Categoria: Recensioni

  • “CRONACHE DI UN MESOTES – LA GUERRA DEL PORTATORE” DI ALBERTO  GRANDI – RECENSIONE

    “CRONACHE DI UN MESOTES – LA GUERRA DEL PORTATORE” DI ALBERTO  GRANDI – RECENSIONE

    Bentrovati amici del fantasy!
    Oggi vi porteremo molto, molto lontano, in un viaggio nello spazio e nella mente con Cronache di un Mesotes – La guerra del Portatore, primo volume della trilogia di Alberto Grandi, edito grazie a una campagna di crowfunding di Bookabook.

    Alberto Grandi è un milanese doc. Nato nel 1994, ha una laurea magistrale in Scienze Filosofiche ed è un istruttore di arti marziali. Da grande appassionato di storia e mitologia classica, il suo motto è Conosci te stesso. Cronache di un Mesotes è la sua prima opera di fantascienza.

    L’equilibrio dell’universo è messo in pericolo dal Portatore, un’entità suprema in grado di creare e di distruggere, che guida il suo esercito di Creati alla conquista dei mondi.

    Per contrastare il suo potere, alcune razze aliene uniscono i loro sforzi nella guerra e anche la Terra viene infine coinvolta: quattro terresti vengono reclutati e tra loro c’è anche Leon.

    Rimasto ben presto solo, il terrestre dovrà trovare la sua strada e il suo ruolo tra battaglie e missioni diplomatiche confrontandosi, al contempo, con stili di vita e di pensiero completamente diversi dai suoi.

    Il primo volume della trilogia di Alberto Grandi è senza ombra di dubbio un’opera molto particolare.

    Pur trattandosi di un romanzo prettamente fantascientifico, infatti, è facile ritrovare al suo interno sia alcuni elementi fantasy, sia importanti spunti di riflessione che rendono di fatto possibile definirlo come romanzo filosofico.

    Il protagonista assoluto della storia è Leon, un uomo nel fiore degli anni con la passione per le arti marziali e dalla mente curiosa e riflessiva.

    Della sua vita prima “dell’arruolamento” non sappiamo praticamente nulla, se non che non ha legami e che (sulla base di poche righe sparse all’interno del testo) nel suo passato c’è stato un qualche evento doloroso che ancora non ha pienamente superato.

    Dato quello che sappiamo dell’autore, pensiamo non sia difficile ipotizzare che ci sia molto di lui nel protagonista della sua storia. Dalla passione per le arti marziali a quella per la filosofia, le riflessioni che accompagnano Leon nel corso del suo viaggio sono un compendio di quelle che ciascuno di noi fa in alcuni momenti della propria vita. La fluidità del pensiero, le obiezioni e i ragionamenti del protagonista suonano troppo familiari, per essere considerati come mera costruzione letteraria.

    Ogni capitolo della storia inizia allo stesso modo: “Ehi! Svegliati!”.
    Tanto che alla fine viene da chiedersi se non sia un’esortazione dell’autore al suo lettore ad “aprire gli occhi e a guardarsi dentro”.

    Il Leon/Autore è spesso protagonista attivo di lunghi confronti sulla guerra, la vita, la colpa e l’educazione; riflette sui problemi del suo mondo muovendo, di fatto, anche una critica sociale a molti aspetti della vita terrestre.

    A fare da controparte al protagonista, in questi dialoghi, sono sempre figure di un certo spessore. Ne è un ottimo esempio Aurelius, imperatore del pianeta Bruno, sovrano illuminato e profondo pensatore; oppure la Cheimatos Kirene, maestra di Leon e grande guerriera; o, ancora, l’Antica Atena, dea della saggezza.

    Lungo il corso della storia c’è un vero affollamento di personaggi cosa che, almeno all’inizio, lascia il lettore un po’ disorientato. Tuttavia, ci si rende ben presto conto che Alberto Grandi è in grado di gestirli grazie a uno stile narrativo estremamente stringato, anche se a tratti ermetico. È come se, a turno, puntasse un singolo riflettore su un’unica caratteristica di un personaggio, disvelandolo in questo modo poco a poco; rendendolo tridimensionale grazie a passaggi successivi.

    Questo stesso stile diretto, quasi asettico (per non dire tagliente), caratterizza l’intero romanzo, comprese le descrizioni dei vari luoghi e pianeti che il protagonista finisce per visitare. Nella storia, infatti, raramente si riesce ad avere più di un colpo d’occhio dell’ambiente o del paesaggio. Eppure, grazie proprio all’incisività della scrittura, è come avere davanti delle istantanee dei singoli mondi.

    C’è da dire, inoltre, che sebbene siano profondamente differenti l’uno dall’altro, tutti i pianeti hanno però delle caratteristiche tali che il lettore non può alla fine fare a meno di trovarli familiari. Come se rappresentassero delle versioni alternative del destino della terra, nel futuro o nel passato, una sorta di What If… della storia umana.

    Per quanto riguarda la scrittura in generale, lo stile di Grandi non è forse tra i più evocativi. Talvolta, si ha addirittura l’impressione che l’autore abbia bisogno di correre, facendo in modo che gli eventi si susseguano a ritmo vertiginoso, in alcuni casi eccessivo e impietoso nei confronti del protagonista, che non ha modo neppure di riflettere su quanto gli sta capitando.

    D’altra parte, è proprio per questo che le “pause di riflessione” sono così apprezzabili: perché permettono di respirare e fermarsi a pensare.

    Ma se anche nella storia generale si ha l’impressione di essere catapultati attraverso gli eventi, lo stile particolare dell’autore è assolutamente perfetto per la descrizione delle scene di combattimento. Ogni scontro è coinvolgente, ogni colpo viene vissuto dal lettore sulla propria pelle: il combattimento è reale, la morte una compagna fedele.

    Per riassumere, siamo certi che La Guerra del Portatore, primo volume di Cronache di un Mesotes, sarà un romanzo in grado di affascinare soprattutto i lettori di fantascienza più smaliziati e di lunga data ma anche, più semplicemente, quei lettori curiosi che sono in cerca di una lettura diversa dal solito.

    Un avvertimento: il finale vi lascerà letteralmente col fiato sospeso. Ma, per fortuna, il secondo volume intitolato La Furia del Portatore è già uscito. Quindi aspettatevi a breve la nostra recensione!  

  • “LA BALLATA DI HERMAN IL BARDO” DI ERNESTO CATTANEO – RECENSIONE

    “LA BALLATA DI HERMAN IL BARDO” DI ERNESTO CATTANEO – RECENSIONE

    Mai sottovalutare il bardo

    Bentrovati amici del Fantasy!

    Per il nostro #lunedìdellerecensioni vi presentiamo un classico sword & sorcery che di classico non ha proprio nulla. Stiamo parlando di La Ballata di Herman il Bardo, di Ernesto Cattaneo, edita da Algra Editore.

    Ernesto Cattaneo è genovese, classe 1977, ingegnere meccanico, ricercatore per l’industria vetraria e bardo… pardon, cantautore. Tra i suoi riferimenti letterari in ambito fantasy troviamo Martin, Rothfuss e Abercrombie.

    La Ballata di Herman il Bardo è un volume autoconclusivo ma comunque primo della Trilogia di Vedd.

    Per portare a termine la missione che gli è stata affidata dal Concilio di Tross, Russ, mago Maestro d’Illusione, assolda Herman, Vaya e Carl-Orso (rispettivamente un bardo, un ladro e un guerriero) portandoli con sé nel proprio viaggio.
    Intanto, la giovane evlae Herabel si inoltra nel bosco alla ricerca della sua amica Qara, scomparsa ormai da tempo e, nel frattempo, nel regno di Vedd il monaco Enim sta cercando un modo per difendere i confini dalla prevista aggressione dell’impero Kana.
    Un lungo e tortuoso cammino porterà tutti loro a incontrarsi e a combattere fino alla morte per la libertà.

    Come anticipato, La Ballata di Herman il Bardo rientra nella categoria degli sword & sorcery o degli epic fantasy; tuttavia, quest’opera ha delle caratteristiche tanto particolari da fiorare da un lato il romanzo filosofico e dall’altro la fantascienza.

    Partiamo da uno degli elementi più classici: l’ambientazione.

    Cattaneo ha creato un mondo abbastanza classico, con tratti tipicamente medievali, abitato principalmente dalla razza umana divisa in vari stati e domini. Le innovazioni tecnologiche sono un elemento molto presente che non strizza l’occhio allo steampunk solo in quanto troppo legato e dipendente dalla magia.

    Gli scenari dipinti dall’autore, che sono molteplici, sono un giusto connubio tra spettacolarità e familiarità, senza esagerazioni teatrali, ma con descrizioni essenziali e precise che donano al lettore la sensazione di trovarsi davanti a dei quadri impressionisti.

    All’interno di questo mondo si muove una moltitudine di personaggi e, infatti, il romanzo è corale, con un frequente cambio di prospettiva che mantiene comunque un certo equilibrio e dove la parte del leone è affidata ai personaggi di Herman e Vaya.

    Questi sono anche i protagonisti meglio realizzati, più veri tanto nel bene quanto nel male. Con il procedere della storia assistiamo alla loro evoluzione psicologica, fatta di alti e bassi, di cadute e azioni eroiche che non suonano mai forzate o consapevoli. Infatti, sembra che ogni loro azione sia guidata da una vena sotterranea di incoscienza, non scevra da ripensamenti, che cattura il lettore dall’inizio alla fine.

    Appena sotto questo livello, ma comunque molto ben costruiti, sono il monaco Enim, Carl-Orso, e il mago Russ (inseriti nell’ordine di resa letteraria). Il monaco in particolare è stato una sorpresa inaspettata, probabilmente perché al centro dei migliori colpi di scena che letteralmente stravolgono l’orizzonte degli eventi. La sua è forse la caratterizzazione più riuscita.

    Molto sottotono sono invece i personaggi femminili.
    Herabel e Quara sono infatti una il contrappunto dell’altra e risultando l’una sbilanciata in una direzione, la compagna la segue all’opposto, con uno squilibrio che le rende meno vive e credibili, specialmente al confronto con gli altri protagonisti.

    Parlando a livello personale, proprio le due evlae sono le protagoniste dell’unica scena che chi scrive vorrebbe suggerire all’autore di rivedere. La scena del bosco, a nostro parere, è infatti squilibrata rispetto al resto del romanzo e non per l’argomento trattato, che per sua stessa natura richiede una crudezza non necessaria in altri momenti. Il problema risiede di più nella qualità della narrazione che suona molto più forzata in confronto al resto della storia. Come se le protagoniste non stessero davvero vivendo il momento e l’autore avesse voluto prendere le distanze dal suo stesso scritto.

    A parte questa piccola défaillance, che riguarda in ogni caso solo una piccola parentesi, quella di Cattaneo è sicuramente un’opera di pregio. La scrittura è di livello superiore, con un buon senso del ritmo e una costruzione attenta e curata degli eventi.

    Anche i momenti di riflessione, che scivolano a tratti in vere e proprie conversazioni filosofiche, invece di annoiare diventano gradevoli parentesi di meditazione che spingono il lettore all’approfondimento.

    Le scene d’azione possono solo essere definite ottime, con un ritmo incalzante e la ricerca di soluzioni che si affidano più all’intelligenza che alla forza bruta (cosa che, come ormai saprete, è uno degli elementi più graditi in questa redazione).

    Per quello che riguarda l’uso della magia, abbiamo apprezzato in modo particolare la logica stringente che la guida e che ha permesso all’autore di sconfinare in modo niente affatto artificioso nel regno della scienza e della manipolazione genetica.

    La critica sociale presente nell’opera e le istantanee della natura umana a cui si dedica Cattaneo sono poi la ciliegina sulla torta.

    Insomma, La Ballata di Herman il Bardo è un’opera che si presta decisamente a diversi livelli di lettura, che possono andare incontro sia ai gusti di chi cerca un fantasy “di fuga”, con il semplice scopo di passare qualche ora in una piacevole lettura, sia di chi cerca qualcosa di più “impegnato”, in grado di far riflettere e suscitare domande.

  • “LEGGENDE DI PHAEDRA” DI FABIO GUERRINI

    “LEGGENDE DI PHAEDRA” DI FABIO GUERRINI

    Fabio Guerrini, nato a Verona nel 1979 e residente a Villafranca, studia a Padova per poi intraprendere una carriera da manager e imprenditore nella vendita di dispositivi medici.

    Nel 2017, a causa di un’improvvisa malattia, ne approfitta per passare più tempo con la famiglia e riorganizzare bozze e manoscritti della sua giovinezza, arricchendo i suoi scritti con l’esperienza acquisita durante i viaggi di lavoro, grazie ai quali ha avuto modo di scoprire tanti e affascinanti popoli e culture.

    Nel 2020 pubblica Leggende di Phaedra, primo volume della quadrilogia epic fantasy, con la casa editrice Brè Edizioni seguito, nel 2021, dal secondo volume della saga: L’Era della Luna di Sangue.

    Phaedra è una terra vasta, ricca di storie, di leggende e di popoli; ma la guerra incombe e il desiderio di vendetta rischia di mettere a ferro e fuoco ogni cosa.
    Il destino, gli dei o chissà cosa guida però alcuni individui, diversi per lingua, razza e credenze religiose ma uniti dal desiderio di rivalsa e da quello di ristabilire la pace.

    Fabio Guerrini si lancia in una sfida difficile: ha creato un mondo dal nulla, ha generato popoli, usanze, divinità, ha ideato un passato per ognuno dei suoi personaggi – anche per quelle comparse che occupano appena qualche riga del suo romanzo – e gli ha dato un posto nel suo mondo.

    Non ha voluto lasciare nulla al caso, si tratti di una montagna, una valle o un deserto; che si parli di un protagonista, di un servo del nemico o di una procace locandiera, l’autore descrive tutto con una minuzia quasi maniacale, senza tuttavia risultare pedante.

    Il linguaggio utilizzato dall’autore è semplice, diretto, adatto a qualunque tipo di lettore, tanto per i “divoratori di libri” che per i lettori occasionali; Leggende di Phaedra è un romanzo che può conquistare sia i ragazzi di 15 anni, sia gli adulti.

    Noi di Universo Fantasy abbiamo apprezzato soprattutto l’attenzione ai dialoghi. In pochi, infatti, riescono a gestire lo spazio in modo così attento e a realizzare conversazioni sensate, piacevoli ed emozionanti al contempo come riesce invece a fare Guerrini. Ed è solo uno dei tanti motivi, a parer nostro, per cui prendere in considerazione la lettura di Leggende di Phaedra.

    Certi che apprezzerete personaggi come Valerius ed Eleonor, due giovani scapestrati, innamorati e poi affidabili e validi combattenti, o come Ogodai, il classico barbaro alla D&D, maledetto fin dalla nascita e in cerca di vendetta, oppure Il Patriarca Teodosio e la Matriarca Lucrezia, portatori di un grande fardello, l’autore ci informa di avere altri due romanzi in lavorazione, oltre a quello già pubblicato, dove seguiremo le loro avventure.

  • “LA CITTÀ TENACE” di ALESSANDRO MASSASSO – RECENSIONE

    “LA CITTÀ TENACE” di ALESSANDRO MASSASSO – RECENSIONE

    Amici del fantasy, oggi vi presentiamo La città tenace, romanzo breve di Alessandro Massasso, edito da Delos Digital nella collana Dystopica nell’ottobre del 2021. Ambientato in un prossimo futuro, nel quale il mondo è cambiato ma le regole del business si sono inasprite, è un romanzo distopico di una sessantina di pagine.

    Alessandro Massasso è nato e cresciuto a Genova, anno 1975. Laureato in studi umanistici, si trasferisce nel 2001 in provincia di Milano, dove lavora come programmatore informatico. Come è solito dire, “La fantascienza gli sembra un buon modo per fare sintesi”.

    In un mondo in cui il proprio CFC (indice di efficienza) determina il grado sociale di ogni individuo, Kitmell è ancora solo un ragazzo in cerca di opportunità che vuole coastruirsi il proprio futuro e riscattarsi socialmente.
    Per essere ammesso in una delle città gestite dalle corporazioni aziendali, però, deve migliorare il proprio CFC ma ancora non conosce il rigoroso regime con cui viene gestita la vita all’interno della città-azienda. Per poter sopravvivere, dovrà imparare davvero molte cose.

    La scrittura è scorrevole, veloce e non impegnativa.
    L’autore è riuscito a descrivere un mondo, forse davvero non così lontano, dove al comando ci sono potenze e tecnologie all’avanguardia, dove a nessuno interessa più il legame umano ma solo il successo personale, la crescita lavorativa e il proprio status. E dove i traguardi sono fissati in base alle promesse da chi sta a capo di queste città-aziende.

    Il rendimento dei cittadini, e quindi dei personaggi, viene espresso da un numero, la Coefficienza. Ogni attività svolta, dal lavoro allo sport, dalla lettura alle interazioni umane, determina e contribuisce all’incremento del CFC.

    Il racconto è suddiviso sulla base di due punti di vista: quello di Kitmell e quello di Gail.

    Il primo è un giovane alla ricerca di un futuro migliore, inconsapevole di ciò che lo aspetta, timoroso ma speranzoso. Viene messo in guardia sulle città commerciali, dove regna una Democrazia Mercantile, e presto inizierà a vivere sulla propria pelle sia le regole ferree che la mancanza quasi totale di spiegazioni e supporto.

    Il secondo, Gail, è un Dirigente – categoria raggiungibile dopo anni e anni di duro ed estenuante lavoro – impegnato a mantenere il CFC alto e in crescita costante.

    Nella storia, l’autore ci mostra come l’uomo trascuri se stesso, la propria condizione psico-fisica nonché la sua relazione pur di arrivare in alto. Fino al decadimento.

    Sebbene la cosa non sia strana, dato che si basa su un futuro già molto spesso preannunciato, La Città Tenace ci ha fatto pensare agli adattamenti di Black Mirror (serie televisiva ambientata nel futuro, basata sui problemi di attualità e sulle sfide poste dall’introduzione e dal continuo sviluppo di nuove tecnologie, in particolare nel campo dei media). Proprio come la serie, infatti, rispecchia alcune realtà come il “Sistema di Credito Sociale“ (SCS, in cinese 社会信用体系 shèhuì xìnyòng tǐxì) già in vigore in Cina dal 2014 al fine di sviluppare un sistema nazionale di classificazione della reputazione dei cittadini.

    La continua lotta verso il “successo”, la ricchezza materiale, il potere decisionale per sottomettere i più deboli, i sacrifici, le relazioni “a tempo”, la riduzione quasi totale del riposo e altro ancora evidenziano il desiderio delle società contemporanee che aspirano a maggiori profitti, con efficienza e determinazione, senza badare al sacrificio umano.

    Massasso trasporta il lettore attraverso i sogni, le ambizioni e la realtà di due personaggi tanto diversi tra loro quanto profondamente simili. Un confronto tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.

    In generale, La città tenace risulta essere una lettura davvero interessante, laddove l’autore ha affrontato argomenti reali, più che possibili e verosimili, inserendoli in una distopia dal carattere fantascientifico, in grado di alleggerire la tensione che preme un po’ sulle spalle di tutti.

    Un libro che va bene per chi vuole godersi una lettura non eccessivamente impegnativa ma in grado di far riflettere, breve e, soprattutto, adatta a ogni fascia d’età.

  • THE MATRIX RESURRECTIONS – QUANDO LA WARNER BROTHERS “LO VUOLE ASSOLUTAMENTE”

    THE MATRIX RESURRECTIONS – QUANDO LA WARNER BROTHERS “LO VUOLE ASSOLUTAMENTE”

    Uscito nelle sale il primo gennaio, The Matrix Resurrections, il quarto capitolo della ormai storica trilogia, diretto da Lana Wachowski, era uno dei film più attesi di questo 2022.

    Lo ammetto, quando sono entrata in sala avevo pochissime aspettative anche perché, dopo aver amato alla follia il The Matrix originale (1999) – tanto che lo rivedo sempre con estremo piacere – ho fatto davvero fatica a digerire Reloaded e Revolutions (entrambi del 2003).

    Ecco, per me doveva essere un’opera autoconclusiva, ma come negare una possibilità al genio della Wachowski e ad attori del calibro di Keanu Reeves?
    Avete presente il famoso tormentone “E se poi te ne penti”? Bene, nonostante le aspettative che rasentavano il nulla, me ne sono effettivamente pentita.  

    Partiamo dalla trama.
    Pur senza spoilerare, l’inizio era promettente. Thomas Anderson (Keanu Reeves) è un famoso game designer, creatore del popolare gioco The Matrix, costituito da tre capitoli.
    A causa di un “tentato suicidio” di qualche anno prima, frequenta regolarmente lo studio di uno psicanalista (Neil Patrick Harris) e segue una cura a base di farmaci inibitori (delle stranamente familiari pillole blu) che gli impediscono di identificarsi con Neo, protagonista del suo gioco, e di interpretare gli eventi in esso narrati come fatti realmente accaduti.

    Fino a questo punto la realizzazione è a dir poco spettacolare, portata avanti in modo tale che, anche se solo per un momento, lo spettatore si chiede “possibile che sia stato davvero tutto frutto della sua mente”? Ma, ovviamente, non è così e una serie di eventi e incontri (che non riporteremo nel dettaglio, casomai voleste vederlo) gli fanno recuperare i suoi veri ricordi e spiegano cosa è successo dopo che Neo si è “consegnato” a Matrix e si è sacrificato per sconfiggere l’agente Smith.

    Solo che da qui inizia il tracollo.
    In questo capitolo tornano diversi personaggi noti, tra cui i più importanti sono Morpheus e l’agente Smith e nessuno dei due è interpretato dall’attore originario (rispettivamente Lorence Fishburne e Hugo Weaving).

    Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Morpheus è una (voluta) caricatura del personaggio originale. Replica movimenti e dialoghi (letteralmente, con tanto di proiezione alle sue spalle) come farebbe un fan sfegatato davanti al suo attore preferito.

    Alla fine. Dopo tutti questi anni, eccomi, che esco da un gabinetto. Tragedia o farsa?

    È quello che il nuovo Morpheus dice uscendo effettivamente da un gabinetto, vestito con un abito di un arancione quasi fosforescente simile a un giullare medievale. Ok, lo ripeto: è voluto. Ma questo non toglie che la figosità (per usare un termine di Derek Zoolander, che in questo contesto non suona a sproposito) del personaggio ne esce irrimediabilmente danneggiata. Abdul-Mateen è stato bravissimo a interpretare un personaggio che, però, non avremmo voluto vedere.

    Più o meno lo stesso discorso vale per l’agente Smith, interpretato da un bravissimo Jonathan Groff ma inserito quasi a calci nella storia, tanto che lo si potrebbe davvero definire superfluo.

    Palma d’oro, invece, per Keanu Reeves e Neil Patrick Harris, entrambi fantastici nei loro ruoli. Harris in particolare sembrava tagliato su misura per il suo ruolo.

    Tornando alla trama, la seconda parte del film è tutta incentrata su Trinity e Neo, sulla loro storia, sul bisogno di ritrovarsi e tornare a essere padroni della propria vita: gli eletti, perché lo sono solo insieme.
    Anche qui, per carità, la storia è carina ma niente di eccezionale e innovativo. Una sorta di Harmony con ambientazione Matrix che ha, come unica nota positiva, il fatto che non si sia ecceduto nel cartello “girl power”.

    Anche le sequenze di combattimento sono solo pallide citazioni dell’originale, prive di forza, scioltezza. Persino l’immancabile sequenza dello scontro in moto contro una quantità abnorme di nemici è priva di senso e suspense. Tanto che viene da chiedersi come sia possibile, dato che queste scene erano il più grande punto di forza della saga.

    Insomma, più “fan service” che spettacolarità e storia. E i fan service si sprecano durante l’arco dell’intero film.

    Allora perché, se non c’è una vera storia da raccontare, girare questo film? La Wachowski risponde direttamente all’interno della pellicola facendolo dire al capo di Anderson: la Warner Brothers, che ne detiene i diritti, vuole un altro capitolo della saga di The Matrix e la farà, indipendentemente dalla presenza o meno dei suoi creatori. Insomma, si tratta di affari, puro e semplice business.

    Certo, si potrebbe andare oltre, approfondire le tematiche sottostanti la narrazione, comprendere come la trasformazione dalla tragedia alla farsa sia un percorso che andava compiuto, come non ci sia più una scelta tra finzione e realtà, ma un continuo passaggio tra potenzialità…

    Insomma, c’è sempre la possibilità di dare interpretazioni e letture profonde… ma anche la libertà di pensare, più semplicemente, che un film sia solamente brutto.

    Per fortuna, posso sempre rivedere il primo capitolo.  

  • “LA FAME NELLA FORESTA” – RECENSIONE DEL RACCONTO LUNGO DI DEBORA PARISI

    “LA FAME NELLA FORESTA” – RECENSIONE DEL RACCONTO LUNGO DI DEBORA PARISI

    Debora Parisi è una studentessa universitaria con una vita editoriale molto attiva. Gestisce i blog El Micio Racconto, L’antro del Drago e un canale YouTube con lo stesso nome oltre, naturalmente, alle sue pagine social. Ha pubblicato i suoi racconti in diverse antologie, tra cui Il Caso Basilisco, Fuga da Malaperla e Il Gatto Nero (NPS Edizioni, Antologia Bestie d’Italia volume due e tre, Streghe d’Italia).

    Insomma, la ragazza promette bene e con il suo La Fame nella Foresta, pubblicato il 18 gennaio da Delos Digital nella collana Horror Story, ancora di più.

    Siamo in Finlandia, nel 1941. Un gruppo di soldati sovietici rimane bloccato tra le montagne finlandesi. La fame, il freddo e la lontananza da casa e dagli affetti di una vita rende normali uomini delle bestie che arriveranno a cibarsi dei loro simili, senza neppure prendersi la briga di aspettare che siano prima cadaveri. Manipolati inconsciamente dal Diavolo della Foresta, pagina dopo pagina, il protagonista e i suoi commilitoni scenderanno sempre più giù, negli inferi dell’animo umano.

    Quando abbiamo detto a Debora Parisi che avremo recensito il suo romanzo, lei ha messo subito le mani avanti. “Sapete, alcune scene forse sono un po’ forti… Spero che vi piacerà, ma se così non fosse, ditelo pure, anzi: sono pronta ad accogliere i suggerimenti”.

    Quindi eccoci qui per dirle cosa ne pensiamo.

    La fame della foresta è indubbiamente un horror, anche se le tinte della narrazione vanno dal fantasy storico al noir. L’ambientazione ha qualcosa di inquietante e lugubre, ma allo stesso tempo attraente, tipico delle storie di vampiri.
    Ma non i vampiri “fashion”. Quelli proprio cattivi.

    La scrittura di Debora è scorrevole ma non banale, curata ma non autoreferenziale. All’autrice non interessa far sfoggio delle sue abilità nella scrittura – che comunque emergono chiare, dal testo – ma raccontarci una storia.

    In realtà, le scene un po’ “crude” di cui lei stessa parlava sono molto ben dosate e calibrate con il ritmo della narrazione, pertanto il lettore più che disgusto proverà coinvolgimento. Coinvolgimento per la situazione devastante in cui questi soldati si ritrovano, costretti a sopravvivere a tutti i costi, fino ad abbruttirsi talmente da compiere atti che destabilizzano le loro coscienze, rendendoli preda di un malvagio spirito che prende tante forme e che si nutre delle energie vitali presenti nella foresta.

    La cover è decisamente d’effetto ma riesce a non risultare grottesca, come invece talvolta accade per questo genere; anche stavolta, quindi,  la Delos Digital si riconferma molto abile nella scelta delle immagini di copertina.

    Unica pecca, se così si può chiamare, è la lunghezza, nel senso che, una volta arrivati alla fine della lettura, la sensazione è che la storia sia finita troppo in fretta e se ne vorrebbe ancora.

    Per concludere, siamo certi che questo racconto possa essere davvero apprezzato dagli amanti delle storie ad alta tensione, soprattutto da quelli più maturi. Si tratta infatti di un testo che va letto con molta attenzione, in quanto gli eventi si evolvono in fretta e – più di qualche volta – chi scrive è dovuto tornare indietro nella lettura, per assicurarsi di non aver perso alcun dettaglio. Vista la lunghezza non eccessiva, può rientrare comunque tra le letture serali, ma attenti a non rimanere svegli tutta la notte a fissare il soffitto, poi…

  • “PERPETUAL LIFE ONE” ATTENTO A CIÒ CHE DESIDERI – RECENSIONE DEL ROMANZO BREVE DI LINDA TALATO

    “PERPETUAL LIFE ONE” ATTENTO A CIÒ CHE DESIDERI – RECENSIONE DEL ROMANZO BREVE DI LINDA TALATO

    Bentrovati amici di Universo Fantasy, siamo qui per presentarvi un’opera, uscita in libreria proprio oggi, intitolata Perpetual Life One, romanzo breve di Linda Talato edito da Delos Digital nella collana Dystopica.

    Linda Talato, classe 1986, nasce nel padovano e si laurea in Scienze Politiche. Collabora con la rivista online Sugarpulp Magazine e ha pubblicato il racconto Alienazione, scritto a quattro mani con Vincenzo Romano, contenuto nella raccolta Oltre lo Specchio, patrocinato da Amnesty Italia e pubblicato dalla Dark Zone Edizioni.

    In un futuro non troppo lontano, la tecnologia medica ha fatto passi da gigante e ha prodotto una medicina miracolosa in grado di dare corpo a uno dei più grandi sogni dell’umanità: la vita eterna.
    Tra i perpetui della prima ora c’è anche Tamara Duerres, una donna di quarant’anni che vede nel tempo infinito la possibilità di reinventare se stessa ogni volta che lo desideri.
    Ma il “per sempre”, nella realtà, non è tutto rose; “qualcosa” arriva a incrinare quelle che dovrebbero essere delle esistenze perfette e il giornalista Alfredo Rapalli dedica gran parte della sua vita a un’unica riflessione: cosa davvero rimane?

    Il romanzo di Linda Talato è breve, una storia intensa raccontata in meno di cento pagine con una potenza narrativa che lascia stupiti. E rientra nella categoria dei racconti distopici sebbene, sulla base degli elementi che lo caratterizzano, chi scrive ritiene che sarebbe più giusto definirlo un romanzo psicologico.

    L’ambientazione non è troppo futuristica (meno di un centinaio di anni ci dividono dagli eventi narrati) e solo pochi elementi, qualche vago accenno, ci fanno comprendere come il mondo sia andato avanti e si sia evoluto.

    Tutta l’attenzione è concentrata sulle persone.

    Gran parte del racconto è dedicato all’intervista condotta da Rapalli a Tamara Duerres, uno dei primi volontari su cui il farmaco Pe-Life-One è stato testato. E il ritratto che emerge di questa donna è qualcosa di profondo e stupefacente, uno specchio di desideri, paure e rimpianti (fin troppo comprensibili dal lettore) appena tenuti a bada dalla consapevolezza (o convinzione) che “non sarà mai troppo tardi”.

    Tamara è una donna, abbastanza grande da aver già conosciuto l’amarezza e i limiti della vita. Eppure, attraverso le sue parole emerge un certo infantilismo che si aggrappa alla speranza del tempo infinito come un’ancora di salvezza, proprio come un bambino si aggrappa all’idea che gli adulti possano risolvere tutto.

    Avere infinite possibilità, sapere di poter ricominciare sempre da capo (come nei videogiochi) è una tentazione irresistibile, come se potendo cambiare lavoro, conoscenze, luogo, si potessero in qualche modo cancellare le azioni passate, azzerare i dolori e i rimpianti, mettersi al sicuro dal terrore del cambiamento e della fine.

    Forse non siamo noi a essere eterni. Forse le nostre emozioni lo sono.

    Questo dice Rapalli all’inizio della storia, ma la nostra protagonista non è ancora pronta per sentirlo.
    Se infatti cedesse a questa consapevolezza, si troverebbe a dover affrontare una realtà che non le consentirebbe più di andare avanti. E, allora, si scherma dietro la differenza tra lei, una perpetua, e lui, un comune mortale:

    Ogni vita comprende degli avvenimenti, cose differenti… tra queste ci può essere anche la famiglia. Ma non è detto che i tuoi familiari di oggi siano gli stessi che avrai tra cento, duecento anni. E quindi anche i rapporti, per forza di cose, cambiano. […] Credo che alle sue orecchie suoni come qualcosa di orribile, ma per noi è normale.

    Nel leggere questo passaggio, chi scrive si è ritrovato a pensare ad alcune battute di Rick & Morty, una serie animata di Adult Swim che negli ultimi anni è diventata molto famosa. Rick, il protagonista, è uno scienziato in grado di viaggiare tra le infinite versioni del suo mondo (il famoso concetto del Multiverso), nella maggior parte delle quali è presente non solo una sua versione, ma anche quella di sua figlia e dei suoi nipoti.

    E se tutto è ripetibile, se tutto può avvenire migliaia di volte in migliaia di modi differenti, significa che nulla è unico, nulla importa davvero.

    Mi sembra che il parallelismo sia abbastanza evidente, almeno quanto la struggente tristezza impregnata di rimpianto che emerge da questi concetti.

    Rimpianto che si può riassumere in un’unica considerazione della protagonista:

    Illudendosi di essere di nuovo giovane, quando in realtà era solo eterna

    La Talato fa pronunciare alla sua protagonista delle verità profonde e scomode.
    Consapevolezze da cui normalmente l’essere umano rifugge, perché ammetterle sarebbe come guardare in faccia il vuoto assoluto della verità.  

    Il finale mi ha lasciato un buco dentro, uno strano miscuglio di bisogno di riflettere, approfondire e, al contempo, di rifugiarmi in una bella pubblicità di detersivi per ancorarmi nuovamente alla mia pratica e sicura realtà. E mi era successo solo dopo aver visto Train de vie, il film del 1998 diretto da Radu Mihăileanu.

    Per concludere, non potrete leggere questo “racconto lungo” con superficialità, magari in pausa pranzo. Richiede impegno e dedizione. Ma chi avrà il coraggio di dedicargli il giusto tempo e gli permetterà di sfiorare quelle corde da cui di solito sta ben lontano, otterrà in cambio una più profonda conoscenza di se stesso. E, chissà, magari anche una nuova prospettiva.

  • RECENSIONE “INCUBI GROTTESCHI DI ESILIATI SOGNATORI” DI ANTONIO PILATO: TORMENTI COMUNI, PAURE TACIUTE E DESIDERI MALSANI

    RECENSIONE “INCUBI GROTTESCHI DI ESILIATI SOGNATORI” DI ANTONIO PILATO: TORMENTI COMUNI, PAURE TACIUTE E DESIDERI MALSANI

    Cari amici di Universo Fantasy, oggi vi parliamo di Incubi grotteschi di esiliati sognatori uscito dalla penna di Antonio Pilato, edito da Mario Vallone Editore.

    L’autore, emiliano, classe 1990, Dottore in Psicologia e Pedagogia è appassionato sin dall’infanzia alla letteratura dell’orrore. Incubi grotteschi di esiliati sognatori è il suo primo romanzo.

    Questa raccolta di dodici racconti, suddivisi in tre parti (Le confusioni innate, Le circostanze curiose, Le razionalità colorate), appartiene al genere weird, ovvero un sottogenere della narrativa fantastica, soprattutto fantasy, nato negli anni Novanta del secolo scorso.

    Per quelli di voi che non conoscono il genere, ricordiamo che il termine weird ha diverse sfumature di significato che vanno dallo strano al bizzarro, dal misterioso al soprannaturale e che non trovano corrispondenza in un singolo termine italiano. In generale, il weird, anche se classificato come sottogenere del fantasy, ne rifiuta i cliché e pure abbandonandosi all’esplorazione del “bizzarro”, pone un’attenzione davvero particolare alla coerenza e alla verosimiglianza.

    Affinché un racconto weird possa definirsi tale, necessita della predominanza di alcuni elementi: sovrannaturale, bizzarrie che puntano a suscitare “meraviglia”, tecnologia fantascientifica, atmosfere tetre, ambientazioni strampalate, coerenza stringente ma, soprattutto, la fusione tra la vita reale che siamo abituati a conoscere e quella surreale, introspettiva.

    Il più delle volte, alla base di una storia ci sono tematiche di contrapposizione, quali la lotta tra il bene e il male, l’auto-accettazione e il rifiuto, dolore e gioia, passato e presente… Insomma, il weird deve trasportare il lettore in un viaggio alla scoperta del sé. 

    Premettendo che non sono un’appassionata del genere, il volume ha in ogni caso all’interno delle dinamiche tali da avermi appassionata e affascinata e, di certo, presenta una serie di elementi in grado di alimentare l’interesse del lettore curioso.

    I racconti di Pilato rappresentano un viaggio introspettivo, esperienze dell’inconscio a confronto con il conscio, in continuo mutamento e soggezione. Temi che sono certamente in grado di affascinare e travolgere.

    La lettura è scorrevole e ha un forte impatto emotivo, soprattutto perché in essa si fondono sogni e realtà, dubbi e certezze, concreto e fantastico.

    «Ogni tanto è piacevole fantasticare su vicende astratte, su situazioni incredibili, su storie favolose… ma quando la mente si sente costretta a veicolarsi verso conclusioni paradossali, è bene preservarla da ulteriori indagini che potrebbero portarla a traguardi su cui è meglio non soffermarsi affatto» cit. Il signor Puyol.

    Antonio Pilato genera incertezze ma determina consapevolezze, in un confronto costante e vorticoso tra ciò che ha senso e ciò che apparentemente non ne ha, ma con un ritmo narrativo che permette comunque al lettore di comprendere il significato celato nelle sue storie.

    Ed è proprio la suddivisione in parti a facilitare la comprensione di ciascun racconto – quattro per ogni sezione – soprattutto perché consente di rileggere i frammenti maggiormente significativi. Rilettura certamente indispensabile in alcuni passaggi molto tetri e cupi.

    Difatti, ci sono racconti che inquietano, altri che intrigano, altri ancora che fanno davvero paura per il senso di oppressione e angoscia che scatenano nel lettore.

    Nel testo sono purtroppo presenti alcuni refusi ed errori ortografici, che ci auguriamo vengano corretti in una prossima edizione, ma è in ogni caso evidente che lo scrittore abbia una padronanza della lingua italiana di altissimo livello.
    Per fare un esempio, ci sono molti ossimori (“ignobile poltrona” in L’Ospite, “sudici ringraziamenti” in La mosca democratica, solo per citarne un paio) che alterano il senso dei significati ma che, allo stesso tempo, evidenziano gli aberranti contrasti. Il linguaggio utilizzato è ricco di terminologie abbastanza ricercate, con scelte peculiari già tipiche di altri autori celebri.

    Appare indiscutibile il desiderio di Pilato di creare una lettura d’impatto, con atmosfere cupe, azioni cruente, equanimi atteggiamenti dei protagonisti.

    «Se fuori tutto brilla senza disagio, dentro avviene l’esatto contrario: le ansie per l’ignoto si nutrono del vacillante coraggio umano e cominciano a crescere in macabri spasmi; da spasmi regrediscono in rachitici timori e, alimentandosi a vicenda, si trasformano in pura paura» cit. La notte più buia

    Brevi storie in cui chiunque può immedesimarsi poiché ognuno è portatore di esperienze che l’hanno condotto a prendere decisioni talvolta con gioia ma, più spesso, con ansia e terrore che generano un continuo senso di disagio emotivo, razionalmente condivisibile ma soprattutto riconoscibile.

    Sgomento, mistero, suspense, orrore, sadismo sono solo alcune tra le tante sfaccettature di questi racconti che fanno trattenere il respiro, scatenando dubbi, sensi di colpa e tante domande alle quali ognuno di noi dovrebbe rispondere.

    «Il libero arbitrio è contenuto in una gigantesca campana di vetro invisibile; per far sì che l’equilibrio non si infranga in innumerevoli frammenti, dinanzi al bivio dicotomico della realtà bisogna sempre saper decidere la strada giusta: si può optare per la prima, ascoltando la fredda razionalità cerebrale, oppure si può scegliere la seconda, amalgamandosi all’intrigante spirito istintivo» cit. La notte più buia

    La penna dell’autore padroneggia ed esalta uno stile preciso, dettagliato, eccelso e soprattutto eclettico che da una parte rimanda a H. P. Lovecraft, Thomas Ligotti, Frank Kafka o Edgar Allan Poe, e dall’altro richiama Stephen King: una continua lotta interiore tra ciò che desideriamo, ciò che consideriamo giusto e ciò che è indiscutibilmente considerato sbagliato dalla società.

    «Le menti più normali penseranno sicuramente che la mia codardia sia in grado di superare i misteri delle oscure volte celesti che occupano latenti l’infinito cosmo, ma è quando si acquisisce il temporaneo coraggio di sbirciare al di là dell’universo che tutto diviene inevitabilmente follia» cit. La scomparsa del piccolo Jakub Vančura

    Incubi grotteschi di esiliati sognatori, titolo appropriato per un viaggio alla scoperta di tormenti comuni, paure taciute e desideri malsani che catapultano il lettore da una scelta a un’altra, alla rivelazione di segreti occultati in una miscela di sussulti che possono produrre un’immediata tachicardia!

    Tante diverse sfaccettature della verità, che si tratti di quella da noi percepita, creata e idealizzata… o di una semplice utopia. Un’avventura tra fantasia, filosofia esistenziale, psicologia degli atteggiamenti e regole imposte. Scrutate dentro voi stessi, scoprite l’oscurità e l’orrore celati nel vostro Io… perché starà a voi trovare la vostra strada tra “lande desolate, dimenticate da chiunque” (cit. Alle soglie del panorama costellato).

    Gli amanti del genere apprezzeranno questa raccolta di racconti perché alla fine lascia senza alcun dubbio confusi, angosciati, turbati e disorientati nel comprendere, di fatto, dove finisca la realtà e inizi il sogno.
    Per chi, invece, volesse approcciarsi al genere weird per la prima volta, l’opera di Antonio Pilato potrebbe essere senza dubbio un buon punto di partenza.

  • QUESTIONE DI SANGUE – GIULIA DE NISCO – RECENSIONE

    QUESTIONE DI SANGUE – GIULIA DE NISCO – RECENSIONE

    Classe 1987, originaria di Pisa, Giulia De Nisco è uno spirito ecclettico.
    Diplomata all’Istituto d’arte, frequenta prima il Conservatorio e poi l’Accademia dello Spettacolo di Torino. La sua formazione continua in giro per l’Italia attraverso corsi di recitazione, doppiaggio, canto e danza. È stata speaker per una web radio e regista e performer di alcuni spettacoli di una scuola di danza. Attualmente è un’insegnante di canto moderno.

    Nel 2011 ha pubblicato il suo primo romanzo Se uccido te, mi uccido per la Felici Editore.
    Questione di Sangue è il suo secondo romanzo, autopubblicato nella primavera del 2021.

    La storia vede come protagonista Mina, una ragazza di 18 anni, costretta ad andare a vivere nella vecchia villa del nonno, lasciando tutte le amicizie e il luogo in cui è cresciuta. La nuova città che la accoglie è avvolta in un alone di mistero, così come la sua nuova casa, più simile a un castello che a una villa, e anche come le persone che incontra, fuori e dentro casa. In particolare, c’è Valerio, un ragazzo dagli occhi corvini e dall’incarnato pallido, che nonostante il carattere difficile non può fare a meno di trovare affascinante.

    Il romanzo è ambientato a Torino, la città italiana per eccellenza quando si parla di mistica ed esoterismo: scelta arguta per uno Urban Fantasy a tema vampiri.

    Il capoluogo piemontese, tuttavia, funge solo da cornice agli eventi, che sono invece concentrati in pochi luoghi, principalmente la scuola e ville private, con una sola eccezione: il Borgo Medievale nel Parco del Valentino.

    Le scene qui ambientate sono certamente molto evocative e affascinanti, con quel tocco immancabile di gotico che è un po’ il leitmotiv classico del genere.

    I personaggi sono gestiti bene e si rivelano poco a poco e al momento giusto, per permettere al lettore di collegare in maniera intuitiva i vari pezzi del complicato puzzle, sebbene i colpi di scena e i tricks nella trama non manchino.

    Mina è sicuramente la più confusa, la più turbata, quella più in difficoltà, poiché si ritrova coinvolta in una serie di vicende che vanno al di là della comprensione umana. Fin troppo spesso non saprà come agire, ritrovandosi in situazioni sempre più complicate che faranno precipitare la trama verso una conclusione inaspettata.

    Certo non le è di aiuto il fatto che ogni singolo personaggio si trascina dietro verità nascoste e un passato complicato che, alla fine, si rivelerà più importante di quanto immaginato.

    Ognuno dei personaggi creati dalla De Nisco è a tutto tondo, con una psicologia ben definita e, come già detto, una storia alle spalle che rappresenta una delle tessere dell’intricato mosaico della storia. Gli incastri tra loro sono così perfetti che il lettore si ritrova a vivere un giallo nel fantasy, talvolta faticando a trovare il giusto contesto per eventi e affermazioni.

    Fatto sta che, alla fine, il lettore rimarrà sorpreso da alcuni personaggi, deluso da altri e talvolta si troverà a dover cambiare opinione, scoperte le vere intenzioni di chi agisce.

    Detto questo, si può notare, forse, che nonostante la bravura dell’autrice nel seguire il filo di trame e sottotrame, i suoi personaggi risultano un po’ stereotipati, prigionieri di cliché che riportano il lettore ai grandi classici del genere.

    La narrazione segue la crescita psicologica di Mina, che ci porta per mano tra i suoi sentimenti, le sue domande e le sue scoperte. Attraverso i suoi occhi, e con uno stile fluido e accattivante, l’autrice muove i suoi personaggi in luoghi descritti dettagliatamente, quasi in maniera cinematografica, tanto da poterseli figurare come se si trattasse di un film.

    Nell’insieme, quindi, la scrittura è piacevole ed evocativa e la buona gestione dei colpi di scena e del dipanarsi dei misteri invoglia il lettore a proseguire nella storia.

    Dobbiamo tuttavia sottolineare che il testo presenta parecchi errori e refusi che, nonostante il buono stile della narrazione, di tanto in tanto rendono la lettura meno scorrevole; si tratta, però, di un problema che potrà senza dubbio essere risolto in una prossima edizione con un buon lavoro di correzione di bozze.

    Nonostante quanto già detto, tuttavia, il maggiore punto di forza di questo romanzo rimane senza dubbio quella certa dose di originalità che caratterizza la storia.

    Sebbene si senta molto forte l’influenza della letteratura classica di genere (e nei primi capitoli ci siano chiari riferimenti alla saga di Twilight) la narrazione prende poi forza, seguendo una piega totalmente diversa e con eventi del tutto singolari.

    Sicuramente un romanzo avvincente, adatto per un pubblico Young Adult, amante delle dark stories con una buona tinta di giallo e quel tocco di rosa imprescindibile.

  • “L’ULTIMA FATA DI TAHT” DI VALERIA GIACOMELLO – RECENSIONE

    “L’ULTIMA FATA DI TAHT” DI VALERIA GIACOMELLO – RECENSIONE

    Valeria Giacomello è nata a Milano nel 1960, si definisce anarchica per vocazione e lettrice accanita per scelta. Lavora come cronista per diverse testate locali, collabora stabilmente come giornalista freelance per il quotidiano “Il Giorno” ed è membro direttivo dell’Associazione Centro Donne, dedicato all’incontro e alle relazioni tra donne.

    L’ultima fata di Taht, suo esordio come autrice, viene pubblicato nel maggio del 2021 dalla casa editrice Porto Seguro.

    Alex è uno scrittore dal futuro radioso fino a quando Cristina, la sua fidanzata, non viene uccisa davanti ai suoi occhi. Distrutto, rinuncia alla scrittura, si abbandona all’alcol e si rintana nella metropolitana, sempre alla stessa fermata, quella dove gli hanno portato via la sua compagna di vita.
    Ed è proprio qui che incontrerà Mahiar, una donna strana, con l’aspetto di una bambina e dal grande appetito, che si rivelerà di essere l’ultima fata di Taht, il suo mondo, in missione per salvare la sua terra e anche quella di Alex, tra loro unite da un antico legame.
    Assieme intraprenderanno un lungo viaggio, affrontando pericoli e nemici di entrambi i mondi alla ricerca di antiche reliquie e stringendo patti con antiche divinità, con l’unica speranza di essere ancora in tempo.

    Il lettore si trova ad affrontare un testo dalla trama complessa, in cui sono presenti sia elementi tipici della fantascienza, come l’esistenza di mondi paralleli e “l’uomo proveniente da un altro tempo”, sia il classico fantasy, con creature legate agli elementi come Tibuk lo gnomo, buffo e simpatico compagno di viaggio di Alex e Mahiar che sarà loro di grande aiuto durante il viaggio, o i loro antagonisti troll provenienti da un’altra dimensione.

    Se la trama può risultare ricca di intrecci e legami, che porteranno a un finale sorprendente e aperto (non è ancora presente la data d’uscita di un seguito, ma si capisce che la storia non è finita con questo capitolo), la narrazione e i dialoghi risultano invece semplici, omogenei tanto che, se non fosse per la differenza di sesso tra i due personaggi principali, spesso si farebbe quasi fatica a comprendere chi dei due stia parlando.

    Questa scelta dell’autrice, però, permette a un pubblico più vasto di poter approcciare il suo romanzo. Se L’ultima Fata di Taht è infatti inseribile nel genere young adult, è comunque possibile consigliarlo anche a un pubblico di ragazzi e di adulti, a lettori forti, ma anche chi è alle prime armi con questo genere.

    Di certo, in molti si affezioneranno allo sfortunato Alex che, nonostante la difficoltà nel riprendersi dal suo trauma, non si arrende e continua a combattere, cercando di superarlo anche grazie alla sua nuova amica fata.

    Da parte sua Mahiar, per quanto si senta sola e in perenne difficoltà, lotta con tutte le proprie energie mostrando, capitolo dopo capitolo, una forza strabiliante.

    Nel corso della storia, il lettore incrocia anche diversi personaggi storici realmente esistiti e visiterà alcuni dei luoghi più interessanti del pianeta, come la Scozia, ad esempio. Ma si tratta, in ogni caso, di personaggi secondari, quasi delle macchiette, descritti appena l’indispensabile, quel tanto che basta per sentirsene trascinati.

    Particolarmente apprezzabili, all’interno del testo, sono non solo la costruzione della ricerca delle Pietre del Potere, ma anche (o, forse, soprattutto) la gestione degli scontri e delle battaglie, epiche ed evocative nel loro svolgimento. 

    Lo stile narrativo è pulito, essenziale e coinvolgente, i personaggi ben caratterizzati, la trama complessa eppure gestita in modo singolarmente apprezzabile… insomma, L’Ultima fata di Taht è una lettura che ci sentiamo di consigliare a chiunque sappia apprezzare gli intrecci complessi, la presenza di tante tante storie unite tra loro e, soprattutto, a chi avrà la pazienza di attendere il prossimo capitolo.