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GLI EREDI DI ARCANIA – I SETTE PRETENDENTI (Parte 3)

Eredi Arcania 3 copertina

PARTE 1
PARTE 2

Da quando il regno di Naler esiste, i prescelti dell’idra ne sono sempre stati i difensori. Tutti lo impariamo sin da bambini, ma tra il credere a una leggenda e vederla avverarsi c’è molta differenza. Io stessa ho festeggiato più volte il Giorno del Patto, dopotutto per ricordarlo è stata istituita una ricorrenza estesa a tutte le casate, ma come molti altri non avevo mai creduto veramente al mito della creatura dalle molte teste. A tale ricorrenza siamo sempre stati legati per altri motivi, ben più terreni. Per chi vive lontano dai borghi, contadini, allevatori, pescatori, boscaioli, barcaioli e gente di mercato, le cinque corone di rame donate in occasione della ricorrenza sono un tesoro prezioso. Una moneta per ogni testa dell’idra, una somma simbolica e risibile per gli abitanti dei villaggi, che invece per i ceti più poveri rappresenta una risorsa. Si tratta di denaro che, se messo da parte, può aiutare chi vive nelle campagne a superare un inverno particolarmente rigido o a comprare nuove sementi per i campi, cibo per gli animali o strumenti per tagliare la legna o rattoppare le reti. Personalmente conservo gelosamente i ricordi del Giorno del Patto, memorie legate al gusto delle mele caramellate e alla fragranza del pane speziato. Chiudendo gli occhi riesco ancora a ricordarne il sapore e l’odore. Sono sensazioni strettamente connesse al passato, ai miei genitori. Momenti più felici e precedenti alla solitudine degli ultimi anni.

La mattina della festa, il primo giorno di primavera, nostra madre ci faceva alzare presto, obbligando me e mio fratello a lavarci per bene, passando poi lunghi minuti a pettinarci dopo il bagno. A quel tempo era ancora lei a prendersi cura di noi e non il contrario, molto prima che io ed Aaron crescessimo e lui andasse via in cerca di fortuna lasciandomi sola alla fattoria.
Ricordo ancora il fastidioso prurito sulla pelle causato della spessa stoffa del mio vestito buono. Una sensazione che passava in secondo piano solo quando finalmente salivamo con mia madre sul retro del carro, lasciando nostro padre lo conducesse lungo la strada vecchia, cantando la Ballata della Fata Primavera mentre viaggiavamo verso Kasne per assistere alle cerimonie e partecipare ai festeggiamenti.

Con mia sorpresa, in questa fredda mattina di mezza stagione quella stessa canzone riempie l’aria mattutina, levandosi dall’accampamento della casata Undrae. Non dovrei stupirmi più di tanto, eppure esito per qualche attimo chiedendomi se me lo stia solo immaginando. Si tratta di un testo molto popolare in tutta Naler, una canzone che racconta la lotta tra inverno e primavera, con la vittoria di quest’ultima e il conseguente avvicendarsi delle stagioni. Il testo le rappresenta sotto forma di una fata ed un gigante. La prima è una giovane e scaltra creatura ricoperta di edera e rampicanti, capace di ingannane e sconfiggere il vecchio essere dalla pelle di ghiaccio e la voce profonda come il tuono. È un canto augurale, utilizzato per esortare la Fata della Primavera a benedire qualcuno con la propria arguzia. Se mio padre la cantava per accompagnarci lungo il viaggio, gli emissari della casata insulare la intonano con l’augurio che Ullia Udrae riesca a trionfare nel torneo attraverso l’arguzia. La pretendente è la figlia maggiore di Hiskara Udrae, la tetra vedova delle Isole Nebbiose, nonché la maggiore delle tre sorelle cresciute senza padre. Perduto il genitore, inghiottito dalle onde durante una tempesta, la primogenita si è ritrovata a dover gestire la propria casata all’età di dodici anni, obbligata a divenire adulta troppo presto.
La giovane si è rifiutata categoricamente di cercare un marito, convita che qualunque uomo l’avrebbe scelta non per le proprie qualità, quanto per l’enorme dote della principale casata mercantile di Naler.

L’ho vista solo una volta, durante una delle udienze a corte, occasione in cui ho sentito sussurrare molte dicerie e maldicenze sul suo conto. Su tutte, la triste storia del rapporto con la madre, da lei stessa esiliata in seguito al sospetto che avesse drogato il marito prima della partenza maledetta. Dubbi avanzati dall’equipaggio stesso del padre, che lo videro assente nei primi giorni di navigazione.
Secondo i dignitari della corte, la giovane Ullia sarebbe incapace di provare sentimenti proprio a causa della maledizione caduta sulla sua casata con la morte del padre. Una cosa possibile, per quanto improbabile. Sono più propensa a credere che la pretendente Undrae indossi una maschera creata per proteggersi, una forma di autodifesa maturata da una ragazza che sta facendo il possibile per dimostrarsi all’altezza del padre scomparso. Certamente il maleficio esiste e so che gli abitanti delle isole lottano costantemente contro la maledizione scagliata sulle loro terre dalle streghe della bruma, le adirate sorelle del defunto sovrano. Come erede dell’Idra ho offerto loro il mio aiuto più e più volte, un’assistenza sempre rispettosamente rifiutata dagli ambasciatori della casata.

Avvicinandomi istintivamente all’accampamento Udrae, mi fermo a una dozzina di passi dalle tende con gli stendardi dal tridente dorato in campo grigio fumo, cogliendo di sfuggita gli sguardi perplessi delle sentinelle. Credo mi abbiano riconosciuta, ma scelgo di ignorarli mentre ascolto con orrore la cacofonia creata dalle voci che provengono dal campo, quelle di coloro che intonano il canto. È come udire un vasto branco di capre flatulente belare scompostamente. Eppure, a dispetto del fastidioso rumore, mi ritrovo a sorridere: per quanto possa sembrare impossibile, mio padre era perfino più stonato di loro. Oggi, da adulta consapevole, per evitare un simile strazio lo farei tacere anche con la forza se necessario, ma quando ero una bambina, per me non c’era suono più bello di quello della sua voce. Era così anche per Aaron: lui adorava cantare insieme a nostro padre e indubbiamente possedeva molto più talento di lui. Forse, se non avesse scelto di abbracciare l’arte del furto, oggi non saremmo nemici e lui sarebbe diventato un famoso bardo. Da brava ingenua, da piccola pensavo che saremmo rimasti insieme a qualunque costo, ma il destino ha scelto per noi una strada completamente diversa.

«Erede», mormora una voce cupa e profonda alle mie spalle, cogliendomi quasi alla sprovvista. In un attimo le mie iridi serpentine si assottigliano e la mano sinistra si serra sull’elsa della spada. L’istinto del predatore fa parte di me tanto quanto di Aaron, ma se lui ha scelto di assecondarlo, io lotto costantemente per dominarlo.
«Vostra grazia», mormoro in risposta voltandomi lentamente verso colei che suppongo essere Ullia Udrae. Scorgo un sorriso cupo tendersi sul suo viso quando trasalisco alla vista del suo volto. D’istinto abbasso gli occhi imbarazzata, mentre lei non si scompone affatto.
«Permettetemi di porgervi le mie scuse…»
«Non serve. Non siete la prima e non sarete l’ultima a reagire in questo modo guardandomi in volto», ammette Ullia con distacco, portandomi a comprendere l’origine delle dicerie sulla giovane guerriera a pochi passi da me, una persona molto diversa da quelle incontrata fugacemente tre anni prima nella sala delle udienze del castello reale.
Occhi, labbra e capelli grigi non sono poi così strani. È invece la pelle a colpirmi. Fissarla equivale a cercare di penetrare con lo sguardo la bruma mattutina: densa, grigia, mutevole e in lento quanto costante movimento. Ammetto di essere sorpresa: l’unica volta in cui la vidi, la pretendente della casata Undrae non aveva affatto questo aspetto. Indossa abiti semplici ed eleganti, capi ampi e robusti, con gli sbuffi e i bordi ricamati tipici di chi cavalca lungo le coste frastagliate delle terre nordorientali del regno.
«Perdonate la mia domanda, ma cosa vi conduce presso l’accampamento della casata che rappresento?»
Per un attimo esito, indecisa sul da farsi, ma è solo un momento di imbarazzo, cancellato dalla consapevolezza di non aver nulla di cui vergognarmi.
«Il canto intonato dai vostri uomini mi ha riportata all’infanzia, ricordandomi quanto mio padre fosse stonato… molto più di così», ammetto sorridendo con franchezza, anche perché mentire o glissare in questa situazione sarebbe superfluo, irrispettoso e profondamente fuori luogo.
«Peggio di loro?» mormora con una punta di ironia, inarcando ad arte un sopracciglio. Io rispondo limitandomi a un convinto cenno di assenso.
«Non so se essere dispiaciuta o contenta per voi», sussurra lei quasi sottovoce, con una formalità fin troppo artefatta che mi dimostra senza ombra di dubbio che il suo atteggiamento altero e distaccato è costruito e non naturale. A ogni modo, il nostro incontro si conclude rapidamente con un suo cenno rispettoso del capo, a cui rispondo con un sorriso gentile facendomi da parte per lasciarla passare.

La seguo per qualche momento con lo sguardo mentre ritorna al proprio campo, notando il modo in cui le sentinelle la salutino con rispettoso contegno.
Adesso, dopo averla incontrata a tu per tu, ammetto di essere incuriosita e mentre scompare tra le tende degli Udrae, mi pento di non averla mai conosciuta davvero prima.

«Il futuro non si scrive con i “se”, sorella, ma con le azioni e le decisioni».
Percepisco la sua presenza ben prima che parli e questa volta lascio libero l’istinto dell’Idra. Sguaino la spada con un movimento fluido mentre mi muovo sinuosa e letale come un serpente ma, nonostante la mia lama puntata alla gola, lui non si scompone.
I nostri occhi da rettile si specchiano gli uni negli altri e nessuno dice nulla, né accenna a muoversi. Per lunghi secondi ci limitiamo a fissarci, poi un grido disperato spezza il momento. Per un attimo perdo la concentrazione e, spostando lo sguardo, concedendo a mio fratello il tempo sufficiente per scomparire nuovamente.
Le guardie Udrae mi fissano stupite: hanno avuto appena il tempo di fare tre passi nella mia direzione, probabilmente con lo scopo di aiutarmi, prima di essere distratti a loro volta. Quando tornano a voltarsi restano ancora più perplessi di me per la sparizione di Aaron, svanito in piena vista nel tempo di un battito del cuore. Avrò modo di riflettere più avanti sul perché di questo suo gesto, apparentemente troppo plateale per lui e decisamente privo di senso, ma adesso è più urgente scoprire cosa stia accadendo; rinfodero la spada e senza voltarmi indietro corro verso l’accampamento della casata Alpherd sapendo che, nascosto da qualche parte, lui mi sta osservando. 

Il racconto a puntate “Gli eredi di Arcania – I sette pretendenti” è scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Francesco Lodato.
Immagine di Stefan Keller da Pixabay

GLI EREDI DI ARCANIA – I SETTE PRETENDENTI (Parte 3) was last modified: Dicembre 15th, 2020 by Redazione
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