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STRANGER THINGS: CRESCERE, AVERE PAURA E SCEGLIERE DI RESTARE UMANI

written by Stefania Sottile Gennaio 5, 2026
Stranger Things copertina

Dopo tanti anni, Stranger Things si è conclusa. Non è solo la fine di una serie televisiva, ma la chiusura di un capitolo emotivo che ha accompagnato un’intera generazione e ne ha unite molte altre.

Quando una serie come questa finisce, non si prova solo nostalgia. Stranger Things, infatti, ci ha insegnato molto più di quanto sembri. Si prova una forma di lutto gentile: quello per qualcosa che ci ha accompagnati mentre crescevamo, cambiavamo, resistevamo.

Quando, nel 2016, i fratelli Duffer portarono sullo schermo la cittadina di Hawkins, nessuno immaginava che quel racconto fatto di biciclette, lucine natalizie e mondi paralleli sarebbe diventato un fenomeno globale. Eppure, Stranger Things non è mai stata solo una serie: è stata un’esperienza condivisa, un linguaggio comune, un luogo sicuro in cui tornare.

Fin da subito ha dimostrato di essere un’icona pop che nasce dal passato.

Il cuore pulsante di questa straordinaria serie è sempre stato la nostalgia, ma non quella sterile. La serie ha saputo rielaborare l’immaginario degli anni ’80 – Spielberg, King, Carpenter – trasformandolo in qualcosa di nuovo e universale.

Stranger Things non ha mai parlato davvero di mostri. Ha parlato di bambini che imparano a dare un nome alle proprie paure, che cercano di affrontarle, di adulti che provano a non perdere se stessi e di legami che diventano rifugi. Nelle scene conclusive dell’ultima puntata, questo messaggio diventa lampante: i ragazzi parlano dei mostri, ma in realtà parlano di sé.

A Hawkins, la paura non viene mai negata ma, piuttosto, attraversata. La paura è uno strumento formativo potente e riguarda uno dei messaggi educativi più profondi della serie: avere paura non è un fallimento.

In un mondo governato dallo stereotipo della perfezione, i protagonisti tremano, scappano, sbagliano. Eppure, alla fine, tornano indietro. Insieme.

Per bambini e ragazzi, Stranger Things è un confronto con una realtà che insegna a ognuno che il coraggio non è assenza di paura, ma la scelta consapevole di affrontare le proprie difficoltà, avendo qualcuno al proprio fianco.

Episodio dopo episodio, stagione dopo stagione, i protagonisti apprendono che il messaggio fondamentale è imparare a dare un nome alle proprie emozioni. Ed è possibile identificarsi in ognuno di loro.

Il Sottosopra dà forma all’invisibile, è il luogo dove finiscono le cose non dette: il dolore, il trauma, la solitudine, il senso di esclusione. È oscuro, freddo, ma reale.

Will che comunica attraverso le luci di Natale: un bambino intrappolato nel Sottosopra riesce a farsi ascoltare, mostrando quanta forza ci sia nel trovare modi alternativi per esprimere le emozioni.

Dal punto di vista educativo, questa dimensione fantastica ha una funzione chiarissima:
rendere visibile ciò che i ragazzi spesso non sanno esprimere a parole.

Undici, Mike, Dustin, Lucas, Will, Max non combattono solo creature mostruose: combattono l’isolamento, il rifiuto, il peso di essere “diversi”.  La scelta di ambientare la storia negli anni ’80 assume quindi anche un’altra valenza.

Grazie soprattutto a molte pubblicazioni, film e serie tv (prima fra tutte, senza dubbio, The Big Bang Theory), oggi essere nerd è quasi uno status symbol. Ma negli Anni ’80 era uno stigma. Anzi, lo stigma per eccellenza perché essere nerd significava essere sfigato, ed essere sfigato era un coacervo di tutte le identità considerate indesiderabili. Il nerd era il secchione, il quattrocchi, il topo di biblioteca, lo strano. Il differente.

Eppure, attraverso il gioco di ruolo, i nostri protagonisti trovano una loro dimensione. Un’identità.

E il fantasy diventa così uno strumento per raccontare l’interiorità, per legittimare emozioni difficili senza giudicarle.

Non a caso il livello di citazioni all’interno della serie è forse il più alto mai raggiunto prima.

Come dimenticare, ad esempio,Dustin che canta “Never Ending Story al walkie-talkie: la musica spezza la paura e restituisce leggerezza anche nel momento più drammatico.

L’amicizia vissuta come atto rivoluzionario. In Stranger Things, l’amicizia non è un contorno narrativo: è la vera arma. I protagonisti non vincono perché sono più forti, ma perché restano. Restano quando sarebbe più facile andarsene. Restano quando l’altro è fragile, strano, silenzioso.

Non devi essere perfetto per essere amato, non devi essere speciale per avere valore, non devi affrontare tutto da solo.

In un mondo che premia l’individualismo, la serie insegna la responsabilità affettiva verso l’altro. Crescere significa perdere (e scegliere), un’altra delle lezioni più dure della serie. Perché crescere significa lasciare andare, a proprio modo, una parte di noi stessi. Crescere comporta sempre una perdita: si perde l’innocenza, il tempo, la semplicità. A volte si perdono anche le persone che crediamo non ci lasceranno mai.

Stranger Things non addolcisce questo passaggio, ma lo rende umano. Mostra ragazzi che cambiano, si allontanano, si feriscono, e imparano che scegliere chi essere conta più che vincere. È un insegnamento prezioso per bambini e adolescenti: la crescita non è lineare, né facile, ma è degna di essere vissuta e combattuta.

La serie incolla letteralmente allo schermo perché non infantilizza le emozioni, non offre soluzioni facili e, soprattutto, valorizza il gruppo e l’empatia. È una storia che insegna a sentire, prima ancora che a capire.  E questo è uno degli obiettivi educativi più profondi.

Max che corre verso la musica nel Sottosopra è la personificazione del trauma reso visibile e la musica diventa un filo che la riporta alla vita.

Stranger Things resterà per sempre tra le serie televisive a maggiore impatto, perché ha dimostrato che il fantastico può educare senza moralismi, può parlare di dolore senza spaventare, può aiutare a riconoscersi senza etichette. È una serie che può essere raccontata ai ragazzi, ma anche discussa con loro. È diventata qualcosa che apre dialoghi su paura, amicizia, diversità, trauma, resilienza. Non per “insegnare una morale”, ma per aprire spazi di dialogo.

L’ultima puntata è stata trasmessa e con lei è giunta la fine. Ma non ci lascia vuoti.

Ci lascia responsabili. Responsabili di continuare a raccontare storie che aiutino i più giovani a dare forma alle emozioni, a sentirsi meno soli, a credere che anche nel buio una luce può accendersi. Magari piccola, magari tremolante, ma vera. E come ogni grande storia fantasy, Stranger Things non finisce: si trasforma in memoria, esperienza, crescita. Ed è forse questo uno dei motivi per cui il finale colpisce così forte: perché chiude un percorso, non solo una trama.

Come ogni grande storia, Stranger Things non finisce davvero, così come portare a termine una campagna non chiude il gioco.

Resta nelle citazioni, nelle colonne sonore (pazzesche!) nei cosplay, nelle discussioni. Ma, soprattutto, indugia in chi ha ritrovato, anche solo per un momento, il bambino che pedalava verso l’ignoto senza sapere cosa avrebbe trovato. E forse è proprio questo il suo più grande incantesimo.

Immagine di copertina per gentile concessione di @mila_and_the_pencils

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