Autore: Redazione

  • GLI EREDI DI ARCANIA – I SETTE PRETENDENTI (Parte 5)

    GLI EREDI DI ARCANIA – I SETTE PRETENDENTI (Parte 5)

    PARTE 1
    PARTE 2

    PARTE 3
    PARTE 4

    La Stele dei Re si erge da secoli sul promontorio che domina la costa nord di Naler. Si dice che il monolite fosse già lì quando venne stretto il patto tra l’Idra e il nostro popolo. Su di esso l’accordo tra le due parti venne suggellato con il sangue del mostro e quello dei sette capitribù che dominavano le terre oggi riunite sotto un’unica bandiera. Costoro erano i leader di quelle che sarebbero divenute le odierne casate, gli uomini e le donne che plasmarono il mondo in cui viviamo. La creatura dalle molte teste li mise alla prova e tra loro scelse il primo sovrano, cui tutti gli altri avrebbero dovuto tributare onore e obbedienza. Una carica che mai sarebbe potuta diventare ereditaria; non a caso nessuna delle casate può proporre un re per due volte consecutive. Da quel giorno, ciascuno dei successivi governanti è obbligato a incidere il proprio sigillo sulla solitaria e imponente pietra bianca. Questa tradizione prosegue ininterrottamente sin dalla fondazione del regno ed è un gesto molto più che simbolico. Si tratta di un vero e proprio rituale, necessario per rinnovare il legame con il protettore delle nostre terre. Ognuno dei sovrani susseguitisi negli ultimi sette secoli accetta in questo modo l’onore e l’onere dell’investitura formale. Nel momento in cui ciascuno di essi appone il proprio sigillo sulla superficie del monolite, ottiene la consapevolezza del prezzo per le proprie eventuali mancanze: l’idra è un essere che non tollera il tradimento. Mostrando loro le conseguenze nell’essere manchevoli ai suoi occhi, essa esorta i vincitori del torneo a regnare in maniera giusta e imparziale, ricordandogli chi detiene il vero potere. Dal quel momento, da quando il patto viene rinnovato, il pretendente rinuncia nominalmente al proprio legame con la casata di appartenenza, giurando di porsi al servizio di tutti e sette i ducati in egual misura ma, soprattutto, di proteggerne la popolazione più povera. Questo perché all’Idra non interessano affatto il lignaggio o la ricchezza, quanto più l’impegno e la dedizione alla terra e alle sue necessità. Essa protegge soprattutto allevatori, contadini, pastori e tutti coloro che errano per boschi, foreste, valli e acquitrini.

    Questa spiegazione faceva parte delle poche parole che Alastan Alpherd mi rivolse dopo avermi tirata fuori dalla cella, la stessa in cui ero stata rinchiusa con l’accusa di avere ucciso i miei genitori. Un discorso affascinante e del quale, in quel momento, mi importava molto poco. Una volta “libera” avrei voluto solo lasciarmi Kasne alle spalle, magari per andare in cerca di Aaron, ma ero confusa, provata da quanto accaduto il giorno precedente. Forse per questo non ebbi la prontezza di fuggire da una liberazione solo apparente. Ancora sotto shock, fui condotta negli uffici del conestabile. Lì, un’imbarazzato scudiero fece il possibile per ripulirmi e il funzionario pubblico mi fornì dei vestiti comodi, credo appartenenti alla figlia. Indumenti da viaggio, utili per ciò che mi aspettava. Il vecchio Alastan aveva deciso di condurmi alla Stele dei re, un luogo di cui avevo sentito parlare solo nelle canzoni dei bardi. Quella notte appresi come il terreno dove si svolge il torneo dei sette pretendenti, “il campo bianco”, dovesse il proprio nome al colore del monolite che sorgeva poco lontano dalla spianata. Devo ammettere che il re non mi obbligò a partire con lui, non ne ebbe alcun bisogno, perché non misi in discussione quelli che erano di fatto degli ordini. Ero ancora stordita e quell’uomo mi aveva tirata fuori di prigione. Sul momento non ebbi la forza di fare altro se non seguirlo, fingendo di comprendere gli eventi in cui ero coinvolta. In quel frangente non mi importava minimamente del pericolo che correvo nel mettere la mia vita nelle mani di uno sconosciuto. Le infinite raccomandazioni di mia madre e il buonsenso avevano ceduto il posto a una sostanziale apatia. Quell’uomo diceva di essere il re e pur non avendo fornito nessuna prova tangibile di questo, io non avevo alcun motivo di dubitarne. Dopotutto la deferenza con cui veniva trattato da tutti era palese, ma la verità era che non mi importava. Troppe domande si affollavano nella mia testa e solo una piccolissima parte riguardava ciò che stava accadendo in quel momento. Non mi ero neanche fermata a riflettere sulla mia miracolosa guarigione: i miei pensieri erano bloccati nel tempo, fermi al momento in cui ero rientrata nella casa dei miei genitori.
    Dopo sei mesi dal nostro allontanamento, nonché quattro da quando Aaron era tornato alla propria vita criminale, avevo fatto ritorno alla fattoria solo per trovare un fratello che non riconoscevo più. Era ossessionato dalla decisione dei nostri genitori di ripudiarci, talmente sconvolto da arrivare a ucciderli davanti ai miei occhi. Più mi sforzavo, meno riuscivo ad abbandonare il momento in cui aveva affondato le lame nere dei suoi pugnali nelle gole di chi ci aveva cresciuti. In quel momento cercavo ancora, con tutte le mie forze, di negare la verità e l’evidenza. Speravo, credevo e volevo pensare che non fosse accaduto realmente, ma in cuor mio sapevo la verità. Per questo, annientata da tale consapevolezza, non mi opposi a ciò che stava accadendo, tantomeno prestai realmente attenzione alle persone intorno a me. Lungo il viaggio da Kasne alla Stele dei Re non feci domande e i miei compagni di viaggio di rimasero per lo più in silenzio, limitandosi a frasi di circostanza: avvertimenti, ordini e richieste strettamente legati al viaggio, alla strada da percorrere e alla sicurezza del sovrano. Io cavalcavo goffamente al centro del gruppo, sotto lo sguardo attento di due giovani guardie reali, limitandomi a tenere l’attenzione fissa sul sovrano. Da giovane Alastan Alpherd aveva servito come esploratore nella milizia della propria casata, per questo si dimostrò abile nel guidare il piccolo drappello di cavalieri privi di insegne lungo una serie sentieri secondari. Partimmo poco prima dell’alba, giungendo a destinazione solo a notte inoltrata. Passammo l’intera giornata cavalcando a passo rapido, fermandoci solo per consumare un breve pasto e cambiare i cavalli in una piccola stazione di posta a ridosso di un fiume. All’imbrunire, le guardie accesero delle lanterne per poter continuare ad avanzare anche nel buio di una notte priva di stelle. Seguivamo una strada che nessuno aveva più percorso negli ultimi quarant’anni, eccetto il sovrano stesso, recatosi spesso in quel luogo per cercare il consiglio dei propri predecessori.

    Oggi so cosa volessero intendere le guardie con quella frase, che sul momento mi sembrò decisamente ridicola. Ammetto di ricordare molto poco del paesaggio attraversato durante il viaggio, ma non posso dimenticare il momento in cui scorsi la pietra bianca dell’antico monolito luccicare nelle tenebre. Oggi so che furono i miei occhi da rettile, il simbolo più evidente della mia eredità, a permettermi di scorgerla nonostante la distanza e la mancanza di luce ma, in quel momento, essere l’unica capace di vederla fu come avere una specie di allucinazione. Solitaria, la Stele dei Re si ergeva quasi a ridosso del mare, al termine di un promontorio affacciato su una baia raggiungibile unicamente via mare.

    Non potevo immaginare quali effetti l’antica pietra avrebbe avuto su di me e non ero preparata a quello che scoprii quando, avvicinandomi sempre di più al monolite, il sangue cominciò a ribollirmi nelle vene. Sul momento, strinsi i denti sforzandomi di resistere, ma presto giunsero anche dolori lancinanti al petto ed allo stomaco, talmente forti da farmi quasi cadere da cavallo. Sentendomi lamentare, il drappello si fermò e i cavalieri si disposero intorno a me, quasi volessero proteggermi, anche se probabilmente il loro scopo era più quello di bloccarmi un’eventuale via di fuga. In quel momento non ci feci caso più di tanto, il dolore era troppo forte per pensare lucidamente, eppure spronai il cavallo ad avvicinarsi ulteriormente. Più riducevo la distanza dal monolite, più aumentava la sofferenza che attraversava il mio corpo, ma nonostante questo, non mi fermai. Ammetto di non sapere come avrebbe reagito il re se avessi provato a fuggire, ma per fortuna nessuno saprà mai come sarebbe andata, perché nonostante il dolore, non esitai ad avanzare. Vorrei potermi attribuire interamente questo successo, ma la verità è che, a dispetto della forza di volontà necessaria per sconfiggere il dolore, la stele esercitava su di me un’attrazione irresistibile. Dovevo toccarla e non importava quanto dolore avrei provato nel tentativo, perché dentro di me avvertivo il bisogno di farlo. Era come il mitico canto delle sirene, una melodia arcana, capace di fare scivolare in secondo piano la sofferenza che stavo provando. Fu quel pensiero a mantenermi semi lucida e quasi cosciente: un ricordo collegato a mio padre, seduto nella cucina della fattoria mentre raccontava le avventure dei suoi giorni da marinaio. Da questo la mia mente tornò alla morte dei miei genitori, un dolore emotivo talmente profondo da rendere sopportabile ciò che il mio corpo stava provando in quel momento. Ero a poche decine di metri dalla punta del promontorio quando la consapevolezza della tragedia appena vissuta si impossessò di me. Ormai incapace di reggermi in sella, mi lasciai scivolare sul terreno, lasciando le briglie a una delle guardie reali sempre presenti al mio fianco. Ricordo che appena smontai goffamente, cadendo in ginocchio quasi ai piedi del monolite, vomitai uno strano e puzzolente icore nero, che uccise all’istante l’erba intorno a me. Quello era puro veleno dell’Idra, che il mio corpo espelleva come se ormai non fosse parte sé. La testa girava vorticosamente, rendendo difficile orientarmi e reggermi in piedi. Gli uomini del re si avvicinarono per aiutarmi ad alzarmi, ma io rifiutai con un gesto secco della mano. Combattendo contro il dolore, non persi di vista l’obbiettivo e strisciai verso la stele sotto lo sguardo severo del re, rimasto solennemente indietro con il resto del drappello. Forse Alastan sapeva che dovevo farcela da sola, oppure stava semplicemente osservando senza avere alcuna idea di cosa sarebbe accaduto.

    Ammetto che i miei ricordi di quella notte siano ancora oggi abbastanza confusi, ma so per certo che quando infine allungai una mano per toccare la roccia, sfiorarne la superficie fu sufficiente a cambiare il mio futuro per sempre. Un breve contatto mi pose in risonanza con la pietra. Oggi so cosa vuol dire questa parola grazie a coloro che hanno studiato la magia della stele, ma all’epoca ne fui sconvolta. All’improvviso non ero più sul promontorio, bensì in una strana palude, un luogo di pace, silenzio e tranquillità. Fuochi fatui e sciami di lucciole illuminavano l’ambiente, tanto che tra la fitta vegetazione riuscii a scorgere l’ombra dell’idra muoversi furtiva. Pur non riuscendo a vederla chiaramente, sapevo che si trattava della creatura responsabile della mia trasformazione. Ancora oggi non saprei dire se quanto accadde fosse semplicemente dentro la mia testa, o se davvero la mia anima fosse stata trascinata in un altro luogo, ma ai miei sensi, in quel momento, sembrava tutto incredibilmente reale. Inizia a vagare per l’acquitrino, muovendomi lentamente, cercando segni del rettile, qualcosa che potesse indicarmi la sua presenza. Avevo tante domande alle quali solo lei avrebbe potuto rispondere, ma invece della creatura, trovai qualcosa di diverso. All’inizio fu solo una, poi altre iniziarono a emergere dalle anse della palude: apparizioni spettrali si materializzarono intorno a me, che troppo lenta nel reagire, mi ritrovai rapidamente circondata. Erano persone i cui volti non riconoscevo. Chi erano e cosa volessero da me lo scoprii subito dopo. Avrei dovuto intuire che fossero i miei predecessori nominati eredi nei sette secoli precedenti. Scomparsi da tempo nella loro forma umana, quegli spettri mi mostrarono cosa stesse realmente accadendo dentro di me, ponendo l’attenzione su ciò che non volevo ricordare o accettare del mio recente passato e che riguardava quasi esclusivamente mio fratello. Credevo che il morso dell’Idra avesse sconvolto la mente di Aaron. Mi ero convinta fosse colpa del rettile se era diventato malvagio e per paura di seguire la sua stessa strada, mi stavo opponendo al cambiamento. Dopo averlo visto uccidere i nostri genitori e dare alle fiamme la fattoria, il mio corpo e la mia mente rifiutavano di subire quella stessa trasformazione che avevo inizialmente accolto con gioia. Un’inutile lotta autodistruttiva contro qualcosa che era ormai parte di me. Fu grazie a quegli spiriti che compresi la verità: l’oscurità albergava già nel cuore di mio fratello. Il dono dell’Idra lo aveva solo fatto emergere in tutta la sua violenza. Come per tutti coloro che ci avevano preceduti, la trasformazione aveva dato maggiore spazio all’istinto, ma non aveva cambiato ciò che eravamo. Quella notte l’Aleia che fu, la contadina impaurita, smise definitivamente di esistere, sostituita finalmente dalla erede dell’Idra.

    Appoggiandomi stanca alla Stele de Re, sorrido rendendomi conto dell’espressione allibita dipinta sul volto delle guardie assegnate alla sua sorveglianza durante il torneo. Quasi nessuno può toccare il monolite senza subire conseguenze. A parte poche eccezioni, le persone sane di mente neanche si avvicinerebbero alla pietra senza una buona ragione. Posso quindi comprendere lo sconcerto negli occhi dei due uomini, che passa in secondo piano appena realizzo di accusare una sensazione di spossatezza per la prima volta dopo anni. La trasformazione in Erede ha cancellato molte delle mie debolezze “umane”, rendendomi praticamente immune a malattie, veleni e tossine, per questo sentirmi così stanca mi lascia interdetta. È chiaro che salvare Darren Alpherd abbia avuto delle conseguenze perfino sul mio corpo, ma non riesco a capire quali esse siano. Perplessa e leggermente infastidita da una condizione fisica e mentale cui non sono più abituata, mi dirigo silenziosamente verso la mia tenda scoprendo di faticare a reggermi in piedi.

    Non so per quale scopo, ma la strana sostanza mescolata con il vino bevuto dal figlio di Alastan ha provocato nel ragazzo solo uno stato di morte apparente, un torpore innaturale dal quale sono riuscita a liberarlo assorbendo la tossina dentro di me. Non ero sicura avrebbe funzionato, ma come ha sempre fatto, il sangue dell’Idra che scorre dentro di me avrebbe dovuto rendere innocuo anche questo veleno, o almeno questo è quello che pensavo. Sono stata una stupida. Confidando troppo nella mia eredità, ho assorbito la tossina invece di sputarla subito dopo averla estratta dal figlio del vecchio re. Spero che questa sensazione di spossatezza sia solo passeggera, perché ormai mancano poche ore all’inizio del torneo e gli stendardi di ciascun contendente sono già stati posizionati ai piedi della gradinata. Da questa struttura in legno, i dignitari potranno osservare lo svolgersi degli eventi: dal duello all’arma bianca alla prova di tiro con l’arco, fino la giostra. Il primo passo del percorso che potrebbe portarli infine a sedere sul trono. Superate queste sfide, i migliori tre accederanno alle prove più difficili, quelle legate alla volontà e alla forza di carattere. Questo perché il dovere di un re, o di una regina, non richiede solo l’abilità con le armi o la prestanza fisica, ma anche, e soprattutto, la capacità di governare e di mantenere unite le casate.

    Raggiungere la mia tenda senza inciampare richiede un enorme sforzo di volontà. Dalla mia precedente esistenza, ricordo perfettamente il nome della sensazione che mi assale quando riesco a lasciami andare, lontana da sguardi indiscreti: sono esausta. Crollo in ginocchio con la testa in fiamme e la gola contratta. Fatico a respirare esattamente come quando vidi per la prima volta la Stele dei Re. Il mio corpo lotta contro se stesso ed è come se una fiamma mi bruciasse dall’interno. Mentre la vista si annebbia e perdo conoscenza, scorgo di sfuggita alcune figure incappucciate entrare nella tenda. Istintivamente porto la mano all’elsa della spada, ma è già troppo tardi.

    Il buio mi avvolge prima che possa reagire, regalandomi il silenzioso oblio di un sonno senza sogni.

    Il racconto a puntate “Gli eredi di Arcania – I sette pretendenti” è scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Francesco Lodato.

  • GLI EREDI DI ARCANIA – I SETTE PRETENDENTI (Parte 3)

    GLI EREDI DI ARCANIA – I SETTE PRETENDENTI (Parte 3)

    PARTE 1
    PARTE 2

    Da quando il regno di Naler esiste, i prescelti dell’idra ne sono sempre stati i difensori. Tutti lo impariamo sin da bambini, ma tra il credere a una leggenda e vederla avverarsi c’è molta differenza. Io stessa ho festeggiato più volte il Giorno del Patto, dopotutto per ricordarlo è stata istituita una ricorrenza estesa a tutte le casate, ma come molti altri non avevo mai creduto veramente al mito della creatura dalle molte teste. A tale ricorrenza siamo sempre stati legati per altri motivi, ben più terreni. Per chi vive lontano dai borghi, contadini, allevatori, pescatori, boscaioli, barcaioli e gente di mercato, le cinque corone di rame donate in occasione della ricorrenza sono un tesoro prezioso. Una moneta per ogni testa dell’idra, una somma simbolica e risibile per gli abitanti dei villaggi, che invece per i ceti più poveri rappresenta una risorsa. Si tratta di denaro che, se messo da parte, può aiutare chi vive nelle campagne a superare un inverno particolarmente rigido o a comprare nuove sementi per i campi, cibo per gli animali o strumenti per tagliare la legna o rattoppare le reti. Personalmente conservo gelosamente i ricordi del Giorno del Patto, memorie legate al gusto delle mele caramellate e alla fragranza del pane speziato. Chiudendo gli occhi riesco ancora a ricordarne il sapore e l’odore. Sono sensazioni strettamente connesse al passato, ai miei genitori. Momenti più felici e precedenti alla solitudine degli ultimi anni.

    La mattina della festa, il primo giorno di primavera, nostra madre ci faceva alzare presto, obbligando me e mio fratello a lavarci per bene, passando poi lunghi minuti a pettinarci dopo il bagno. A quel tempo era ancora lei a prendersi cura di noi e non il contrario, molto prima che io ed Aaron crescessimo e lui andasse via in cerca di fortuna lasciandomi sola alla fattoria.
    Ricordo ancora il fastidioso prurito sulla pelle causato della spessa stoffa del mio vestito buono. Una sensazione che passava in secondo piano solo quando finalmente salivamo con mia madre sul retro del carro, lasciando nostro padre lo conducesse lungo la strada vecchia, cantando la Ballata della Fata Primavera mentre viaggiavamo verso Kasne per assistere alle cerimonie e partecipare ai festeggiamenti.

    Con mia sorpresa, in questa fredda mattina di mezza stagione quella stessa canzone riempie l’aria mattutina, levandosi dall’accampamento della casata Undrae. Non dovrei stupirmi più di tanto, eppure esito per qualche attimo chiedendomi se me lo stia solo immaginando. Si tratta di un testo molto popolare in tutta Naler, una canzone che racconta la lotta tra inverno e primavera, con la vittoria di quest’ultima e il conseguente avvicendarsi delle stagioni. Il testo le rappresenta sotto forma di una fata ed un gigante. La prima è una giovane e scaltra creatura ricoperta di edera e rampicanti, capace di ingannane e sconfiggere il vecchio essere dalla pelle di ghiaccio e la voce profonda come il tuono. È un canto augurale, utilizzato per esortare la Fata della Primavera a benedire qualcuno con la propria arguzia. Se mio padre la cantava per accompagnarci lungo il viaggio, gli emissari della casata insulare la intonano con l’augurio che Ullia Udrae riesca a trionfare nel torneo attraverso l’arguzia. La pretendente è la figlia maggiore di Hiskara Udrae, la tetra vedova delle Isole Nebbiose, nonché la maggiore delle tre sorelle cresciute senza padre. Perduto il genitore, inghiottito dalle onde durante una tempesta, la primogenita si è ritrovata a dover gestire la propria casata all’età di dodici anni, obbligata a divenire adulta troppo presto.
    La giovane si è rifiutata categoricamente di cercare un marito, convita che qualunque uomo l’avrebbe scelta non per le proprie qualità, quanto per l’enorme dote della principale casata mercantile di Naler.

    L’ho vista solo una volta, durante una delle udienze a corte, occasione in cui ho sentito sussurrare molte dicerie e maldicenze sul suo conto. Su tutte, la triste storia del rapporto con la madre, da lei stessa esiliata in seguito al sospetto che avesse drogato il marito prima della partenza maledetta. Dubbi avanzati dall’equipaggio stesso del padre, che lo videro assente nei primi giorni di navigazione.
    Secondo i dignitari della corte, la giovane Ullia sarebbe incapace di provare sentimenti proprio a causa della maledizione caduta sulla sua casata con la morte del padre. Una cosa possibile, per quanto improbabile. Sono più propensa a credere che la pretendente Undrae indossi una maschera creata per proteggersi, una forma di autodifesa maturata da una ragazza che sta facendo il possibile per dimostrarsi all’altezza del padre scomparso. Certamente il maleficio esiste e so che gli abitanti delle isole lottano costantemente contro la maledizione scagliata sulle loro terre dalle streghe della bruma, le adirate sorelle del defunto sovrano. Come erede dell’Idra ho offerto loro il mio aiuto più e più volte, un’assistenza sempre rispettosamente rifiutata dagli ambasciatori della casata.

    Avvicinandomi istintivamente all’accampamento Udrae, mi fermo a una dozzina di passi dalle tende con gli stendardi dal tridente dorato in campo grigio fumo, cogliendo di sfuggita gli sguardi perplessi delle sentinelle. Credo mi abbiano riconosciuta, ma scelgo di ignorarli mentre ascolto con orrore la cacofonia creata dalle voci che provengono dal campo, quelle di coloro che intonano il canto. È come udire un vasto branco di capre flatulente belare scompostamente. Eppure, a dispetto del fastidioso rumore, mi ritrovo a sorridere: per quanto possa sembrare impossibile, mio padre era perfino più stonato di loro. Oggi, da adulta consapevole, per evitare un simile strazio lo farei tacere anche con la forza se necessario, ma quando ero una bambina, per me non c’era suono più bello di quello della sua voce. Era così anche per Aaron: lui adorava cantare insieme a nostro padre e indubbiamente possedeva molto più talento di lui. Forse, se non avesse scelto di abbracciare l’arte del furto, oggi non saremmo nemici e lui sarebbe diventato un famoso bardo. Da brava ingenua, da piccola pensavo che saremmo rimasti insieme a qualunque costo, ma il destino ha scelto per noi una strada completamente diversa.

    «Erede», mormora una voce cupa e profonda alle mie spalle, cogliendomi quasi alla sprovvista. In un attimo le mie iridi serpentine si assottigliano e la mano sinistra si serra sull’elsa della spada. L’istinto del predatore fa parte di me tanto quanto di Aaron, ma se lui ha scelto di assecondarlo, io lotto costantemente per dominarlo.
    «Vostra grazia», mormoro in risposta voltandomi lentamente verso colei che suppongo essere Ullia Udrae. Scorgo un sorriso cupo tendersi sul suo viso quando trasalisco alla vista del suo volto. D’istinto abbasso gli occhi imbarazzata, mentre lei non si scompone affatto.
    «Permettetemi di porgervi le mie scuse…»
    «Non serve. Non siete la prima e non sarete l’ultima a reagire in questo modo guardandomi in volto», ammette Ullia con distacco, portandomi a comprendere l’origine delle dicerie sulla giovane guerriera a pochi passi da me, una persona molto diversa da quelle incontrata fugacemente tre anni prima nella sala delle udienze del castello reale.
    Occhi, labbra e capelli grigi non sono poi così strani. È invece la pelle a colpirmi. Fissarla equivale a cercare di penetrare con lo sguardo la bruma mattutina: densa, grigia, mutevole e in lento quanto costante movimento. Ammetto di essere sorpresa: l’unica volta in cui la vidi, la pretendente della casata Undrae non aveva affatto questo aspetto. Indossa abiti semplici ed eleganti, capi ampi e robusti, con gli sbuffi e i bordi ricamati tipici di chi cavalca lungo le coste frastagliate delle terre nordorientali del regno.
    «Perdonate la mia domanda, ma cosa vi conduce presso l’accampamento della casata che rappresento?»
    Per un attimo esito, indecisa sul da farsi, ma è solo un momento di imbarazzo, cancellato dalla consapevolezza di non aver nulla di cui vergognarmi.
    «Il canto intonato dai vostri uomini mi ha riportata all’infanzia, ricordandomi quanto mio padre fosse stonato… molto più di così», ammetto sorridendo con franchezza, anche perché mentire o glissare in questa situazione sarebbe superfluo, irrispettoso e profondamente fuori luogo.
    «Peggio di loro?» mormora con una punta di ironia, inarcando ad arte un sopracciglio. Io rispondo limitandomi a un convinto cenno di assenso.
    «Non so se essere dispiaciuta o contenta per voi», sussurra lei quasi sottovoce, con una formalità fin troppo artefatta che mi dimostra senza ombra di dubbio che il suo atteggiamento altero e distaccato è costruito e non naturale. A ogni modo, il nostro incontro si conclude rapidamente con un suo cenno rispettoso del capo, a cui rispondo con un sorriso gentile facendomi da parte per lasciarla passare.

    La seguo per qualche momento con lo sguardo mentre ritorna al proprio campo, notando il modo in cui le sentinelle la salutino con rispettoso contegno.
    Adesso, dopo averla incontrata a tu per tu, ammetto di essere incuriosita e mentre scompare tra le tende degli Udrae, mi pento di non averla mai conosciuta davvero prima.

    «Il futuro non si scrive con i “se”, sorella, ma con le azioni e le decisioni».
    Percepisco la sua presenza ben prima che parli e questa volta lascio libero l’istinto dell’Idra. Sguaino la spada con un movimento fluido mentre mi muovo sinuosa e letale come un serpente ma, nonostante la mia lama puntata alla gola, lui non si scompone.
    I nostri occhi da rettile si specchiano gli uni negli altri e nessuno dice nulla, né accenna a muoversi. Per lunghi secondi ci limitiamo a fissarci, poi un grido disperato spezza il momento. Per un attimo perdo la concentrazione e, spostando lo sguardo, concedendo a mio fratello il tempo sufficiente per scomparire nuovamente.
    Le guardie Udrae mi fissano stupite: hanno avuto appena il tempo di fare tre passi nella mia direzione, probabilmente con lo scopo di aiutarmi, prima di essere distratti a loro volta. Quando tornano a voltarsi restano ancora più perplessi di me per la sparizione di Aaron, svanito in piena vista nel tempo di un battito del cuore. Avrò modo di riflettere più avanti sul perché di questo suo gesto, apparentemente troppo plateale per lui e decisamente privo di senso, ma adesso è più urgente scoprire cosa stia accadendo; rinfodero la spada e senza voltarmi indietro corro verso l’accampamento della casata Alpherd sapendo che, nascosto da qualche parte, lui mi sta osservando. 

    Il racconto a puntate “Gli eredi di Arcania – I sette pretendenti” è scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Francesco Lodato.
    Immagine di Stefan Keller da Pixabay

  • CHI HA LA CORONA VINCE

    CHI HA LA CORONA VINCE

    Schivo, rotolando a terra, un colpo che mi manca per un soffio e con lo slancio della rotazione inversa centro il ventre dell’avversario con la mia arma, ormai viscida di sangue nemico.

    E finalmente riesco a rialzarmi.

    La battaglia infuria tutto intorno, le grida e il clangore delle armi rimbombano nell’immensa sala con un frastuono assordante, l’aria è appestata dal puzzo di sudore e paura.

    Ho appena il tempo di lanciare un’occhiata intorno e vedere Luig e Govan, a poca distanza, circondati dai nemici, prima di dover tornare a difendermi.

    Blocco il colpo e miro direttamente alla gola del mio assalitore, dove la protezione non può arrivare, poi lo spintono per liberarmi e lo lascio esanime a terra: la sua morte renderà gli altri più cauti nei miei confronti.
    Ormai siamo in inferiorità numerica e ogni loro esitazione è la benvenuta.

    «Che diavolo stai facendo? Pensa a correre idiota!»
    Alidia. La sua voce è inconfondibile anche nel frastuono della sala del trono.
    «Coprimi», le ordino ignorando le sue parole e, senza aspettare una risposta, afferro l’amuleto a forma di falco che mi pende dal collo.

    Il metallo è freddo come il ghiaccio al tatto e scivoloso per il sangue che mi ricopre le mani e il cui puzzo metallico mi è ormai penetrato nelle narici.

    Sento le parole della magia scorrere nella mente cauterizzandomi il cervello e una scintilla vitale abbandonare il mio corpo, assorbita dall’amuleto che da ghiaccio diventa di fuoco.
    Quando sento di non poterlo più trattenere lo alzo in aria e grido: «Falchi, spalancate le vostre ali!»

    L’amuleto brilla per un istante di una luce accecante, risucchiando ogni rumore, ogni percezione, poi rilascia la magia attivata dalla mia energia vitale e sprigiona fili di luce incandescenti, ognuno dei quali va a colpire il simbolo del falco impresso a fuoco sulle vesti di tutti i miei compagni dando loro nuovo vigore.

    Mentre il falco nella mia mano torna scuro e freddo le immagini e i rumori della battaglia tornano ad aggredirmi più feroci che mai, accompagnati dal boato di risposta dei Falchi.

    Alidia sta completando la sua danza di morte su un soldato alto quasi il doppio di lei.
    Lo vedo cadere, gli occhi sgranati dallo stupore, morto prima ancora che il sibilo della lama di lei si spenga.
    Nessuno è mai riuscito a tenere testa ad Alidia.
    Ha solo il tempo di lanciarmi un’occhiata perplessa prima di doversi chinare per schivare il colpo di un nuovo avversario.
    «Piantala di fare l’idiota e corri! Qui ci pensiamo noi.»

    L’istinto mi spingerebbe a mettermi al suo fianco ma mi costringo a ignorarlo e le volto le spalle, poi, arma alla mano, mi getto nella mischia.
    Lotto per guadagnare ogni centimetro, spingendo, parando e colpendo. I nemici sembrano non finire mai.

    Un colpo mi sibila accanto all’orecchio. Indietreggio di un passo e poi scarico tutta la potenza del mio braccio sull’arma, colpendo il nemico al viso.
    Nonostante il frastuono mi sembra quasi di percepire lo schiocco della cartilagine che si spezza seguito dal grido di dolore che prorompe dalla gola del soldato dei Draghi.

    Lo lascio a terra a contorcersi dal dolore e, per un breve istante, provo pena per lui: in fin dei conti è solo un ragazzo, poco più che un bambino. Poi uno scintillio ai margini del mio campo visivo attira tutta la mia attenzione, rivelandomi che ho raggiunto la meta.

    A pochi metri il trono di cristallo brilla sanguigno alla luce di un singolo raggio di sole e, sulla sua seduta, in attesa, il premio del vincitore, il più potente artefatto magico mai esistito: la Corona del Re.
    La luce strappa riflessi screziati d’oro all’oricalco che la compone e la luce liquida delle pietre preziose è come un faro che mi guida.

    Senza esitare mi lancio verso il trono, ormai così vicino, con tanta foga che per un istante non noto l’ombra che mi sfreccia accanto superandomi.
    In quel momento riconosco la figura di Ander, i muscoli tesi nella corsa, il volto quasi stravolto dall’estasi della vittoria.
    È appena pochi passi davanti a me, ma è sempre stato più veloce e lo sa.

    Chi ha la corona vince. E non posso permettere che sia lui.

    Spicco un salto atterrandogli direttamente tra le gambe e roviniamo entrambi a terra senza possibilità di scampo. Un groviglio di arti contusi e doloranti, i volti congestionati e sudati, I respiri ansimanti per la lunga battaglia.

    «Ahia! Merda Marco, lo sgambetto non vale!» sbotta Andrea controllandosi il gomito sbucciato.
    «Scusa», rispondo scoppiando a ridere davanti alla sua faccia rossa e agli occhiali che gli pendono storti sul naso. Ma vengo subito tacitato dal suono stridente del fischietto della professoressa.
    «Fallo! Punizione per i Draghi. E se ti ribecco a farlo ti sospendo, Raghi.»
    «Sì prof.! Scusa…» ripeto poi aiutando Andrea a rialzarsi.

    «Tutti nella propria metà campo», abbaia la professoressa «si riprende!»

    Racconto scritto da Elena Pennadoca per Universo Fantasy
    Immagine di Pete Linforth da Pixabay

  • Gli Eredi di Arcania – I sette pretendenti (parte 2)

    Gli Eredi di Arcania – I sette pretendenti (parte 2)

    Se avete perso la prima parte la trovate qui.

    “L’idra benedice coloro che prendono in mano il proprio destino”.
    Dicono che sia per questo che la creatura dalle molte teste l’abbia scelta, per il coraggio dimostrato il giorno in cui morì, ma Aleia non è ancora riuscita ad accettarlo.

    Delle ore successive all’incontro con la creatura ricorda il dolore che pervadeva ogni fibra del suo fisico, mentre la cambiava nel corpo e nella mente. Era rimasta preda di incubi e visioni per quasi due giorni. Eventi, luoghi e persone si sovrapponevano prepotentemente ai suoi pensieri, solo per poi frammentarsi all’improvviso in milioni di possibili destini, sgretolandosi progressivamente fino a svanire.
    Quando infine aveva ripreso conoscenza, si era ritrovata con Aaron nella stalla della loro fattoria, adagiata su un cumulo di fieno.
    I loro genitori li avevano trovati e riportati indietro, ma avevano avuto paura di portarli in casa. Al momento di quel primo risveglio, suo fratello dormiva accanto a lei, apparentemente sano e salvo. Solo settimane dopo Aleia avrebbe scoperto cosa si celasse realmente dietro quell’espressione placida.

    In lei il cambiamento era stato più evidente: era diventata più alta e possente. La sua corporatura era ora quella di un’adulta: agile, forte e veloce, ben diversa da quella della ragazzina di pochi giorni prima. Adattarsi non era stato facile; inizialmente era goffa, impacciata e confusa; tuttavia, non era stato quello a terrorizzare i suoi genitori, ma gli occhi da rettile, comparsi anche in suo fratello.
    Per sua madre risultavano alieni e disturbanti, portandola a provare paura dei suoi stessi figli.

    I giorni erano passati ed entrambi i fratelli si erano ripresi dall’esperienza, tornando più volte alla grotta dell’idra e trovandola sempre vuota. Era come se il rettile dalle molte teste fosse semplice svanito e di questo Aaron non riusciva a darsi pace.
    Tutto cambiò una sera, quando tornarono in città dopo l’ennesima ricerca e trovarono le loro cose ammassate fuori dalla porta del fienile, con il conestabile del vicino borgo di Kasne ad attenderli. L’uomo di legge dalla folta e ispida barba nera, accompagnato dai suoi due aiutanti, disse loro di andarsene, perché in quella casa non erano più i benvenuti. Qualsiasi cosa fossero, non erano più figli dei loro genitori, che se ne stavano fermi sull’uscio della casa con gli occhi fissi al terreno.

    Aleia si sforzò di non piangere: quella decisione non era piovuta dal cielo. Da ormai undici giorni sua madre non le rivolgeva la parola, ritraendosi spaventata quando lei provava ad avvicinarsi. Per quanto fosse doloroso, comprendeva quella paura. Aaron invece no.
    Quella sera, quando il crepuscolo era ormai prossimo, suo fratello rivelò cosa il morso dell’idra avesse davvero cambiato in lui, soprattutto nella sua mente. Quello fu il primo scontro di un lungo e interminabile conflitto: erano entrambi eredi dell’idra, il che li rendeva difficili da uccidere, perfino l’uno per l’altra.

    Anche adesso, attraversando il campo del torneo, Aleia ne percepisce la presenza. Il re è morto senza lasciare eredi, il che impone ai sette pretendenti di giostrare per il diritto di regnare. Solo il migliore potrà provare a indossare la corona, diritto che, nella sua lucida follia, suo fratello crede di avere dal momento della propria rinascita.

    Per questo lei si muove con estrema attenzione tra le tende dei clan, cercando qualsiasi segnale o indizio possa aiutarla a evitare una strage tra i figli della nobiltà del regno di Naler.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Francesco Lodato.

  • VOLO NOTTURNO

    VOLO NOTTURNO

    Tornava a casa, Giulia, dopo il turno di notte fatto di piatte luci al neon e volti stanchi come il suo. Il passo svelto, le ampie falcate e nelle orecchie le cuffie dell’iPhone. D’improvviso, lo slancio verso il marciapiede annullò il peso e, sotto la luce rossa del semaforo, Giulia fissò i suoi piedi sbigottita. Fluttuavano in aria!

    Poteva volare? Per strano che fosse, Giulia non provò paura. Anzi, si azzardò in divertenti acrobazie. Superò i tetti, puntando in alto, oltre le nuvole, tra le stelle del cielo. Seguì la scia di una stella e ne catturò i bagliori e, nel suo tragitto verso la Luna, ne sparse i semi di luce dietro di sé, come fosse una cometa.

    A osservarla dalla Luna, la Terra era una sfera rotonda circondata dalle nuvole. Le apparve bellissima nei suoi colori sfumati punteggiati dalle luci della notte e ne provò nostalgia, così ripartì per tornare.
    Lasciò la Luna, virò attorno a un cerchio di stelle e puntò decisa in giù.

    Via via che colmava la distanza, Giulia notò che tutto diventava più chiaro.

    Discendendo, le tremolanti luci della città che facevano capolino tra veli di foschia brillavano più vivide, come a farle strada. I fari delle auto in movimento creavano giochi di colori e lei immaginò che fosse quello il sentiero dei sogni. Sorrise, Giulia, a quel pensiero. Da quanto tempo non si sentiva così? Da quando la vita aveva preso il sopravvento. Ma adesso era serena, felice. Cambiando punto di osservazione le cose si vedono in modo diverso. Da questa prospettiva anche i miei problemi appaiono più leggeri, pensò.

    Quando planò lieve, l’incanto si spezzò. Giulia tornò con i piedi a terra e la sua memoria si cancellò. Tuttavia una strana felicità, leggera, fatta di sorrisi e nuovi colori, le restò incollata addosso, senza andare più via.

    Alcuni di noi la videro rientrare a casa cantando una canzone.
    Altri dicono che scrisse sull’asfalto una poesia di speranza.
    Io di certo so solo che, dopo quel magico volo notturno, Giulia ha ripreso a sognare.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Loriana Lucciarini, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.

  • MAGIA FELINA

    MAGIA FELINA

    Una buia notte d’inverno. Un miagolio tanto disperato quanto flebile giungeva da un ammasso di rifiuti abbandonati. Solitario.

    Nessuno sembrava curarsene, o forse era soltanto troppo sommesso per essere udito al di sopra del vento che fischiava. Comunque fosse, il povero micio rischiava di morire di freddo, o di fame, non necessariamente in quest’ordine.

    Quando stava ormai per lasciarsi vincere dalle avversità che l’avevano scaraventato in quella strada buia, ecco apparire una luce, un fioco lumino che poco a poco divenne una grande sfera e, dentro questa, una donna, o forse un angelo. Il gattino sgranò gli occhi e le pupille divennero due strette fessure mentre l’eterea figura si avvicinava e tendeva una diafana manina ad afferrarlo per la collottola. Avrebbe voluto fuggire per la paura, ma quel tocco era caldo e rassicurante.

    «Vieni con me», disse semplicemente.

    Poco dopo era sulla soglia di una casetta di campagna. Dalla cucina provenivano deliziosi odorini di carne stufata e verdure e due bambine lanciavano gridolini e si accapigliavano per contendersi il diritto di prenderlo in braccio.

    «Cos’è questo trambusto?» intervenne la mamma con piglio severo poi, vedendo quella piccola palla di pelo, si sciolse in un sorriso e si premurò di portarlo accanto al fuoco per farlo scaldare, mentre riempiva una ciotolina di latte.

    «Ti chiameremo Pollicino, come il bimbo che aveva ritrovato la strada di casa», sentenziò la donna mentre le sue figlie annuivano gravi — quasi si stesse realizzando una vera cerimonia di battesimo! — e il gattino, felice, si addormentò con la pancia piena facendo le fusa.

    Fu svegliato da un leggero sospiro che profumava di rose e menta; aprì un occhietto, poi l’altro e passò la zampetta sul muso. Quando la vide sobbalzò e rizzò il pelo soffiando, suscitando l’ilarità dell’evanescente figura.

    «Piccolo amico, ti sei già scordato di me?» chiese con un sorriso.

    Il micio riconobbe la fata, o forse l’angelo… chi poteva dirlo? Era solo un gatto, non conosceva nulla del mondo. La donna allungò una mano per lisciare il pelo arruffato e il micio si rilassò.

    «Ora sei il protettore di questa casa. Terrai lontani i topi dalla dispensa ma, soprattutto, guarirai le ferite del cuore con le tue fusa. Ti affido i tuoi umani», disse con fare benevolo.

    E fu così che un’altra famiglia trovò il suo difensore felino, convinta di aver dato semplicemente asilo a un gattino quando invece aveva aperto la porta a un essere magico.
    E questo vale per ogni gatto.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Francesca Prandina, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.

  • IL DESTINO DELLA FORESTA INCANTATA

    IL DESTINO DELLA FORESTA INCANTATA

    C’era una volta una rigogliosa foresta. Vi crescevano alti pini silvestri, faggi maestosi, abeti rossi dai folti aghi, floride betulle e solenni salici dalle lunghe chiome cadenti che si specchiavano nel lago dalle acque verdi come smeraldi. Gli animali si abbeveravano alle cascatelle cristalline e correvano tra i sentieri tracciati dai sassi, giocando allegri tra i fitti tronchi degli alberi. Creature fatate si nascondevano nei più piccoli anfratti del bosco e si muovevano con gesti lenti, mutando di continuo il terreno boschivo. Gli elfi vivevano in piccole casupole ricavate dalle radici degli alberi più anziani, che avevano lasciato il posto ai giovani arbusti, e le fate volavano di fiore in fiore raccogliendo il nettare più prelibato, mentre i maghi selezionavano piante aromatiche e portentose per creare pozioni e sperimentare gli incantesimi più arditi. La foresta incantata era teatro di innumerevoli storie e avventure che venivano narrate ai bambini. Essi, dai loro lettini, riuscivano a sentirne perfino i rumori e i profumi. Purtroppo una vasta nube minacciava la foresta e ogni volta che un bimbo sceglieva la tecnologia all’immaginazione e le immagini digitali alla fantasia, essa avanzava sempre più vasta e carica di tempesta. Gli abitanti del bosco guardavano con preoccupazione quell’oscurità attendendo l’arrivo dell’inevitabile. Quando cadde il primo fulmine generò solo un fuoco isolato che poi, però, cominciò a divampare con forza, avvolgendo nelle sue spire ogni albero e cespuglio, ogni rovo e arbusto. Tutti fuggirono cercando scampo, qualcuno si perse tra le fiamme, altri inciamparono e rimasero lì. Il calore del fuoco e il fumo intenso rendevano difficile la fuga. Fortunatamente, infine, uno a uno arrivarono oltre il confine della foresta. Si strinsero l’uno all’altro e guardarono la loro casa andare in fiamme. Maghi e fate non credevano ai loro occhi: una densa polvere scura riempiva l’aria e l’odore di legna bruciata sapeva di tristezza. Gli animali avevano le zampe ferite dalla corsa sul terreno rovente, mentre i piccoli elfi se ne stavano in silenzio, gli occhi lucidi a fissare il vuoto. Infine arrivò anche un bambino e vide che laggiù, dove era stata la foresta, ora erano solo cenere, polvere e piccoli fuochi residui che ancora ardevano minacciosi. Là, dove aveva vissuto le storie più belle e le avventure più emozionanti, non era rimasto più nulla. Il bimbo allora pianse e versò una lacrima per ogni sorriso che le storie della foresta incantata gli avevano donato: non ci sarebbero state più fiabe, né magie, né storie incantate. Né una casa per tutti gli abitanti del bosco. Il suo pianto divenne così rivolo, poi ruscello e infine fiume che bagnò il terreno rovente, spegnendo anche le ultime fiammelle. Ma, a un tratto, le fate volarono fino a una radura, attirate da un lieve luccichio. Tutti le seguirono, disponendosi poi a cerchio e tenendosi per mano. Il bimbo, incuriosito, li raggiunse e lo vide: un minuscolo germoglio aveva sfidato l’incendio e si ergeva, ora, fiero verso il cielo. Un pezzetto di foresta che ancora viveva, un seme di speranza per ognuno di loro. Tutti sorrisero e si abbracciarono felici. E una nuova fiaba, ora, poteva cominciare.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Anita Cainelli, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.

  • IL TOPO BIRICHINO

    IL TOPO BIRICHINO

    «C’era una volta…»
    «No, nonno. Basta “c’era una volta”, raccontami una delle tue storie fantastiche» il vispo Nicola con la testa riccioluta agitava le mani con energia. Le storie del nonno erano più avventurose di quelle contenute nel vecchio libro. Nonno Carlo chiuse il grosso libro che teneva sulle ginocchia e si schiarì la voce.

    «Questa è la storia di una terra lontana…» Nicola si tirò la coperta sulle spalle a mo’ di mantello e incrociate le gambe sul letto si dispose ad ascoltare in silenzio.
    «Il Buon Duca aveva due cavalieri di cui si fidava: Bianco e Nero. Li fece chiamare perché un terribile mostro minacciava il suo regno.»

    «Nonno», lo interruppe Nicola. «I cavalieri uccideranno il mostro, vero?» e mimò un colpo di spada.
    «Sei troppo curioso», sorrise il nonno divertito. «Vediamo… ah, sì. I cavalieri partirono in direzione di Bosco Oscuro. “Mi hanno detto che il mostro ha gli artigli lunghi” li aveva avvertiti il Buon Duca e i due videro proprio un paio di artigli sporgere da un ramo e si avvicinarono.
    Bubolando, il grosso gufo li fissò con profondi occhi gialli: “Cosa volete?”
    “Sei il mostro di Bosco Oscuro?”, chiese Nero. “Perbacco, sembro un mostro?”, “Certo che no, nobile gufo. Lo hai forse visto?”. Il pennuto ci pensò: “Certo! Mi hanno detto che ha la pelle a squame”.

    I cavalieri proseguirono. Sentirono un rumore e videro tra le foglie un corpo squamoso. Bianco tentò di colpirlo, ma tagliò il ramo e la creatura per poco non cadde a terra. “Ehi, che modi sssono”, sibilò il grosso serpente. I cavalieri si scusarono.
    “Mi hanno detto che il mostro vive oltre quella collina e fissschietta.”

    Bianco e Nero strisciarono fino in cima e trovarono un piccolo topo disteso a prendere il sole. “Stiamo cercando il mostro”, dissero. “Ha grossi artigli, pelle squamosa e ama fischiare”.
    Il topo scoppiò a ridere. “Il mostro non esiste!”, riuscì a dire tra una risata e l’altra. “Ho inventato tutto io. I predatori mi perseguitavano e così ho detto loro che ero amico del mostro di Bosco Oscuro. Ahahah! Da quel momento non ho più dovuto nascondermi!”»

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Andrea Oliverio, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.

  • Be-Bop

    Be-Bop

    Mi chiamo Be-Bop. Mi battezzarono così perché mio padre era un appassionato di musica rock. Quello che le donne ballavano mentre lavavano i piatti, sognando il principe azzurro a cavallo di una chitarra.

    Una cosa che mio padre ripeteva spesso era: «Oh, figliolo. Quello sì che era un bel vivere! Al calare della sera, quando gli uomini sprangavano le porte e si accomodavano sulle poltrone, io e tuo nonno ci occupavamo della mandria. Le note scoppiettavano nell’aria e accompagnavano ogni nostro movimento. Ah, lavorare al ritmo della musica. Che spasso!» 

    All’epoca ero piccolo, come i problemi che davo ai miei genitori. Per esempio, mia madre si disperava per il mio pelo. Troppo morbido e profumato di menta piperita. «Così non fa spavento a nessuno», diceva. Mio padre scrollava il capo e le rispondeva: «Sarà il mammone più spaventoso della storia».
    Ero nato per essere un gatto mammone. Ma facciamo chiarezza, perché per la mia razza essere un mammone era una cosa seria. Basta dare un’occhiata ai ritratti dei miei antenati per farsi venire la pelle d’oca. Con quegli occhi gialli, le unghie affilate come rasoi e la pelliccia arruffata. I loro miagolii erano simili a ruggiti. Le mandrie non avevano scampo, quando nell’aria echeggiava il verso di un mammone. Questo accadeva prima che gettassi nella vergogna l’intera stirpe.

    Il fatto è che di lasciare la casa natale, per prendere la mia strada, non ne avevo proprio voglia. Perché perdere tempo con la caccia, quando bastava gorgogliare e strofinare il pelo sulle gambe del primo essere umano che sbatteva le palpebre, attratto dal mio aspetto insolito?

    Ricordo ancora il giorno in cui diedi la notizia ai miei genitori. «Il fatto è che sono vegetariano». Gli spezzai il cuore, ma non mi mandarono via. «Un figlio è un figlio», disse mio padre.

    Oggi sono vecchio. Con l’età, il mio pelo si è arruffato. A mio padre brillerebbero gli occhi di piacere, nell’ammirare l’aspetto che ho adesso. Andrebbe in brodo di giuggiole, vedendo la cicatrice che mi attraversa una guancia.

    Io sono stato il primo della mia specie ma, dopo di me, in molti hanno deciso di cambiare vita. Eravamo demoni famelici, perché il mondo è grande e sopravvivere fa paura. Siamo diventati animali da compagnia. Veniamo spazzolati, nutriti, accarezzati, fotografati continuamente. Abbiamo mantenuto un carattere un po’ schivo e, se non siamo dell’umore giusto, graffiamo e soffiamo come dei bollitori, ma mammone non è più una parola che fa venire i brividi.

    Abbiamo perso i poteri e la capacità di parlare, ma ne è valsa la pena. Perché, quando cala la sera e gli uomini sprangano le porte, possiamo appollaiarci sulle loro poltrone, mentre le note scoppiettano nell’aria. Ah, sonnecchiare al ritmo della musica. Che spasso!

    Well, be bop a Lula she’s my baby…

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Angela Gagliano, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.

  • MIRACOLO DI VITA

    MIRACOLO DI VITA

    Un giorno, il sole, innamorato del mare, vi si tuffò.
    Gli schizzi colorarono il cielo nell’ora dell’imbrunire e fu così che nacque il tramonto.

    Una notte, la luna, affascinata dalla luce delle case degli uomini, si avvicinò per sbirciarci dentro.
    I suoi bagliori dorati furono così potenti da bucare il buio e fu così che nacquero le stelle.

    Un secolo fa, la foresta volle attirare lo sguardo del cielo e dispose gli alberi più belli a formare una scia di foglie turbinanti al vento.
    Il cielo, dall’alto, vide quei colori così diversi dai suoi e si commosse, tanto che pianse.
    Fu così che nacque l’arcobaleno.

    Nel mondo, le cose più belle sono sempre dei miracoli di vita.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Loriana Lucciarini, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.