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  • CHI HA LA CORONA VINCE

    CHI HA LA CORONA VINCE

    Schivo, rotolando a terra, un colpo che mi manca per un soffio e con lo slancio della rotazione inversa centro il ventre dell’avversario con la mia arma, ormai viscida di sangue nemico.

    E finalmente riesco a rialzarmi.

    La battaglia infuria tutto intorno, le grida e il clangore delle armi rimbombano nell’immensa sala con un frastuono assordante, l’aria è appestata dal puzzo di sudore e paura.

    Ho appena il tempo di lanciare un’occhiata intorno e vedere Luig e Govan, a poca distanza, circondati dai nemici, prima di dover tornare a difendermi.

    Blocco il colpo e miro direttamente alla gola del mio assalitore, dove la protezione non può arrivare, poi lo spintono per liberarmi e lo lascio esanime a terra: la sua morte renderà gli altri più cauti nei miei confronti.
    Ormai siamo in inferiorità numerica e ogni loro esitazione è la benvenuta.

    «Che diavolo stai facendo? Pensa a correre idiota!»
    Alidia. La sua voce è inconfondibile anche nel frastuono della sala del trono.
    «Coprimi», le ordino ignorando le sue parole e, senza aspettare una risposta, afferro l’amuleto a forma di falco che mi pende dal collo.

    Il metallo è freddo come il ghiaccio al tatto e scivoloso per il sangue che mi ricopre le mani e il cui puzzo metallico mi è ormai penetrato nelle narici.

    Sento le parole della magia scorrere nella mente cauterizzandomi il cervello e una scintilla vitale abbandonare il mio corpo, assorbita dall’amuleto che da ghiaccio diventa di fuoco.
    Quando sento di non poterlo più trattenere lo alzo in aria e grido: «Falchi, spalancate le vostre ali!»

    L’amuleto brilla per un istante di una luce accecante, risucchiando ogni rumore, ogni percezione, poi rilascia la magia attivata dalla mia energia vitale e sprigiona fili di luce incandescenti, ognuno dei quali va a colpire il simbolo del falco impresso a fuoco sulle vesti di tutti i miei compagni dando loro nuovo vigore.

    Mentre il falco nella mia mano torna scuro e freddo le immagini e i rumori della battaglia tornano ad aggredirmi più feroci che mai, accompagnati dal boato di risposta dei Falchi.

    Alidia sta completando la sua danza di morte su un soldato alto quasi il doppio di lei.
    Lo vedo cadere, gli occhi sgranati dallo stupore, morto prima ancora che il sibilo della lama di lei si spenga.
    Nessuno è mai riuscito a tenere testa ad Alidia.
    Ha solo il tempo di lanciarmi un’occhiata perplessa prima di doversi chinare per schivare il colpo di un nuovo avversario.
    «Piantala di fare l’idiota e corri! Qui ci pensiamo noi.»

    L’istinto mi spingerebbe a mettermi al suo fianco ma mi costringo a ignorarlo e le volto le spalle, poi, arma alla mano, mi getto nella mischia.
    Lotto per guadagnare ogni centimetro, spingendo, parando e colpendo. I nemici sembrano non finire mai.

    Un colpo mi sibila accanto all’orecchio. Indietreggio di un passo e poi scarico tutta la potenza del mio braccio sull’arma, colpendo il nemico al viso.
    Nonostante il frastuono mi sembra quasi di percepire lo schiocco della cartilagine che si spezza seguito dal grido di dolore che prorompe dalla gola del soldato dei Draghi.

    Lo lascio a terra a contorcersi dal dolore e, per un breve istante, provo pena per lui: in fin dei conti è solo un ragazzo, poco più che un bambino. Poi uno scintillio ai margini del mio campo visivo attira tutta la mia attenzione, rivelandomi che ho raggiunto la meta.

    A pochi metri il trono di cristallo brilla sanguigno alla luce di un singolo raggio di sole e, sulla sua seduta, in attesa, il premio del vincitore, il più potente artefatto magico mai esistito: la Corona del Re.
    La luce strappa riflessi screziati d’oro all’oricalco che la compone e la luce liquida delle pietre preziose è come un faro che mi guida.

    Senza esitare mi lancio verso il trono, ormai così vicino, con tanta foga che per un istante non noto l’ombra che mi sfreccia accanto superandomi.
    In quel momento riconosco la figura di Ander, i muscoli tesi nella corsa, il volto quasi stravolto dall’estasi della vittoria.
    È appena pochi passi davanti a me, ma è sempre stato più veloce e lo sa.

    Chi ha la corona vince. E non posso permettere che sia lui.

    Spicco un salto atterrandogli direttamente tra le gambe e roviniamo entrambi a terra senza possibilità di scampo. Un groviglio di arti contusi e doloranti, i volti congestionati e sudati, I respiri ansimanti per la lunga battaglia.

    «Ahia! Merda Marco, lo sgambetto non vale!» sbotta Andrea controllandosi il gomito sbucciato.
    «Scusa», rispondo scoppiando a ridere davanti alla sua faccia rossa e agli occhiali che gli pendono storti sul naso. Ma vengo subito tacitato dal suono stridente del fischietto della professoressa.
    «Fallo! Punizione per i Draghi. E se ti ribecco a farlo ti sospendo, Raghi.»
    «Sì prof.! Scusa…» ripeto poi aiutando Andrea a rialzarsi.

    «Tutti nella propria metà campo», abbaia la professoressa «si riprende!»

    Racconto scritto da Elena Pennadoca per Universo Fantasy
    Immagine di Pete Linforth da Pixabay

  • Gli Eredi di Arcania – I sette pretendenti (parte 2)

    Gli Eredi di Arcania – I sette pretendenti (parte 2)

    Se avete perso la prima parte la trovate qui.

    “L’idra benedice coloro che prendono in mano il proprio destino”.
    Dicono che sia per questo che la creatura dalle molte teste l’abbia scelta, per il coraggio dimostrato il giorno in cui morì, ma Aleia non è ancora riuscita ad accettarlo.

    Delle ore successive all’incontro con la creatura ricorda il dolore che pervadeva ogni fibra del suo fisico, mentre la cambiava nel corpo e nella mente. Era rimasta preda di incubi e visioni per quasi due giorni. Eventi, luoghi e persone si sovrapponevano prepotentemente ai suoi pensieri, solo per poi frammentarsi all’improvviso in milioni di possibili destini, sgretolandosi progressivamente fino a svanire.
    Quando infine aveva ripreso conoscenza, si era ritrovata con Aaron nella stalla della loro fattoria, adagiata su un cumulo di fieno.
    I loro genitori li avevano trovati e riportati indietro, ma avevano avuto paura di portarli in casa. Al momento di quel primo risveglio, suo fratello dormiva accanto a lei, apparentemente sano e salvo. Solo settimane dopo Aleia avrebbe scoperto cosa si celasse realmente dietro quell’espressione placida.

    In lei il cambiamento era stato più evidente: era diventata più alta e possente. La sua corporatura era ora quella di un’adulta: agile, forte e veloce, ben diversa da quella della ragazzina di pochi giorni prima. Adattarsi non era stato facile; inizialmente era goffa, impacciata e confusa; tuttavia, non era stato quello a terrorizzare i suoi genitori, ma gli occhi da rettile, comparsi anche in suo fratello.
    Per sua madre risultavano alieni e disturbanti, portandola a provare paura dei suoi stessi figli.

    I giorni erano passati ed entrambi i fratelli si erano ripresi dall’esperienza, tornando più volte alla grotta dell’idra e trovandola sempre vuota. Era come se il rettile dalle molte teste fosse semplice svanito e di questo Aaron non riusciva a darsi pace.
    Tutto cambiò una sera, quando tornarono in città dopo l’ennesima ricerca e trovarono le loro cose ammassate fuori dalla porta del fienile, con il conestabile del vicino borgo di Kasne ad attenderli. L’uomo di legge dalla folta e ispida barba nera, accompagnato dai suoi due aiutanti, disse loro di andarsene, perché in quella casa non erano più i benvenuti. Qualsiasi cosa fossero, non erano più figli dei loro genitori, che se ne stavano fermi sull’uscio della casa con gli occhi fissi al terreno.

    Aleia si sforzò di non piangere: quella decisione non era piovuta dal cielo. Da ormai undici giorni sua madre non le rivolgeva la parola, ritraendosi spaventata quando lei provava ad avvicinarsi. Per quanto fosse doloroso, comprendeva quella paura. Aaron invece no.
    Quella sera, quando il crepuscolo era ormai prossimo, suo fratello rivelò cosa il morso dell’idra avesse davvero cambiato in lui, soprattutto nella sua mente. Quello fu il primo scontro di un lungo e interminabile conflitto: erano entrambi eredi dell’idra, il che li rendeva difficili da uccidere, perfino l’uno per l’altra.

    Anche adesso, attraversando il campo del torneo, Aleia ne percepisce la presenza. Il re è morto senza lasciare eredi, il che impone ai sette pretendenti di giostrare per il diritto di regnare. Solo il migliore potrà provare a indossare la corona, diritto che, nella sua lucida follia, suo fratello crede di avere dal momento della propria rinascita.

    Per questo lei si muove con estrema attenzione tra le tende dei clan, cercando qualsiasi segnale o indizio possa aiutarla a evitare una strage tra i figli della nobiltà del regno di Naler.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Francesco Lodato.

  • VOLO NOTTURNO

    VOLO NOTTURNO

    Tornava a casa, Giulia, dopo il turno di notte fatto di piatte luci al neon e volti stanchi come il suo. Il passo svelto, le ampie falcate e nelle orecchie le cuffie dell’iPhone. D’improvviso, lo slancio verso il marciapiede annullò il peso e, sotto la luce rossa del semaforo, Giulia fissò i suoi piedi sbigottita. Fluttuavano in aria!

    Poteva volare? Per strano che fosse, Giulia non provò paura. Anzi, si azzardò in divertenti acrobazie. Superò i tetti, puntando in alto, oltre le nuvole, tra le stelle del cielo. Seguì la scia di una stella e ne catturò i bagliori e, nel suo tragitto verso la Luna, ne sparse i semi di luce dietro di sé, come fosse una cometa.

    A osservarla dalla Luna, la Terra era una sfera rotonda circondata dalle nuvole. Le apparve bellissima nei suoi colori sfumati punteggiati dalle luci della notte e ne provò nostalgia, così ripartì per tornare.
    Lasciò la Luna, virò attorno a un cerchio di stelle e puntò decisa in giù.

    Via via che colmava la distanza, Giulia notò che tutto diventava più chiaro.

    Discendendo, le tremolanti luci della città che facevano capolino tra veli di foschia brillavano più vivide, come a farle strada. I fari delle auto in movimento creavano giochi di colori e lei immaginò che fosse quello il sentiero dei sogni. Sorrise, Giulia, a quel pensiero. Da quanto tempo non si sentiva così? Da quando la vita aveva preso il sopravvento. Ma adesso era serena, felice. Cambiando punto di osservazione le cose si vedono in modo diverso. Da questa prospettiva anche i miei problemi appaiono più leggeri, pensò.

    Quando planò lieve, l’incanto si spezzò. Giulia tornò con i piedi a terra e la sua memoria si cancellò. Tuttavia una strana felicità, leggera, fatta di sorrisi e nuovi colori, le restò incollata addosso, senza andare più via.

    Alcuni di noi la videro rientrare a casa cantando una canzone.
    Altri dicono che scrisse sull’asfalto una poesia di speranza.
    Io di certo so solo che, dopo quel magico volo notturno, Giulia ha ripreso a sognare.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Loriana Lucciarini, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.

  • MAGIA FELINA

    MAGIA FELINA

    Una buia notte d’inverno. Un miagolio tanto disperato quanto flebile giungeva da un ammasso di rifiuti abbandonati. Solitario.

    Nessuno sembrava curarsene, o forse era soltanto troppo sommesso per essere udito al di sopra del vento che fischiava. Comunque fosse, il povero micio rischiava di morire di freddo, o di fame, non necessariamente in quest’ordine.

    Quando stava ormai per lasciarsi vincere dalle avversità che l’avevano scaraventato in quella strada buia, ecco apparire una luce, un fioco lumino che poco a poco divenne una grande sfera e, dentro questa, una donna, o forse un angelo. Il gattino sgranò gli occhi e le pupille divennero due strette fessure mentre l’eterea figura si avvicinava e tendeva una diafana manina ad afferrarlo per la collottola. Avrebbe voluto fuggire per la paura, ma quel tocco era caldo e rassicurante.

    «Vieni con me», disse semplicemente.

    Poco dopo era sulla soglia di una casetta di campagna. Dalla cucina provenivano deliziosi odorini di carne stufata e verdure e due bambine lanciavano gridolini e si accapigliavano per contendersi il diritto di prenderlo in braccio.

    «Cos’è questo trambusto?» intervenne la mamma con piglio severo poi, vedendo quella piccola palla di pelo, si sciolse in un sorriso e si premurò di portarlo accanto al fuoco per farlo scaldare, mentre riempiva una ciotolina di latte.

    «Ti chiameremo Pollicino, come il bimbo che aveva ritrovato la strada di casa», sentenziò la donna mentre le sue figlie annuivano gravi — quasi si stesse realizzando una vera cerimonia di battesimo! — e il gattino, felice, si addormentò con la pancia piena facendo le fusa.

    Fu svegliato da un leggero sospiro che profumava di rose e menta; aprì un occhietto, poi l’altro e passò la zampetta sul muso. Quando la vide sobbalzò e rizzò il pelo soffiando, suscitando l’ilarità dell’evanescente figura.

    «Piccolo amico, ti sei già scordato di me?» chiese con un sorriso.

    Il micio riconobbe la fata, o forse l’angelo… chi poteva dirlo? Era solo un gatto, non conosceva nulla del mondo. La donna allungò una mano per lisciare il pelo arruffato e il micio si rilassò.

    «Ora sei il protettore di questa casa. Terrai lontani i topi dalla dispensa ma, soprattutto, guarirai le ferite del cuore con le tue fusa. Ti affido i tuoi umani», disse con fare benevolo.

    E fu così che un’altra famiglia trovò il suo difensore felino, convinta di aver dato semplicemente asilo a un gattino quando invece aveva aperto la porta a un essere magico.
    E questo vale per ogni gatto.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Francesca Prandina, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.

  • IL DESTINO DELLA FORESTA INCANTATA

    IL DESTINO DELLA FORESTA INCANTATA

    C’era una volta una rigogliosa foresta. Vi crescevano alti pini silvestri, faggi maestosi, abeti rossi dai folti aghi, floride betulle e solenni salici dalle lunghe chiome cadenti che si specchiavano nel lago dalle acque verdi come smeraldi. Gli animali si abbeveravano alle cascatelle cristalline e correvano tra i sentieri tracciati dai sassi, giocando allegri tra i fitti tronchi degli alberi. Creature fatate si nascondevano nei più piccoli anfratti del bosco e si muovevano con gesti lenti, mutando di continuo il terreno boschivo. Gli elfi vivevano in piccole casupole ricavate dalle radici degli alberi più anziani, che avevano lasciato il posto ai giovani arbusti, e le fate volavano di fiore in fiore raccogliendo il nettare più prelibato, mentre i maghi selezionavano piante aromatiche e portentose per creare pozioni e sperimentare gli incantesimi più arditi. La foresta incantata era teatro di innumerevoli storie e avventure che venivano narrate ai bambini. Essi, dai loro lettini, riuscivano a sentirne perfino i rumori e i profumi. Purtroppo una vasta nube minacciava la foresta e ogni volta che un bimbo sceglieva la tecnologia all’immaginazione e le immagini digitali alla fantasia, essa avanzava sempre più vasta e carica di tempesta. Gli abitanti del bosco guardavano con preoccupazione quell’oscurità attendendo l’arrivo dell’inevitabile. Quando cadde il primo fulmine generò solo un fuoco isolato che poi, però, cominciò a divampare con forza, avvolgendo nelle sue spire ogni albero e cespuglio, ogni rovo e arbusto. Tutti fuggirono cercando scampo, qualcuno si perse tra le fiamme, altri inciamparono e rimasero lì. Il calore del fuoco e il fumo intenso rendevano difficile la fuga. Fortunatamente, infine, uno a uno arrivarono oltre il confine della foresta. Si strinsero l’uno all’altro e guardarono la loro casa andare in fiamme. Maghi e fate non credevano ai loro occhi: una densa polvere scura riempiva l’aria e l’odore di legna bruciata sapeva di tristezza. Gli animali avevano le zampe ferite dalla corsa sul terreno rovente, mentre i piccoli elfi se ne stavano in silenzio, gli occhi lucidi a fissare il vuoto. Infine arrivò anche un bambino e vide che laggiù, dove era stata la foresta, ora erano solo cenere, polvere e piccoli fuochi residui che ancora ardevano minacciosi. Là, dove aveva vissuto le storie più belle e le avventure più emozionanti, non era rimasto più nulla. Il bimbo allora pianse e versò una lacrima per ogni sorriso che le storie della foresta incantata gli avevano donato: non ci sarebbero state più fiabe, né magie, né storie incantate. Né una casa per tutti gli abitanti del bosco. Il suo pianto divenne così rivolo, poi ruscello e infine fiume che bagnò il terreno rovente, spegnendo anche le ultime fiammelle. Ma, a un tratto, le fate volarono fino a una radura, attirate da un lieve luccichio. Tutti le seguirono, disponendosi poi a cerchio e tenendosi per mano. Il bimbo, incuriosito, li raggiunse e lo vide: un minuscolo germoglio aveva sfidato l’incendio e si ergeva, ora, fiero verso il cielo. Un pezzetto di foresta che ancora viveva, un seme di speranza per ognuno di loro. Tutti sorrisero e si abbracciarono felici. E una nuova fiaba, ora, poteva cominciare.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Anita Cainelli, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.

  • IL TOPO BIRICHINO

    IL TOPO BIRICHINO

    «C’era una volta…»
    «No, nonno. Basta “c’era una volta”, raccontami una delle tue storie fantastiche» il vispo Nicola con la testa riccioluta agitava le mani con energia. Le storie del nonno erano più avventurose di quelle contenute nel vecchio libro. Nonno Carlo chiuse il grosso libro che teneva sulle ginocchia e si schiarì la voce.

    «Questa è la storia di una terra lontana…» Nicola si tirò la coperta sulle spalle a mo’ di mantello e incrociate le gambe sul letto si dispose ad ascoltare in silenzio.
    «Il Buon Duca aveva due cavalieri di cui si fidava: Bianco e Nero. Li fece chiamare perché un terribile mostro minacciava il suo regno.»

    «Nonno», lo interruppe Nicola. «I cavalieri uccideranno il mostro, vero?» e mimò un colpo di spada.
    «Sei troppo curioso», sorrise il nonno divertito. «Vediamo… ah, sì. I cavalieri partirono in direzione di Bosco Oscuro. “Mi hanno detto che il mostro ha gli artigli lunghi” li aveva avvertiti il Buon Duca e i due videro proprio un paio di artigli sporgere da un ramo e si avvicinarono.
    Bubolando, il grosso gufo li fissò con profondi occhi gialli: “Cosa volete?”
    “Sei il mostro di Bosco Oscuro?”, chiese Nero. “Perbacco, sembro un mostro?”, “Certo che no, nobile gufo. Lo hai forse visto?”. Il pennuto ci pensò: “Certo! Mi hanno detto che ha la pelle a squame”.

    I cavalieri proseguirono. Sentirono un rumore e videro tra le foglie un corpo squamoso. Bianco tentò di colpirlo, ma tagliò il ramo e la creatura per poco non cadde a terra. “Ehi, che modi sssono”, sibilò il grosso serpente. I cavalieri si scusarono.
    “Mi hanno detto che il mostro vive oltre quella collina e fissschietta.”

    Bianco e Nero strisciarono fino in cima e trovarono un piccolo topo disteso a prendere il sole. “Stiamo cercando il mostro”, dissero. “Ha grossi artigli, pelle squamosa e ama fischiare”.
    Il topo scoppiò a ridere. “Il mostro non esiste!”, riuscì a dire tra una risata e l’altra. “Ho inventato tutto io. I predatori mi perseguitavano e così ho detto loro che ero amico del mostro di Bosco Oscuro. Ahahah! Da quel momento non ho più dovuto nascondermi!”»

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Andrea Oliverio, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.

  • Be-Bop

    Be-Bop

    Mi chiamo Be-Bop. Mi battezzarono così perché mio padre era un appassionato di musica rock. Quello che le donne ballavano mentre lavavano i piatti, sognando il principe azzurro a cavallo di una chitarra.

    Una cosa che mio padre ripeteva spesso era: «Oh, figliolo. Quello sì che era un bel vivere! Al calare della sera, quando gli uomini sprangavano le porte e si accomodavano sulle poltrone, io e tuo nonno ci occupavamo della mandria. Le note scoppiettavano nell’aria e accompagnavano ogni nostro movimento. Ah, lavorare al ritmo della musica. Che spasso!» 

    All’epoca ero piccolo, come i problemi che davo ai miei genitori. Per esempio, mia madre si disperava per il mio pelo. Troppo morbido e profumato di menta piperita. «Così non fa spavento a nessuno», diceva. Mio padre scrollava il capo e le rispondeva: «Sarà il mammone più spaventoso della storia».
    Ero nato per essere un gatto mammone. Ma facciamo chiarezza, perché per la mia razza essere un mammone era una cosa seria. Basta dare un’occhiata ai ritratti dei miei antenati per farsi venire la pelle d’oca. Con quegli occhi gialli, le unghie affilate come rasoi e la pelliccia arruffata. I loro miagolii erano simili a ruggiti. Le mandrie non avevano scampo, quando nell’aria echeggiava il verso di un mammone. Questo accadeva prima che gettassi nella vergogna l’intera stirpe.

    Il fatto è che di lasciare la casa natale, per prendere la mia strada, non ne avevo proprio voglia. Perché perdere tempo con la caccia, quando bastava gorgogliare e strofinare il pelo sulle gambe del primo essere umano che sbatteva le palpebre, attratto dal mio aspetto insolito?

    Ricordo ancora il giorno in cui diedi la notizia ai miei genitori. «Il fatto è che sono vegetariano». Gli spezzai il cuore, ma non mi mandarono via. «Un figlio è un figlio», disse mio padre.

    Oggi sono vecchio. Con l’età, il mio pelo si è arruffato. A mio padre brillerebbero gli occhi di piacere, nell’ammirare l’aspetto che ho adesso. Andrebbe in brodo di giuggiole, vedendo la cicatrice che mi attraversa una guancia.

    Io sono stato il primo della mia specie ma, dopo di me, in molti hanno deciso di cambiare vita. Eravamo demoni famelici, perché il mondo è grande e sopravvivere fa paura. Siamo diventati animali da compagnia. Veniamo spazzolati, nutriti, accarezzati, fotografati continuamente. Abbiamo mantenuto un carattere un po’ schivo e, se non siamo dell’umore giusto, graffiamo e soffiamo come dei bollitori, ma mammone non è più una parola che fa venire i brividi.

    Abbiamo perso i poteri e la capacità di parlare, ma ne è valsa la pena. Perché, quando cala la sera e gli uomini sprangano le porte, possiamo appollaiarci sulle loro poltrone, mentre le note scoppiettano nell’aria. Ah, sonnecchiare al ritmo della musica. Che spasso!

    Well, be bop a Lula she’s my baby…

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Angela Gagliano, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.

  • MIRACOLO DI VITA

    MIRACOLO DI VITA

    Un giorno, il sole, innamorato del mare, vi si tuffò.
    Gli schizzi colorarono il cielo nell’ora dell’imbrunire e fu così che nacque il tramonto.

    Una notte, la luna, affascinata dalla luce delle case degli uomini, si avvicinò per sbirciarci dentro.
    I suoi bagliori dorati furono così potenti da bucare il buio e fu così che nacquero le stelle.

    Un secolo fa, la foresta volle attirare lo sguardo del cielo e dispose gli alberi più belli a formare una scia di foglie turbinanti al vento.
    Il cielo, dall’alto, vide quei colori così diversi dai suoi e si commosse, tanto che pianse.
    Fu così che nacque l’arcobaleno.

    Nel mondo, le cose più belle sono sempre dei miracoli di vita.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Loriana Lucciarini, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.

  • LA CANZONE DI GRUSTONEM

    LA CANZONE DI GRUSTONEM

    “Sono andata nel bosco per cantare alle sue creature”. Katarina diceva così a ogni suo ritorno a casa. Quella bimba dai grandi occhi chiari incantava con la sua voce. Il bosco ai margini di Grustonem era il suo rifugio. Ne conosceva gli abitanti, l’odore del legno, delle erbe e dei fiori; lì raccoglieva suoni per trasformarli in canzoni melodiose. Il popolo della foresta si radunava per ascoltarla, primo tra tutti il lupo Vidal, giovane capobranco, il migliore amico di Katarina. La bimba e l’animale comunicavano attraverso l’energia dei loro sguardi e si raccontavano bellissime storie di uomini e lupi, protagonista delle quali era l’armonia.

    Grustonem era un villaggio pacifico, abitato da buoni uomini e buone donne, una roccaforte ove regnava il bene. Una sera, rientrando dal bosco, Katarina trovò il borgo in subbuglio: alcuni viandanti narravano di fatti accaduti nella vicina città di Tengiovan, dove un’orda di barbari aveva portato lutto e distruzione. Quel popolo di guerrieri dilagava ovunque, lasciando dopo il suo passaggio solo rovine e cenere. Katarina corse via, ritornò nel bosco ammantato dal buio per mettere in guardia Vidal e tutti gli altri suoi amici, affinché potessero difendersi o fuggire. Vidal protese una zampa e sfiorò il viso di Katarina in un gesto simile a una carezza. Un segno di tenerezza, una garanzia di protezione. Quella notte, la bimba dormì abbracciata al lupo.

    I due furono destati all’aurora da un chiarore ben diverso dalla luce del sole: Grustonem era in fiamme. Katarina era l’unica sopravvissuta della sua gente e i barbari erano in marcia verso il bosco. Vidal si trasformò in drago. Lei si aggrappò a lui e vide la sua terra allontanarsi mentre veniva trasportata in volo verso la salvezza. Chiuse gli occhi. Quando li riaprì, si ritrovò in un luogo sconosciuto, sulle rive di un lago dorato. Vidal era svanito, ma Katarina ne avvertiva la presenza, sentiva che la invitava a cantare per superare il dolore e lo sgomento. La voce di lei si levò in musica, raggiunse buoni uomini e buone donne, ammaliati dalla sua canzone. Una canzone in cui raccomandava al lupo di stare attento all’uomo.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Angelarosa Weiler, del CSU – Collettivo Scrittori Uniti.
    Immagine realizzata da I Ritratti di Alessandra.

  • GLI EREDI DI ARCANIA – I SETTE PRETENDENTI

    GLI EREDI DI ARCANIA – I SETTE PRETENDENTI

    Affondo, stoccata, assalto, parata.
    Ricorda il clangore delle lame che riempiva l’aria di quel freddo pomeriggio di mezzo inverno, l’eco risuonava per la gola come il suono di una battaglia, ma non lo era. Non era stato neanche un duello o un vero scontro. Era stato poco più di un gioco, crudele e sadico. Aprendosi a ventaglio intorno, i mercenari avevano riso di lei. Un’inesperta ragazzina dai lunghi capelli corvini non era certo una minaccia per dei guerrieri navigati, i cui occhi puntavano alle sue spalle, fissi sul premio che li attendeva. Aveva quindici anni, allora, e quel giorno morì. Brandiva la spada lunga del fratello come una mazza, goffa, lenta e spaventata, puzzava di odio e paura. Lui, il ladro dai corti riccioli neri, giaceva pochi passi dietro di lei, riverso al suolo, semi svenuto. Aveva perso molto sangue e non sarebbe sopravvissuto, ma poco importava ai suoi inseguitori: la taglia valeva anche per il suo cadavere. Avanzavano uno alla volta, scambiavano con lei qualche colpo per poi indietreggiare, si divertivano: tre uomini e una donna, tutti con il volto coperto dagli elmi tipici dei guerrieri Hurd.

    Suo fratello non sarebbe dovuto tornare e lei non avrebbe dovuto aiutarlo.
    La loro fuga era stata breve: avevano lasciato la fattoria sperando di guadare il torrente per far perdere le proprie tracce, ma erano stati troppo lenti. Aaron non poteva correre e lei faceva fatica a sorreggerlo. Gli inseguitori li avevano raggiunti sulla riva del corso d’acqua, nei pressi delle grotte solforose, nel luogo dove sarebbero morti.

    La donna era avanzata per ultima verso di lei, l’aveva affrontata brandendo una sciabola dentellata e lo scambio di colpi era stato breve. Ricorda il dolore improvviso, ricorda la caduta, l’impatto contro il suolo e la sensazione di torpore impadronirsi del suo corpo. Il suo sangue aveva bagnato la terra ed era stato portato via dalla corrente, risvegliando qualcosa di molto antico. In bilico tra la vita e la morte, aveva visto l’ombra scura emergere dalla caverna alle spalle dei mercenari. Non aveva ruggito e, muovendosi verso loro, non aveva fatto alcun rumore. Come poteva una creatura così grande avanzare a quel modo? Sforzandosi di non morire, aveva scorto l’ombra delle sue cinque teste avvicinarsi fino a sovrastarla. Solo a quel punto i mercenari si erano accorti di non essere soli. Quando si erano voltati, l’idra aveva emesso un sibilo per poi avventarsi su di loro. Neanche quello era stato un vero scontro.

    Ancora oggi non sa perché la creatura lo fece, ma non fu certo per pietà. Dopo averli salvati dagli Hurd, il rettile dalle molte teste si era avvicinato loro mordendoli con delicatezza, iniettandogli nelle vene il proprio veleno. Aaron aveva gridato con tutto il fiato rimastogli in corpo, lei, invece, aveva chiuso gli occhi, assaporando il dolore che l’avrebbe trasformata in qualcosa di nuovo e completamente diverso.

    Sono passati tre anni dal giorno della loro rinascita e oggi, emergendo dalla propria tenda, Aleia osserva il campo del torneo con i gialli occhi da rettile, simbolo della propria eredità. Oggi i sette pretendenti al trono di Arcania giostreranno per la corona che l’erede dell’Idra ha giurato di proteggere a costo della vita.

    Racconto scritto per Associazione Culturale Universo Fantasy da Francesco Lodato.
    Immagine realizzata da The Black Rabbit Art.