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GLI EREDI DI ARCANIA – I SETTE PRETENDENTI (Parte 5)

written by Redazione Gennaio 7, 2021

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PARTE 3
PARTE 4

La Stele dei Re si erge da secoli sul promontorio che domina la costa nord di Naler. Si dice che il monolite fosse già lì quando venne stretto il patto tra l’Idra e il nostro popolo. Su di esso l’accordo tra le due parti venne suggellato con il sangue del mostro e quello dei sette capitribù che dominavano le terre oggi riunite sotto un’unica bandiera. Costoro erano i leader di quelle che sarebbero divenute le odierne casate, gli uomini e le donne che plasmarono il mondo in cui viviamo. La creatura dalle molte teste li mise alla prova e tra loro scelse il primo sovrano, cui tutti gli altri avrebbero dovuto tributare onore e obbedienza. Una carica che mai sarebbe potuta diventare ereditaria; non a caso nessuna delle casate può proporre un re per due volte consecutive. Da quel giorno, ciascuno dei successivi governanti è obbligato a incidere il proprio sigillo sulla solitaria e imponente pietra bianca. Questa tradizione prosegue ininterrottamente sin dalla fondazione del regno ed è un gesto molto più che simbolico. Si tratta di un vero e proprio rituale, necessario per rinnovare il legame con il protettore delle nostre terre. Ognuno dei sovrani susseguitisi negli ultimi sette secoli accetta in questo modo l’onore e l’onere dell’investitura formale. Nel momento in cui ciascuno di essi appone il proprio sigillo sulla superficie del monolite, ottiene la consapevolezza del prezzo per le proprie eventuali mancanze: l’idra è un essere che non tollera il tradimento. Mostrando loro le conseguenze nell’essere manchevoli ai suoi occhi, essa esorta i vincitori del torneo a regnare in maniera giusta e imparziale, ricordandogli chi detiene il vero potere. Dal quel momento, da quando il patto viene rinnovato, il pretendente rinuncia nominalmente al proprio legame con la casata di appartenenza, giurando di porsi al servizio di tutti e sette i ducati in egual misura ma, soprattutto, di proteggerne la popolazione più povera. Questo perché all’Idra non interessano affatto il lignaggio o la ricchezza, quanto più l’impegno e la dedizione alla terra e alle sue necessità. Essa protegge soprattutto allevatori, contadini, pastori e tutti coloro che errano per boschi, foreste, valli e acquitrini.

Questa spiegazione faceva parte delle poche parole che Alastan Alpherd mi rivolse dopo avermi tirata fuori dalla cella, la stessa in cui ero stata rinchiusa con l’accusa di avere ucciso i miei genitori. Un discorso affascinante e del quale, in quel momento, mi importava molto poco. Una volta “libera” avrei voluto solo lasciarmi Kasne alle spalle, magari per andare in cerca di Aaron, ma ero confusa, provata da quanto accaduto il giorno precedente. Forse per questo non ebbi la prontezza di fuggire da una liberazione solo apparente. Ancora sotto shock, fui condotta negli uffici del conestabile. Lì, un’imbarazzato scudiero fece il possibile per ripulirmi e il funzionario pubblico mi fornì dei vestiti comodi, credo appartenenti alla figlia. Indumenti da viaggio, utili per ciò che mi aspettava. Il vecchio Alastan aveva deciso di condurmi alla Stele dei re, un luogo di cui avevo sentito parlare solo nelle canzoni dei bardi. Quella notte appresi come il terreno dove si svolge il torneo dei sette pretendenti, “il campo bianco”, dovesse il proprio nome al colore del monolite che sorgeva poco lontano dalla spianata. Devo ammettere che il re non mi obbligò a partire con lui, non ne ebbe alcun bisogno, perché non misi in discussione quelli che erano di fatto degli ordini. Ero ancora stordita e quell’uomo mi aveva tirata fuori di prigione. Sul momento non ebbi la forza di fare altro se non seguirlo, fingendo di comprendere gli eventi in cui ero coinvolta. In quel frangente non mi importava minimamente del pericolo che correvo nel mettere la mia vita nelle mani di uno sconosciuto. Le infinite raccomandazioni di mia madre e il buonsenso avevano ceduto il posto a una sostanziale apatia. Quell’uomo diceva di essere il re e pur non avendo fornito nessuna prova tangibile di questo, io non avevo alcun motivo di dubitarne. Dopotutto la deferenza con cui veniva trattato da tutti era palese, ma la verità era che non mi importava. Troppe domande si affollavano nella mia testa e solo una piccolissima parte riguardava ciò che stava accadendo in quel momento. Non mi ero neanche fermata a riflettere sulla mia miracolosa guarigione: i miei pensieri erano bloccati nel tempo, fermi al momento in cui ero rientrata nella casa dei miei genitori.
Dopo sei mesi dal nostro allontanamento, nonché quattro da quando Aaron era tornato alla propria vita criminale, avevo fatto ritorno alla fattoria solo per trovare un fratello che non riconoscevo più. Era ossessionato dalla decisione dei nostri genitori di ripudiarci, talmente sconvolto da arrivare a ucciderli davanti ai miei occhi. Più mi sforzavo, meno riuscivo ad abbandonare il momento in cui aveva affondato le lame nere dei suoi pugnali nelle gole di chi ci aveva cresciuti. In quel momento cercavo ancora, con tutte le mie forze, di negare la verità e l’evidenza. Speravo, credevo e volevo pensare che non fosse accaduto realmente, ma in cuor mio sapevo la verità. Per questo, annientata da tale consapevolezza, non mi opposi a ciò che stava accadendo, tantomeno prestai realmente attenzione alle persone intorno a me. Lungo il viaggio da Kasne alla Stele dei Re non feci domande e i miei compagni di viaggio di rimasero per lo più in silenzio, limitandosi a frasi di circostanza: avvertimenti, ordini e richieste strettamente legati al viaggio, alla strada da percorrere e alla sicurezza del sovrano. Io cavalcavo goffamente al centro del gruppo, sotto lo sguardo attento di due giovani guardie reali, limitandomi a tenere l’attenzione fissa sul sovrano. Da giovane Alastan Alpherd aveva servito come esploratore nella milizia della propria casata, per questo si dimostrò abile nel guidare il piccolo drappello di cavalieri privi di insegne lungo una serie sentieri secondari. Partimmo poco prima dell’alba, giungendo a destinazione solo a notte inoltrata. Passammo l’intera giornata cavalcando a passo rapido, fermandoci solo per consumare un breve pasto e cambiare i cavalli in una piccola stazione di posta a ridosso di un fiume. All’imbrunire, le guardie accesero delle lanterne per poter continuare ad avanzare anche nel buio di una notte priva di stelle. Seguivamo una strada che nessuno aveva più percorso negli ultimi quarant’anni, eccetto il sovrano stesso, recatosi spesso in quel luogo per cercare il consiglio dei propri predecessori.

Oggi so cosa volessero intendere le guardie con quella frase, che sul momento mi sembrò decisamente ridicola. Ammetto di ricordare molto poco del paesaggio attraversato durante il viaggio, ma non posso dimenticare il momento in cui scorsi la pietra bianca dell’antico monolito luccicare nelle tenebre. Oggi so che furono i miei occhi da rettile, il simbolo più evidente della mia eredità, a permettermi di scorgerla nonostante la distanza e la mancanza di luce ma, in quel momento, essere l’unica capace di vederla fu come avere una specie di allucinazione. Solitaria, la Stele dei Re si ergeva quasi a ridosso del mare, al termine di un promontorio affacciato su una baia raggiungibile unicamente via mare.

Non potevo immaginare quali effetti l’antica pietra avrebbe avuto su di me e non ero preparata a quello che scoprii quando, avvicinandomi sempre di più al monolite, il sangue cominciò a ribollirmi nelle vene. Sul momento, strinsi i denti sforzandomi di resistere, ma presto giunsero anche dolori lancinanti al petto ed allo stomaco, talmente forti da farmi quasi cadere da cavallo. Sentendomi lamentare, il drappello si fermò e i cavalieri si disposero intorno a me, quasi volessero proteggermi, anche se probabilmente il loro scopo era più quello di bloccarmi un’eventuale via di fuga. In quel momento non ci feci caso più di tanto, il dolore era troppo forte per pensare lucidamente, eppure spronai il cavallo ad avvicinarsi ulteriormente. Più riducevo la distanza dal monolite, più aumentava la sofferenza che attraversava il mio corpo, ma nonostante questo, non mi fermai. Ammetto di non sapere come avrebbe reagito il re se avessi provato a fuggire, ma per fortuna nessuno saprà mai come sarebbe andata, perché nonostante il dolore, non esitai ad avanzare. Vorrei potermi attribuire interamente questo successo, ma la verità è che, a dispetto della forza di volontà necessaria per sconfiggere il dolore, la stele esercitava su di me un’attrazione irresistibile. Dovevo toccarla e non importava quanto dolore avrei provato nel tentativo, perché dentro di me avvertivo il bisogno di farlo. Era come il mitico canto delle sirene, una melodia arcana, capace di fare scivolare in secondo piano la sofferenza che stavo provando. Fu quel pensiero a mantenermi semi lucida e quasi cosciente: un ricordo collegato a mio padre, seduto nella cucina della fattoria mentre raccontava le avventure dei suoi giorni da marinaio. Da questo la mia mente tornò alla morte dei miei genitori, un dolore emotivo talmente profondo da rendere sopportabile ciò che il mio corpo stava provando in quel momento. Ero a poche decine di metri dalla punta del promontorio quando la consapevolezza della tragedia appena vissuta si impossessò di me. Ormai incapace di reggermi in sella, mi lasciai scivolare sul terreno, lasciando le briglie a una delle guardie reali sempre presenti al mio fianco. Ricordo che appena smontai goffamente, cadendo in ginocchio quasi ai piedi del monolite, vomitai uno strano e puzzolente icore nero, che uccise all’istante l’erba intorno a me. Quello era puro veleno dell’Idra, che il mio corpo espelleva come se ormai non fosse parte sé. La testa girava vorticosamente, rendendo difficile orientarmi e reggermi in piedi. Gli uomini del re si avvicinarono per aiutarmi ad alzarmi, ma io rifiutai con un gesto secco della mano. Combattendo contro il dolore, non persi di vista l’obbiettivo e strisciai verso la stele sotto lo sguardo severo del re, rimasto solennemente indietro con il resto del drappello. Forse Alastan sapeva che dovevo farcela da sola, oppure stava semplicemente osservando senza avere alcuna idea di cosa sarebbe accaduto.

Ammetto che i miei ricordi di quella notte siano ancora oggi abbastanza confusi, ma so per certo che quando infine allungai una mano per toccare la roccia, sfiorarne la superficie fu sufficiente a cambiare il mio futuro per sempre. Un breve contatto mi pose in risonanza con la pietra. Oggi so cosa vuol dire questa parola grazie a coloro che hanno studiato la magia della stele, ma all’epoca ne fui sconvolta. All’improvviso non ero più sul promontorio, bensì in una strana palude, un luogo di pace, silenzio e tranquillità. Fuochi fatui e sciami di lucciole illuminavano l’ambiente, tanto che tra la fitta vegetazione riuscii a scorgere l’ombra dell’idra muoversi furtiva. Pur non riuscendo a vederla chiaramente, sapevo che si trattava della creatura responsabile della mia trasformazione. Ancora oggi non saprei dire se quanto accadde fosse semplicemente dentro la mia testa, o se davvero la mia anima fosse stata trascinata in un altro luogo, ma ai miei sensi, in quel momento, sembrava tutto incredibilmente reale. Inizia a vagare per l’acquitrino, muovendomi lentamente, cercando segni del rettile, qualcosa che potesse indicarmi la sua presenza. Avevo tante domande alle quali solo lei avrebbe potuto rispondere, ma invece della creatura, trovai qualcosa di diverso. All’inizio fu solo una, poi altre iniziarono a emergere dalle anse della palude: apparizioni spettrali si materializzarono intorno a me, che troppo lenta nel reagire, mi ritrovai rapidamente circondata. Erano persone i cui volti non riconoscevo. Chi erano e cosa volessero da me lo scoprii subito dopo. Avrei dovuto intuire che fossero i miei predecessori nominati eredi nei sette secoli precedenti. Scomparsi da tempo nella loro forma umana, quegli spettri mi mostrarono cosa stesse realmente accadendo dentro di me, ponendo l’attenzione su ciò che non volevo ricordare o accettare del mio recente passato e che riguardava quasi esclusivamente mio fratello. Credevo che il morso dell’Idra avesse sconvolto la mente di Aaron. Mi ero convinta fosse colpa del rettile se era diventato malvagio e per paura di seguire la sua stessa strada, mi stavo opponendo al cambiamento. Dopo averlo visto uccidere i nostri genitori e dare alle fiamme la fattoria, il mio corpo e la mia mente rifiutavano di subire quella stessa trasformazione che avevo inizialmente accolto con gioia. Un’inutile lotta autodistruttiva contro qualcosa che era ormai parte di me. Fu grazie a quegli spiriti che compresi la verità: l’oscurità albergava già nel cuore di mio fratello. Il dono dell’Idra lo aveva solo fatto emergere in tutta la sua violenza. Come per tutti coloro che ci avevano preceduti, la trasformazione aveva dato maggiore spazio all’istinto, ma non aveva cambiato ciò che eravamo. Quella notte l’Aleia che fu, la contadina impaurita, smise definitivamente di esistere, sostituita finalmente dalla erede dell’Idra.

Appoggiandomi stanca alla Stele de Re, sorrido rendendomi conto dell’espressione allibita dipinta sul volto delle guardie assegnate alla sua sorveglianza durante il torneo. Quasi nessuno può toccare il monolite senza subire conseguenze. A parte poche eccezioni, le persone sane di mente neanche si avvicinerebbero alla pietra senza una buona ragione. Posso quindi comprendere lo sconcerto negli occhi dei due uomini, che passa in secondo piano appena realizzo di accusare una sensazione di spossatezza per la prima volta dopo anni. La trasformazione in Erede ha cancellato molte delle mie debolezze “umane”, rendendomi praticamente immune a malattie, veleni e tossine, per questo sentirmi così stanca mi lascia interdetta. È chiaro che salvare Darren Alpherd abbia avuto delle conseguenze perfino sul mio corpo, ma non riesco a capire quali esse siano. Perplessa e leggermente infastidita da una condizione fisica e mentale cui non sono più abituata, mi dirigo silenziosamente verso la mia tenda scoprendo di faticare a reggermi in piedi.

Non so per quale scopo, ma la strana sostanza mescolata con il vino bevuto dal figlio di Alastan ha provocato nel ragazzo solo uno stato di morte apparente, un torpore innaturale dal quale sono riuscita a liberarlo assorbendo la tossina dentro di me. Non ero sicura avrebbe funzionato, ma come ha sempre fatto, il sangue dell’Idra che scorre dentro di me avrebbe dovuto rendere innocuo anche questo veleno, o almeno questo è quello che pensavo. Sono stata una stupida. Confidando troppo nella mia eredità, ho assorbito la tossina invece di sputarla subito dopo averla estratta dal figlio del vecchio re. Spero che questa sensazione di spossatezza sia solo passeggera, perché ormai mancano poche ore all’inizio del torneo e gli stendardi di ciascun contendente sono già stati posizionati ai piedi della gradinata. Da questa struttura in legno, i dignitari potranno osservare lo svolgersi degli eventi: dal duello all’arma bianca alla prova di tiro con l’arco, fino la giostra. Il primo passo del percorso che potrebbe portarli infine a sedere sul trono. Superate queste sfide, i migliori tre accederanno alle prove più difficili, quelle legate alla volontà e alla forza di carattere. Questo perché il dovere di un re, o di una regina, non richiede solo l’abilità con le armi o la prestanza fisica, ma anche, e soprattutto, la capacità di governare e di mantenere unite le casate.

Raggiungere la mia tenda senza inciampare richiede un enorme sforzo di volontà. Dalla mia precedente esistenza, ricordo perfettamente il nome della sensazione che mi assale quando riesco a lasciami andare, lontana da sguardi indiscreti: sono esausta. Crollo in ginocchio con la testa in fiamme e la gola contratta. Fatico a respirare esattamente come quando vidi per la prima volta la Stele dei Re. Il mio corpo lotta contro se stesso ed è come se una fiamma mi bruciasse dall’interno. Mentre la vista si annebbia e perdo conoscenza, scorgo di sfuggita alcune figure incappucciate entrare nella tenda. Istintivamente porto la mano all’elsa della spada, ma è già troppo tardi.

Il buio mi avvolge prima che possa reagire, regalandomi il silenzioso oblio di un sonno senza sogni.

Il racconto a puntate “Gli eredi di Arcania – I sette pretendenti” è scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Francesco Lodato.

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