questi piani si muovono un soldato rinnegato e una portatrice della magia pura e dal loro incontro potrà derivare solo distruzione.

Vanthùku è un romanzo senz’altro complesso, ambientato in due mondi difficili e retrogradi, freddi e feroci, con ambientazioni che fanno pensare a una sorta di scenario post-apocalittico ai tempi dell’Impero Romano.

La terra è arida e avara, impregnata dal sangue dei soldati da una parte e da quello degli antichi draghi dall’altra.

Ma mentre nell’Impero il sangue sparso è ormai perso, la terra rossa di Vanthùku è la linfa per la magia dei negromanti, in grado di imprigionare gli spiriti dei defunti in un corpo di materia creando un tarahàk, una creatura in grado di combattere per il suo evocatore.

All’interno di questo primo libro la maggior parte dei personaggi sono proprio negromanti, (anche se non manca un affollamento di soldati e semplici comparse), con una pluralità di punti di vista che può risultare, a tratti, spiazzante.

Tra i negromanti, inoltre, c’è un’ulteriore suddivisione a seconda della zona di provenienza, del villaggio, della famiglia, della carica e dell’incarico ricoperti.

Avremo pertanto i Primi dei vari villaggi (primo, secondo, terzo e così via fino al nono), i sottomessi, i rinnegati, i nomadi, i ribelli, i perlustratori… ognuno presentato con tanto di nome e cognome.

I protagonisti effettivi sono una decina (di cui alcuni, si comprende alla fine, avranno maggior rilievo nel secondo volume) e tra questi spiccano il soldato Hiulo, la portatrice di magia pura Saamýla, il negromante Rhaŧes e la guerriera Efhrèa, oltre ai loro nemici Moŋĸerós e Rhúfulcħa.

In questi personaggi è racchiusa la vera particolarità di quest’opera: non esiste un eroe, un elemento puramente positivo. Normalmente questo significa che ogni personaggio è costituito sia da luci che da ombre, rendendo la sua psicologia più credibile e definita, ma in questo caso è il lato oscuro a prevalere in tutto e per tutto. Cupidigia, rabbia e solitudine, vendetta e brama sono i veri protagonisti e i moventi che spingono i personaggi alle loro azioni. Quando anche siano presenti la vergogna e il pentimento, questi non sono seguiti da azioni riparatrici, perché l’egoismo prevale su tutto.

Ne è un esempio lampante il personaggio di Rhaŧes, disposto a tradire chiunque, persino sé stesso, pur di sopravvivere e ottenere prestigio. Un essere debole, vigliacco, che tradisce l’amore di Efhrèa cinque minuti dopo averla lasciata. O Hiulo, che uccide i suoi commilitoni per l’illusione dell’amore di una donna che ha visto per pochi istanti e che non lo ricambierà mai. Il personaggio forse più positivo è Efhrèa, ma anche qui si parla di un gradino appena superiore, perché il suo è un amore “malato”, che chiude gli occhi davanti alla debolezza e alla vigliaccheria del suo oggetto; d’altra parte, anche lei non esita a uccidere gli innocenti, se si pongono sulla sua strada.

Insomma, una masnada di personaggi negativi che, paradossalmente, sono l’elemento migliore della storia.

Sì, perché la trama c’è, è innegabile, e ha anche degli spunti interessanti nel suo svolgimento, ma nell’insieme rimane qualcosa che decisamente non riesce a convincerci.

Gli elementi che ci hanno portati a pensarla così sono diversi e, più che altro, riguardano scelte stilistiche.

Lo stile della narrazione è minimalista, a dir poco asettico, talmente privo di fronzoli e sintetico da far pensare, in molti casi, che la frase sia stata lasciata a metà. In diversi punti assume addirittura uno stile proprio delle sceneggiature, che danneggia irreparabilmente l’immersività della scena.

La lettura, oltre che dalla sfortunata scelta di impaginazione, è poi resa difficoltosa dal continuo passare non solo da un punto di vista all’altro e da un mondo all’altro senza soluzione di continuità, ma facendo muovere la storia anche attraverso il tempo, raccontando eventi passati che vengono inseriti tra un presente e l’altro generando ancora più confusione (visto che lo scopo di questi capitoli diviene chiaro solo alla fine).

La definizione temporale non segue, inoltre, i canoni classici del tempo (tant’è che l’autore ha dovuto inserire un’avvertenza all’inizio del romanzo in cui avvisa il lettore di far bene attenzione alle intestazioni dei capitoli e spiega la lettura del calendario) e questo richiede un ulteriore sforzo da parte del lettore, che è già abbastanza provato dall’inusuale grafia dei nomi e aggravato dall’abbondanza di personaggi.

Insomma, per ricapitolare, Vanthùku: Il risveglio del draghetto rosso è un romanzo con delle ottime potenzialità per quanto riguarda trama, intrecci e personaggi, con degli elementi originali sicuramente degni di nota e affascinanti, ma che si perde nella stesura rendendolo difficilmente godibile se non da lettori estremamente forti e tenaci con una passione spropositata per il genere.

Che ne dite, siamo stati troppo severi? E voi lo avete letto? Che ne pensate? Diteci la vostra nei commenti.

Ti potrebbero piacere

Rispondi